Feb 15

Introduzione alla lettura di Laura Pariani

Laura Pariani si è imposta, in questi ultimi dieci anni, sulla scena letteraria italiana per una sua inconfondibile pronuncia e una sua decisa opzione tematica.

La scrittrice, che è da ritenersi una delle protagoniste più significative della nostra narrativa, ha dimostrato di possedere una rara sapienza di scrittura e una grande capacità di orchestrare storie attraverso avvedute strategie linguistiche. La sua voce, dal timbro sicuramente originale e di grande spessore, è diventata necessaria con la sua inesausta declinazione del dolore e dell’offesa. Ha esordito infatti nel ’93 con di Corno o d’oro edito da Sellerio e ha continuato a pubblicare, con cadenza spesso biennale, raccolte di racconti e romanzi: del ’95 sono Il pettine e La spada e la luna, del ’97 La perfezione degli elastici; del ’99 La signora dei porci; del 2001 La foto d’Orta, del 2002 Quando Dio ballava il tango e a distanza di un anno, da ultimo, ha pubblicato L’uovo di Gertrudina. E non le sono mancati certo i riconoscimenti, i suoi libri sono stati pluripremiati.(Ha ricevuto il premio Grinzane Cavour, Piero Chiara, Dessì, Morante, Vittorini, Campiello).

Un successo di critica e di pubblico che è dovuto all’originale combinazione, nei suoi libri, di una tensione affabulatoria, una fame di storie da raccontare, e di una scrittura estremamente mobile e pronta ad adottare molteplici punti di vista e ad attraversare vari piani temporali. Nella misura a lei congeniale del racconto, per cui spesso anche i romanzi vengono organizzati in più unità narrative, in un mosaico di racconti, la Pariani declina il grande tema della memoria, innestandovi quello dell’emigrazione, dello sradicamento, della condizione femminile e della violenza subita dagli inermi e dai più deboli e, con questo, anche quello dello scontro fra le culture e, dunque, della salvaguardia delle identità delle minoranze.

Questi grandi temi vengono articolati attraverso una sintassi narrativa estremamente moderna e inquieta, non lineare, che procede per approssimazioni, per continue dislocazioni spazio temporali, molteplici punti di vista, e inoltre si interroga costantemente sul senso della letteratura, sul valore della scrittura.

Ma debbo subito precisare che l’insistenza metaletteraria, di cui è fortemente segnata la narrativa della Pariani non è mai fine a se stessa, non è puro gioco intellettuale, anzi è il nodo, la questione fondamentale in cui si sostanzia e prende forza una particolare forma di autobiografismo. Un “autobiografismo tematico”, è ovvio, di ascendenza sveviana, per cui non è tanto la “somiglianza” degli eventi narrati con alcuni fatti reali della vita della scrittrice che lo rende tale, ma il modo di conoscere, di giudicare le cose e il mondo e di giudicarsi.

Così ogni volta scrivere, per la Pariani, è soprattutto una scommessa esistenziale. “Io sono, io scrivo”, afferma in un racconto del ’97 , L’amore vuoto, raccolto nella Perfezione degli elastici, ma tutta la sua narrativa è disseminata di dichiarazioni simili che siglano questo protagonismo, o meglio, agonismo della scrittura.

Leggiamo nella sua ultima raccolta di racconti: “Scrivere una storia ha a che vedere con il caso, ma soprattutto con il desiderio: è la sua urgenza –direi quasi: la sua ossessione- che ti spinge ad andare avanti”; un’ossessione quella della Pariani che confina con l’amore. E sulla traccia di essa, sulla sua urgenza, una folla di personaggi, una fitta trama di avvenimenti catturano il lettore attraverso una narrazione che con grande abilità passa dal racconto in terza persona alla prima persona, dal dialogo al monologo, dall’indiretto libero al discorso diretto fino a dare consistenza grafica, con il ricorso al corsivo, al non detto, cioè ai pensieri più segreti dei personaggi, o alle riflessioni della scrittrice, in un andirivieni di presente e passato che usa i tempi verbali in modo non canonico.

Contadini della valle del Ticino, emigranti, donne processate per stregoneria, donne abbandonate, penelopi in eterna attesa, indios decimati, suore vocate e non, un’umanità ferita e irredenta, allenata al dolore e alla fatica del vivere trova la parola, e dunque una possibilità di riscatto, nella pagina della Pariani, in una lingua che mescola dialetto, italiano e castigliano ed è capace di attraversare l’immediatezza dell’oralità, la razionalità dell’investigazione, la riflessività dell’autoesame che coinvolge anche l’operazione, il processo della creazione artistica. Valga per tutti come esempio la scansione in otto notti della materia narrativa nel romanzo La signora dei porci, dove le otto notti non sono quelle dei personaggi, ma sono quelle trascorse dalla scrittrice e da un suo ideale interlocutore che la segue nella composizione del romanzo e dialoga con lei.

Una materia, allora, in sé non nuova (che, nei modi della denuncia, ha alle spalle una tradizione), si fa inedita appunto per una modalità narrativa che tende a spezzare la visione in quadri parziali e insieme a comporli in una forma che fuoriesce dal genere romanzo e vi ritorna dopo essersi contaminata con altri generi (il diario, l’inchiesta, il reperto documentario, ecc.).

La moltiplicazione dei punti di vista, le continue pause riflessive tra metaletteratura, commento, autoosservazione e racconto di sé, un uso del tempo (non mimetico), che non corrisponde all’effettiva cronologia degli eventi, ma che aspira a diventare tempo della coscienza, smontano la forma romanzo rifondandola.

aprile 2003

Questa introduzione alla lettura e le altre schede su Laura Pariani scritte da Domenica Perrone sono tratte da un saggio dedicato a Sandro Maxia.

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