Mag 09

La spada e la luna

Nel 1995 Laura Pariani pubblica nella collana “La memoria” di Sellerio sia una raccolta di racconti, Il pettine, sia il suo primo romanzo, intitolato La spada e la luna. Se Il pettine è caratterizzato da una insistita tensione alla sperimentazione e alla ricerca formale che, talvolta, rallenta l’affabulazione, con La spada e la luna (Sellerio, Palermo 1995) l’autrice s’impegna in una più mediata contaminazione tra tradizione e innovazione.

Il problema da risolvere è quello di riproporre in modo nuovo l’ormai logora forma del romanzo, e la scrittrice di Busto Arsizio sceglie di rifondare il genere romanzesco puntando su una narrazione che proceda per quadri staccati e sovrapposti. Così facendo, Laura Pariani non rinuncia alla misura breve del racconto, da sempre congeniale alla sua scrittura, ma la riconverte ad un diverso uso adattandola alle esigenze di una narrazione di più ampio respiro.

Nel cimentarsi in un nuovo genere, la scrittura della Pariani mantiene infatti inalterate le sue principali caratteristiche e non viene mai meno alla propensione metaletteraria ed autoriflessiva.

La spada e la luna racconta la vicenda di formazione di uno scrittore, ambientata tra il 1554 e il1616, e, così facendo, si concreta in un’inesausta indagine sulle motivazioni e sulla necessità della scrittura stessa. Il protagonista è Garcilaso de la Vega, soprannominato “El Inca”: figlio naturale di un conquistatore spagnolo e di una principessa nativa di Cuzco, Garcilaso, dopo una lungo e sofferto percorso di maturazione, diverrà il primo vero storico della conquista del Nuovo Mondo e l’ultimo diretto custode della memoria di un popolo sconfitto e annientato.

La figura di Garcilaso è descritta all’insegna della duplicità; non solo egli è figlio di due razze in guerra, ma è anche erede di una doppia tradizione culturale: educato nella prima infanzia all’animismo naturalistico degli indios, dovrà poi imparare i rigori del formalismo europeo all’epoca della Controriforma. La scissione del personaggio viene espressa in modo manifesto dal suo stesso nome: Garcilaso de la Vega è infatti il nome acquisito che, grazie al tardivo riconoscimento paterno, viene a sostituire quello di Gomez Suarez de Figueroa attribuitogli alla nascita. Poi a sancire definitivamente la condizione di ambiguità del personaggio interverrà il viaggio col quale Garcilaso dovrà abbandonare per sempre il Perù per cominciare una vita da esiliato in Spagna. L’equivoca contraddittorietà dell’“Inca” viene infine ribadita dal titolo del romanzo, La spada e la luna, che fa riferimento allo stemma dipinto nella casa del protagonista:

Alla sinistra i simboli dei suoi antenati andalusi, castelli e leoni rampanti, alla destra la Luna circondata da un paio di serpenti che si rigeneravano attraverso la muta. “Con la espada” stava scritto sulla parte paterna, “y con la pluma” su quella materna.[…] Rappresentava la varietà delle sue matrici culturali, il suo essere doppio, anomalia a nativitate. (p.186)

Il romanzo cioè è tutto giocato sulla contrapposizione di coppie antinomiche e, mentre la vita di Garcilaso esteriormente è condizionata dalla sua appartenenza al mondo europeo, la tradizione india viene invece riscattata nella dimensione dell’interiorità e del sogno: solo l’approdo salvifico alla scrittura permetterà al protagonista di recuperare e di eternare la memoria dei vinti.

La struttura antinomica del romanzo si basa su un facile schematismo per cui la scrittrice impugna volta a volta simboli opposti e discordanti al fine di ritrarre il suo personaggio in una sorta di difficile esercizio di equilibrismo, sospeso tra istanze antitetiche e inconciliabili. Alla fine del romanzo, la personalità di Garcilaso continua ad apparire al lettore altrettanto sfuggente che al suo comiciamento. Infatti la figura dell’“Inca” è circondata da un alone di mistero che ne alimenta di certo il fascino, ma che ne sminuisce la reale consistenza: il personaggio di Garcilaso non diviene mai persona, non assume caratteri specifici e netti, ma resta un inafferrabile eroe da leggenda. Esemplare a tal proposito è l’episodio della morte del protagonista che si spegnerà in solitudine, lontano da casa, durante la celebrazione, ammantata di sacralità, di un esoterico rito mortuario in cui il suo spirito si riconcilia con le figure dell’infanzia e si ricongiunge ai fantasmi di un mondo tramontato. Il suo cadavere peraltro non verrà ritrovato.

