Mag 09

La signora dei porci

Con La signora dei porci (Rizzoli 1999) Laura Pariani ha scritto il romanzo della rivalsa femminile contro la prepotenza e l’odio degli uomini. Il romanzo della vendetta, del regolamento dei conti, scritto in una lingua stratificata, lutulenta, in cui il dialetto lombardo del Cinquecento viene sapientemente riplasmato, alla luce di un Gadda e di un Testori fortemente metabolizzati.

Le vicende narrate si svolgono in un livido clima cinquecentesco, nell’ambientazione impeccabile di un piccolo borgo dell’alto Milanese. C’è un evento estremo che sta all’origine delle circostanze: lo stupro che il pittore Antonio Toso, insieme a due compari, attua ai danni di Giàcuma, la quale, poco dopo il misfatto, si affogherà in uno stagno. In un’abile sfasatura dei piani temporali, la Pariani racconta il tentativo delle tre streghe Pulònia, nonna di Giàcuma, la figlia Ipòlita e la nipote Sanguèta, di uccidere il pittore, la denuncia per il maleficio ad mortem nei confronti di quest’ultimo perpetrato dalle tre donne, e il conseguente processo. Il montaggio narrativo è perfetto: l’andirivieni temporale della narrazione conferisce animosità al ritmo, i ripiegamenti analettici sono dosati con estrema cura.

A un certo punto del romanzo, in un’atmosfera di sospensione e trepida attesa si assiste all’inquietante epifania della signora dei porci del titolo, dispensatrice di sortilegi e di morte, vendicatrice dei torti e delle violenze, consolatrice degli ultimi, figura ibrida che in un certo senso richiama la maga Circe, abile a trasformare gli uomini in porci. La signora dei porci dà appuntamento alle sue donne nel folto della brughiera, accanto alla grande pietra che è il suo simbolo, donando la consolazione ma soprattutto alimentando rovinosamente il rancore.

L’impianto della storia è polifonico: le voci, ora interne ora esterne ai personaggi, provocano un effetto di coralità naturale, quasi fisiologica. La ricostruzione storica è quanto mai veritiera: gli interni delle locande, le squallide dimore dei contadini, le usanze, i riti, le feste pagane, le credenze, i proverbi, costituiscono il sottobosco di una narrazione in cui riecheggiano gli insegnamenti biblici, filtrati però da un sensibilità fortemente pagana.

Romanzo caravaggesco, La signora dei porci è tutto quanto sostanziato da una sensibilità pittorica che ci rimanda alla tradizione veristica lombarda, chiaroscurata e drammatica. In questo senso, l’attenzione della Pariani al particolare, al quotidiano, avvicina la scrittrice al pittore tardocinquecentesco Vincenzo Campi, il quale era solito ritrarre umili contadini, mendicanti, popolani in atteggiamenti rozzi, lascivi, realistici, mentre si abbuffano di cibo, masticando con la bocca aperta all’interno di buie osterie, all’interno delle quali donne prosperose, con volti torniti e rubicondi, lasciano intravedere le loro nudità.

La signora dei porci è un romanzo scritto più che con l’inchiostro, col sangue nero: sangue che pulsa nelle tempie e nel cuore degli uomini di cui la Pariani narra la misera vita. C’è un germe di morte in ogni pagina dell’opera, i vivi sembrano esistere obbedendo solamente ai comandi che i defunti, pur giacendo sotto la terra sabbiosa, continuano a dare. È un mondo di dolore e solitudine, quello della brughiera, popolato da anime morte, in cui sembra continuamente risuonare il “Dies irae”, e in cui riecheggiano le parole dell’Ecclesiaste.

Si è detto che sono forti, prepotenti i richiami biblici, soprattutto a Giona e a Giobbe, ma più forte di ogni cosa è la presenza oscura, latrice di morte, di un sortilegio nefasto, di una maledizione ancestrale: le notti degli abitanti di Magnàgu sono tormentate da strani sogni, da orride apparizioni. Le parole della Pariani, abilissima creatrice di atmosfere, cadono lente nel silenzio della notte, “come di inverno le gocce di nebbia dai rami di rovero”, ridisegnando ogni cosa, e ribaltando le verità acquisite. Al punto tale che la bilancia della verità, alla fine, comincia a pendere dalla parte di chi di solito viene stigmatizzato e condannato: nella fattispecie, dalla parte delle streghe, portatrici di una vicaria idea di giustizia, che solo in parte può ricucire gli strappi della violenza dell’uomo e della storia.

marzo 2003

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