Mag 09

Il pettine

A tre anni di distanza dall’uscita del suo primo libro di narrativa, Laura Pariani ritorna sulla scena letteraria nel 1995 con la pubblicazione di una seconda raccolta di racconti intitolata Il pettine (Sellerio, Palermo 1995) e ancora una volta edita nella collana “La memoria” di Sellerio. Anche in quest’occasione la scrittrice di Busto Arsizio mostra di prediligere la forma narrativa breve, ma rispetto al precedente Di corno o d’oro, la struttura compositiva sperimentata per l’opera del 1995 appare più pensata e complessa. Gli otto racconti de Il pettine, infatti, sono via via inframmezzati dall’inserimento in corsivo dei diversi episodi di un racconto-cornice introdotto dal titolo: È di carne la mamma? Tra racconti e cornice si stabilisce un rapporto di contiguità tematica che, pur non minando l’autonomia narrativa del singolo pezzo, dà unitarietà e coerenza costruttiva al testo.

È di carne la mamma? ha per protagonista una bambina di sette anni che viene tragicamente iniziata alla vita adulta e al sesso. La scrittura di Laura Pariani sembra pedinare da presso la bambina, metterne a nudo quei malesseri e quelle insofferenze che, covati inconsciamente nei confronti della rigida educazione materna, la spingeranno a seguire con ribelle noncuranza gli inviti di “Tògn strascé”, le cui profferte, alla fine, culmineranno nella violenza carnale. Analogamente a quanto avviene in È di carne la mamma?, anche le altre storie del Pettine hanno per protagonista delle donne, più spesso fanciulle, intente a vivere, o a rivivere nella memoria, accadimenti cruciali e momenti drammatici della propria vicenda di formazione. Ma se il racconto che fa da cornice segue uno svolgimento lineare, seppur frammentato, le altre otto narrazioni sono caratterizzate dall’andamento ondulatorio di una scrittura che moltiplica i piani temporali e le voci narranti, e procede per continue analessi, imponendo frequenti variazioni del punto di vista, improvvise accelerazioni e bruschi rallentamenti del ritmo della fabula.

Esemplare risulta allora la costruzione del racconto che dà il titolo alla raccolta, Il pettine appunto, che descrive la triste esperienza di un’adolescente la cui femminilità viene negata dall’intervento coercitivo del padre: questi arriverà ad uccidere l’unico uomo con cui Pia segretamente s’incontra. Il Pettine dà spazio ad una figurazione a montaggio alternato: la narrazione passa da un personaggio all’altro e gli stessi eventi vengono riferiti, arricchendosi via via di particolari, dal punto di vista di “Sopà Batista”, di “Sotùsa Pìa” e dell’“òl”, il soldato che verrà assassinato. Solo il confronto fra le diverse voci permette al lettore di ricostruire il senso profondo degli avvenimenti.

Invece nel secondo racconto, Ul sguratasciu, la focalizzazione centrata sulla bambina protagonista, Guerina, produce un movimento rapsodico e ineguale nella rappresentazione degli eventi; la storia si snoda per come viene soggettivamente percepita dalla piccola contadina spaventata dalla caduta di un aeroplano, raggiungendo effetti analoghi a quelli rintracciabili nel Miguilim di Guimaraes Rosa.

Per mettere in atto liberamente una tale varietà di strategie narrative e di scelte sperimentali, Laura Pariani ha però bisogno di ancorarsi ad un tempo e ad uno spazio reali: ogni racconto è infatti accompagnato dalla segnalazione di una data e di un luogo precisi. Le vicende narrate allora si dispongono su un asse cronologico che va dal 1646 del Pettine al 1985, data in cui è ambientato Non so se ricordi: così al gesto inventivo della scrittura è affidato il compito di riscattare dall’oblio le vite schiacciate dal procedere ineluttabile di una storia, in cui, come intuisce la vecchia Delaida di Carne che cala, “tutto è di passaggio” ma nulla muta realmente: “Sì, aveva imparato il giùso della storia. Che il destino dei paesani sarà sempre quello di stare davanti ai muli, dietro ai cannoni e distante ai padroni. […] Per i secculi secculorum. Così il mondo resterà uguale” (Carne che cala, pp. 157-158). Si tratta certo di affermazioni dal sapore verghiano, come pure di stampo veristico è l’uso frequente dei proverbi e degli intercalari innestati in una prosa che mescola in modo convincente e disinvolto italiano standard e dialetto.