“El Inca” diviene quindi una raffigurazione allegorica dello scrittore per antonomasia, dello sradicato che rinuncia alla vita per la scrittura e, incaricato di conservare le memorie dei morti, si isola dai vivi, votandosi, con una scelta di sacerdozio, alla missione di cui è investito da uno stregone che gli appare in sogno: la sua missione sarà quella di scrivere la storia di una civiltà scomparsa, perché “memoria de uno solo no sirve para nada”(p. 43).

Decisi che dovevo fare della contraddizione la chiave per accedere al sapere e vivere lo sradicamento dalla mia terra come fosse una patria da cui si vede ciò che agli uomini comuni è nascosto. (p. 235)

Così confessa lo stesso Garsilaso, la cui figura nel finale si intreccia e quasi si confonde con quella di altri due scrittori: Cervantes e Shakespeare. Questi entrano in contatto con Garcilaso perché condividono con lui la sensazione di estraneità al reale: la scissione e la condizione di esilio che Garcilaso sconta sulla sua carne, così da diventarne egli stesso emblema, è vissuta dagli altri due come un dissidio interiore. Garcilaso, Cervantes e Shakespeare moriranno tutti significativamente la notte tra il 22 e il 23 aprile 1616.

Il pregio forse maggiore del romanzo è però riscontrabile nella scorrevolezza disinvolta di una lingua che mescola insieme italiano, spagnolo e più rari termini dell’idioma inca, e che, se a tratti si fa aulica, altrove mima agilmente le movenze di un parlato in cui s’innestano con naturalezza citazioni da Dante, Michelangelo e Shakespeare.
Protagonista unico della vicenda è Garcilaso, il cui mito rivive nel ricordo del figlio Diego, nelle parole della madre Chipu e della schiava Beatriz, nelle riflessioni del vecchio inca Otazù e nel ritratto che ne fa Cervantes.

La narrazione polifonica di La spada e la luna avanza, come già notato, per quadri separati, eludendo la linearità progressiva della fabula e dando spazio a continui andirivieni temporali e a improvvisi mutamenti di punto di vista. Non a caso, il romanzo ha per sottotitolo Quattordici notturni, in quanto è suddiviso appunto in quattordici capitoli: ognuno di essi è accompagnato dalla segnalazione della data, del luogo, della fase lunare che scandiscono lo svolgimento dell’azione. Le scene rappresentate infatti hanno sempre uno sfondo notturno, dal momento che la notte è popolata dal sogno che “porta verso realtà sconosciute”, ed è il tempo del ricordo e della scrittura.

A conclusione del romanzo s’incontra un ultimo capitolo intitolato Epilogo. Un dialogo tra morti?, in cui Laura Pariani riafferma ancora una volta il valore della scrittura che resiste persino alla scomparsa del suo autore: s’immagina infatti che il dialogo a distanza tra Garcilaso, Cervantes e Shakespeare continui, anche dopo la morte simultanea dei tre, attraverso le lettere che ognuno di loro ha inviato poco prima di spegnersi. Il libro si chiude quindi con il messaggio di speranza affidato all’ultima missiva di Garcilaso che, rincuorando gli amici angosciati perché “la vita non è che un’ombra che passa, un povero attore che s’agita e si pavoneggia per un’ora sulla scena, e non ne resta più memoria”(p. 253), annuncia l’avvento di un futuro in cui i tre riprenderanno il filo interrotto dei loro discorsi, alludendo così o alla morte stessa o piuttosto ad un ritornare del tempo su stesso e alla ciclicità della storia: “La morte non esiste così come ce l’hanno insegnata. E tutto ritorna…”(pp. 253-254).

Ancora una volta, dunque, Laura Pariani annuncia il trionfo della scrittura sulla stessa caducità dell’uomo e ribadisce la funzione salvifica della memoria, capace di sottrarre dall’oblio le vicende dei diseredati e degli sconfitti travolti dalle violente ragioni della storia.

marzo 2003

About The Author