Mag 10

L’uovo di Gertrudina

Metaletteratura e autobiografismo si coniugano esemplarmente nell’ultima raccolta di racconti di Laura Pariani, L’uovo di Gertrudina. Sulla traccia della Gertrude manzoniana, immaginata al suo quinto compleanno mentre riceve in dono una bambola vestita da suora, prende forma tra gli altri personaggi del libro, quello della scrittrice bambina, a quattro anni, fotografata a Milano, la stessa città di Gertrude e di un’altra protagonista del libro, Antonia Pusterla (Se ti formi una rosa). Rivivendo il momento che la vede passare dall’immobilità della posa fotografica alla libertà della corsa, la scrittrice immagina altri momenti simili vissuti dai suoi personaggi creando una perfetta circolarità con essi:

E allora nel cuore i nomi mi si mescolano, i tempi si incrociano: apriti sesamo chiuditi sesamo… Ché mi pare a volte che tutti i miei personaggi siano racchiusi nella stessa storia, la mia; e che, senza che davvero me ne rendessi conto, episodi intimi da conservare sigillosamente nel chiuso delle mie fantasie o dei miei rimorsi siano passati sulla bocca di tutti, diventando interpretazioni di altri, pagine di libri (p. 218).

Non è , dunque, un caso che la scrittrice, esperta del ‘parlare tacendo’ (così lei definisce lo scrivere) si addentri nell’Uovo di Gertrudina, a esplorare il tema del silenzio. Il silenzio e l’urlo, appunto, è il titolo di una delle due sezioni in cui vengono ordinati i sei racconti della raccolta.

E senza dubbio il tema del silenzio percorre come un filo rosso anche l’altra sezione intitolata In fondo all’amore. Il libro prende le mosse dalle grandi solitudini della Tierra del Fuego, del Fin del mundo, dove il silenzio è così “profondo” da vibrare “minaccioso”. Qui, in questi luoghi si dipana la storia di Suor Assunta, la missionaria che, agli inizi del ‘900, visse fra gli indios e, tornata in Italia, decise, nel rimorso di non averli saputo difendere abbastanza, di non parlare più.

Nei modi di un’inchiesta, la scrittrice, mettendo insieme piccole testimonianze, fotografie, leggende familiari riesce a dare voce al suo silenzio. E con questo trovano pure la parola i silenzi di suor Francesca (cioè Antonia Pusterla) costretta a rinchiudersi in convento per sfuggire alla furia vendicativa del marito, il conte Marliani, già abbattutasi con violenza sul giovane amante Cesare Visconti sorpreso con lei. E’ una storia di una monacazione forzata, un’espiazione per aver tradito il marito cui era stata promessa con atto notarile, all’età di quattro anni. Una storia come tante ne accadevano in un secolo che è lo stesso di quello della Gertrude manzoniana. Ma la novità sta nel modo in cui essa viene raccontata.

Attraverso le testimonianze delle suore del convento (dove alla fine il conte travestito raggiunge la moglie con il suo pugnale spietato) il lettore va gradualmente componendo l’ordine degli eventi accaduti e pure la catena di crudeltà subite dalla protagonista, la solitudine cui l’hanno confinata le altre suore del convento incapaci anch’esse di capirla e di perdonare il suo peccato.

In questo racconto polifonico con maestria la scrittrice ci regala una varietà di voci nelle quali si traduce ogni volta un vissuto, una psicologia, un’umanità diversa: dalla suora umile e senza storia, che è stata allevata in convento (“ché la vita mi ha cacata senza padre e senza madre, senza appartenenza alcuna”), alla vecchia suora un pò stonata, alla suora nana e loquace, che ha imparato a sue spese “cosa significa essere osservate con malignità” (e perciò capace di stare in qualche modo vicina a quell’emarginata), alla suora incattivita dall’intransigenza con cui vive il sentimento religioso perché per lei “il mondo è un furente nido di belve” e chi non domina “la propria parte inferiore e animalesca è da disprezzare”. A queste voci si unisce poi quella, in corsivo, della vittima, ormai morta, ma ancora calda di vita, che fa da controcanto al resoconto esterno delle consorelle aprendo uno squarcio nel suo io più segreto e dolorante.