Contaminazione, plurilinguismo e metaletterarietà sono componenti fondamentali della narrazione di Laura Pariani, che spesso dissemina qua e là nel testo cantilene infantili e popolari. Queste da un lato assumono quasi la valenza di parabole enigmatiche da interpretare per comprendere il senso profondo delle vicende narrate, dall’altro suggeriscono invece l’idea di un tempo circolare, di una storia che si ripete incessantemente, in cui la sorte di ogni individuo sembra fissata fatalisticamente già dalla nascita. A questo proposito, si pensi alla Margherita di Ore di filosofia, le cui avventure non fanno che mimare le peripezie della “Margheritén oibélla” protagonista della cantilena che risuona nella mente distratta della fanciulla; o, ancora, ai versi recitati dalla bambina di È di carne la mamma? (“C’era una volta un re / seduto sul sofà, / diceva alla sua serva: / ‘Raccontami una storia’/ e la storia cominciò: / c’era una volta un re / seduto sul sofà…”, p. 10), caratterizzati dal ritornare continuo di una medesima storia in cui inizio e fine coincidono.

Il pettine, con la sua forte carica d’innovazione, costituisce una sorta di laboratorio in cui Laura Pariani sperimenta temi e modalità di scrittura che ritorneranno nelle opere successive e più mature. Così il racconto di chiara matrice autobiografica Lo spazio, il vento, la radio ripercorre le esperienze vissute dall’autrice sedicenne in Argentina e, col suo impasto di italiano e spagnolo, con la rappresentazione di una terra incontaminata, popolata da indios e da emigrati, costituisce un acerbo incunabolo da cui, qualche anno più tardi, prenderà forma il ben più riuscito romanzo Quando Dio ballava il tango.

Inoltre già nel 1995, assecondando una tendenza cui non verrà mai meno, la scrittura della Pariani punta sull’intertestualità e sulla narrazione autoriflessiva. Da una parte, infatti, i racconti del Pettine dialogano con i grandi testi della tradizione letteraria, come dimostra il breve Amapòla che costituisce un vero e proprio omaggio a Tolstoj, in cui vengono registrate passo dopo passo le impressioni di una donna intenta a leggere il monologo conclusivo di Anna Karenina; dall’altra, l’autrice sembra riflettere costantemente sulla propria scrittura: osservazioni di carattere metatestuale sono infatti sparse in quasi tutti i racconti, ma raggiungono un massimo di concentrazione in È di carne la mamma? Nel personaggio della bambina ribelle e sognatrice s’indovina in nuce una sorta di controfigura della stessa Pariani sempre pronta, come ammette la scrittrice stessa nel risvolto di copertina, a riscoprire “ai margini della storia ufficiale, frammenti, brandelli di storie dimenticate e vaghe”. Allo stesso modo, la bimba protagonista è affascinata dagli oggetti dimenticati e ormai inutili, dalla possibilità di trovare il bello anche dove esso è nascosto:

Il rotto, il consumato, il fuoriuso – una copertina di carta logora, una scarpa scompagnata, un piattino senza tazzina – la fa sognare con un odore di mondi lontani.[…] Ore e ore a corteggiare la vecchiaia degli oggetti, i mondi perduti che essi rappresentano. Davvero belli con le loro possibilità infinite.[…] Forse è da qui che è venuto alla bambina l’amore per le cose piccole e brutte, il suo sforzo per vedere al di là della bruttezza, per creare bellezza con le cose scartate e dimenticate. (pp. 10-11)

 

marzo 2003

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