Mag 10

Quando dio ballava il tango

Assumendo una metafora musicale per rappresentare il movimento della vita, per cui Dio è colui che scrive la musica e gli uomini coloro che la ballano con “passi incerti” (ma ci sono momenti di grazia in cui Dio balla con loro), il romanzo Quando dio ballava il tango ha le movenze di un tango dalle cadenze malinconiche, dolorose, sensuali e appassionate. In esso passi e figure si intrecciano in un’esecuzione rigorosamente femminile. Sedici donne si raccontano abbracciando un secolo di storia, dal 1887, anno in cui la più anziana di esse, Catterina Cerutti, emigra dall’Italia in Argentina, al 2001, anno in cui la più giovane, Corazón Bellati, torna in Argentina, dopo esserne fuggita nel ’78.

Sono donne di diverse generazioni, figlie dell’emigrazione, tutte allenate al dolore e alla fatica del vivere, i cui destini si incrociano in una rete di rapporti «parentali» e familiari. Storie al femminile, dunque, ma, attraverso di esse, storie di uomini, «di padri, mariti, amanti, figli». Il mito rivive in questo romanzo polifonico nella sua verità profonda e non abbisogna di stravolgimenti. E non è, forse, il mito «ciò che accade-riaccade infinite volte nel mondo sublunare eppure è unico» ? Quel che qui si ripete e invera ogni volta, in tante gradazioni e rappresentazioni, è l’antico schema di Ulisse e Penelope che così viene ridisegnato nei pensieri di Corazón con la tecnica dell’indiretto libero:

Ecco, questa opera-tango di Piazzolla può servire a evocare le storie in cui si è imbattuta in questi mesi: donne che tiravan fuori le fotografie di padri, mariti, amanti, figli; visi di uomini che ancora dai loro ritratti sorridevano, perché la loro scomparsa –morte, abbandono, fuga- li bloccava in un attimo di giovinezza che sarebbe durata per sempre, mentre loro, le donne, le penelopi erano invecchiate; ulissi che chissà se qualche volta avevano avuto il sospetto che l’amore delle loro spose era tanto più grande (p. 300)

Corazón è tornata a Buenos-Aires dopo averla lasciata ventitrè anni prima per sfuggire alle persecuzioni, alla paura. E’ lei che appare all’inizio del romanzo come interlocutrice attenta di Venturina, il primo personaggio di questa ricca galleria di ritratti femminili, e lo conclude cercando di raccogliere i fili della vita di ognuna per tessere la tela della memoria e continuare a tenere accesa la fiaccola dei ricordi.

Così, divenuta grande, la piccola Cora rispetta la consegna della bisnonna Catterina, non delude le sue aspettative:

La Catterina passa in rassegna i nipoti, sforzandosi di trovare in ciascuno di loro un segno che le indichi di essere in grado di diventare il depositario dei suoi ricordi […] Se non fosse così piccolina, la Catte direbbe che questa bambina è la persona giusta: sempre pronta a ascoltare, a tenere a mente. Ma forse non è un’impresa impossibile. Certo bisognerà insegnarle tutte le storie di famiglia, coltivare in lei il gusto del ricordare: perché apprenda a guardare con gli occhi della bisabuela, palpare con le sue mani, tremare con le sue stesse paure. Sicuro. Perché un bambino non dovrebbe poter ereditare la memoria? Non si ereditano forse il colore degli occhi o il modo di sorridere? (p.70)

Guardare con gli occhi, palpare con le mani, tremare con le stesse paure di chi ci ha preceduto, riandare, in tal modo, in un cammino a ritroso senza sosta, all’inizio, alle origini, per dare consistenza, spessore, al presente: in questo nodo si svela interamente la tensione verso il mito di Quando Dio ballava il tango. E sono le donne, le più anziane, le ‘antigue’ (in castigliano), a viverlo spontaneamente, a sentire il ripetersi di un’eterna storia.