Il silenzio è all’origine di tutte le storie, afferma la Pariani. La letteratura, dunque, può far giungere a noi l’urlo degli indios offesi, delle innocenti vittime della dittatura argentina, l’urlo che suor Alice, la “monaca volante” lanciata dagli aerei nel vuoto, non ha la forza di emettere. Suor Alice, che certo non è una monaca forzata, sopporta atroci torture per non tradire i perseguitati dai militari.

Nella seconda sezione della raccolta il tema del silenzio si combina con quello dell’amore. In Per maggiormente regalarla suor Celeste (al secolo Virginia la figlia di Galileo Galilei) si costringe a non parlare per espiare la ‘colpa’ di amare la vita, di essere legata alla bellezza del mondo, della natura. Si è autopunita per avere provato sollievo alla morte di suor Orsola che, con crudele spirito pedagogico, aveva chiesto di essere vegliata nell’agonia proprio da lei. Dal padre suor Celeste ha imparato che “senza il puro piacere di vivere niente si giustifica: né la fatica di ogni giorno né ancor meno lo scrivere” (p. 170); a questa convinzione fa da contraltare la rigida regola monastica che vuole conculcare ogni moto spontaneo di vita, ogni adesione alle piccole gioie quotidiane. E saranno “i terribili occhi”, lo sguardo minaccioso di suor Orsola, in cui tale regola si incarna, a popolare di incubi i sogni della povera suora:

Non osando sostenere la vista di quegli occhi sbarrati, suor Maria Celeste le aveva tirato il lenzuolo sopra il viso…
È sato allora che è cominciato: in sogno vede continuamente lo sguardo accusatorio della morta, sente nelle orecchie gridare “No” e sa che è la voce di suor Orsola (p. 168).

E ancora, in Arcangeli di fumo, per amore, suor Transito non svelerà a Candelaria chi veramente ella sia (o meglio chi lui sia). In un’atmosfera da fine del mondo, di dopo la catastrofe, nei resti di un convento in sfacelo “da gran tempo stritolato dalla boscaglia”, occupato da scimmie, bisce e pipistrelli, la vecchia suora, “unica sopravvissuta alla matanza del mundo”, adempie fino all’ultimo la “Consegna di svolgere il suo compito di Custode”. Durante il giro di ispezione del convento deserto, che lei ogni sera compie, affiorano i ricordi, i frammenti di una storia d’amore vietata tra una giovane di ricca famiglia e un “mezzosangue”, figlio del maestro di musica. Ed è proprio costui, crudelmente punito con l’evirazione dal fratello di Candelaria, che, facendosi passare per donna, è diventato suor Transito. Nel tempo breve del percorso serale fra le sbrecciate mura conventuali si schiude il tempo lungo della memoria della, o meglio del, protagonista. Questi rivive, in un andirivieni tra presente e passato, alcuni momenti della sua vita che vengono scanditi abilmente dal suo accidentato andare per stanze, corridoi, patii, scale.

Con un sapiente dosaggio del narrare in terza persona (continuamene arricchito dall’uso dell’indiretto libero) e di quello in prima persona affidato al protagonista, la Pariani dà un’ulteriore rappresentazione del valore attivo del silenzio che diviene ancora una volta un’estrema sfida alla violenza e alla costrizione. Ancora una volta, cioè, la dialettica parola-silenzio (“Ululai senza voce”, rammemora la suora), vita-morte, cerca un risarcimento nella scrittura. Nel rito serale di suor Transito che, ormai fiaccata dalla malattia, aspirando il fumo di kurukurì, si siede e prende fra le dita piagate la piuma, per scrivere, trova un’illusoria, e tuttavia necessaria, composizione l’inesplicabile dramma del vivere:

Sospirando si sedette, guardò di nuovo le mani di Candelaria e prese tra le dita la piuma. Le venne da chiedersi se fosse inevitabile e necessario che la scrittura dovesse nascere dalla morte; il disfacimento del mondo trasformandosi in parole (p.207).

 

aprile 2003

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