La vecchia Encarnada, per esempio, figlia di Togn Majna e di un’india, Pilar, vive, nella sua indigenza, in una comunicazione profonda con la natura tanto da potersi sentire, in «una di quelle mattine in cui l’alba risveglia memorie dei tempi in cui Dio ancora percorreva la terra con voce d’uccello», «la prima donna della terra, o forse l’ultima: ché finché gli altri dormono e si è soli, il tempo non esiste». Di un tempo in cui Domeneddio stava ancora a guardare gli uomini ha memoria un’ altra vecchia, Catterina, che sa quanto la vita e la morte siano vicine e ha il cuore abitato da tutti quelli che se ne sono andati e dalle loro storie:

Le loro storie, di quando erano vivi. Ché al loro tempo tutto andava diversamente, non come oggi che può accadere qualunque cosa. Nelle famiglie antiche quel che capitava era perché doveva succedere. E Domeneddio a quel tempo stava ancora a guardarci: la notte camminava sui tetti. Leggero come se ballasse, e si metteva a sbirciare dentro le case a studiare la gente. E poi faceva succedere quel che voleva Lui; capisci, Cora?(p.72).

E’ un sapere antico quello proposto dalla bisnonna che, però, ha un riscontro nella concreta esperienza del vivere. Venturina Majna, figlia di Togn -emigrato con doppia famiglia, una in Italia, una in Argentina-, madre di Filippo e Costante –anche loro emigrati- ha patito sulla propria pelle il dolore dell’abbandono. Ennesima incarnazione di Penelope, essa conosce tutte le gradazioni di quel dramma, quella della figlia tradita, quella della madre lasciata dai figli in cerca di fortuna, quella vissuta da sua madre la Dalgisa, moglie avvilita e impotente di fronte alle inquietudini del marito tornato a casa, ma ormai estraneo e attanagliato da un’altra nostalgia che lo spingerà a lasciarla nuovamente:

“Pà, cos’è la nustalgìa, che la nominate sempre?” gli ho chiesto.
“E’ un dolore…”
“Ma un dolore come?”
”Come si fa a dire, la mé Venturina?… Per esempio, in Mèrica era il dolore di non vedere mai un monte, neanche un puggèt di quelli piccoli, di non poter battere il piede contro una pietra, perché da ogni parte che ti giravi c’era solo palta e sabbia… Allora, appena per caso inciampavi in una pietra vera, ti sentivi dentro intera la memoria dei monti dove eri nato… Ecco cos’è la nustalgìa… Invece adesso è all’incontrario, mi mancano quei posti-là” (p.19).

Nel colloquio con Corazón, la nipote, figlia di Filippo, perseguitata in patria e venuta a cercare rifugio «nella terra della memoria», Venturina rievoca i sofferti momenti in cui precipita irreparabilmente un disastro familiare e, cessata la lontanza fisica, sopportata per tanti anni, subentra una incolmabile lontananza interiore.

L’incontro di Venturina con la nipote risana una vecchia ferita, Corazón, andando a cercarla, la ripaga della lunga attesa e le dà infine un senso:

…ché da un’epoca veramente senza fondo mi ha sostenuto nella vita soltanto l’attesa che qualcuno –questa ragazza spuntata dal nulla?- tornasse da laggiù, dall’altra parte del mondo, a chiedermi conto di come tutto sia cominciato. A me, l’abbandonata.(p.22).

Vite che s’intrecciano, dunque, generazioni che s’incontrano. Dalle patrie parallele, l’Italia e l’Argentina, dalla doppia «vita d’inferno», dalla doppia lingua matura una ricomposizione. Laura Pariani domina questa materia ricca e complessa trascorrendo abilmente dal narrare in terza persona al monologare in prima persona, dall’indiretto libero al discorso diretto, giungendo a dare visibilità anche grafica al non detto, attraverso l’impiego del corsivo, a ciò che i personaggi nascondono e non comunicano direttamente. Un’avveduta strategia che, confermando le doti narrative della scrittrice, si organizza, dispone e libera in un mistilinguismo composto da italiano, dialetto, castellano.

Penelope in questo romanzo dismette gli abiti regali per indossare i panni dimessi delle contadine della valle del Ticino o delle figlie degli emigranti italiani in Argentina e parla una koinè dolcissima.

E Corazon? È anche lei un’abbandonata, ma al contrario della madre, Dulce, non perché il suo Ulisse ha avuto una storia con una «mezza india», ma perché il suo uomo, Giordano, è desaparecido. E’ una donna che, per questa esperienza esistenziale estrema, conosce a sua volta la fuga, lo sradicamento: il suo peregrinare ne fa una Penelope moderna, che, dopo avere accolto il testimone delle altre donne, senza perdere la sua identità, incontra le inquietudini di Ulisse.

Così il mito, senza sottrarsi alla sfida del tempo e della storia, in queste riletture dell’oggi più cogente, ritrova la conferma della sua più profonda verità.

aprile 2003

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