Lug 13

Corazon Bellati – Sul far del mattino

Corazon è la vera protagonista di Quando Dio ballava il tango: la sua figura compare nel primo e nell’ultimo capitolo, apre e chiude il romanzo, mettendone in luce la struttura circolare.

Corazon affronta un viaggio ‘fisico’ dall’Italia all’Argentina che corrisponde ad un viaggio interiore, alla ricerca di qualcosa che le appartiene in quanto donna innamorata, abbandonata e costretta a lasciare la propria terra. Le tappe di questo suo percorso si intersecano, inevitabilmente, con quelle di tante altre donne che, direttamente o indirettamente, sono legate alla sua famiglia e alla sua storia e che, proprio in quanto donne, sono costrette a portare pesanti fardelli.

Il romanzo si apre con la storia narrata alla nipote da Venturina Majna, la nonna paterna della protagonista, che vive in Italia, a Cascina Malpensata, e si conclude con il capitolo dedicato alla stessa Cora, descritta sul punto di far ritorno al paese d’adozione dopo aver ripercorso vite, episodi e territori argentini, in una costruzione simmetrica molto efficace ai fini di una rappresentazione letteraria e formale altamente affascinante.

Nei due diversi momenti del romanzo, il sentimento da cui è animata Corazon nei confronti dell’Italia muta notevolmente e quasi si ribalta: nelle prime pagine, infatti, la donna, giunta da poco in un paese del tutto sconosciuto, ospite in una cascina buia e disadorna, prova nostalgia per gli ampi spazi della sua terra natale. Al contrario, nell’ultima sezione del libro, nella protagonista prevale il desiderio di far ritorno al più presto in un’Italia, che rappresenta ormai una sorta di patria d’elezione (cfr. p. 288). Tale cambiamento di prospettiva è una conseguenza di quel processo di maturazione interiore che avviene in Corazon, favorito dalla difficile esperienza dell’emigrazione. “Chi torna dopo un periodo d’emigrazione non è mai chi è partito, anche se continua a chiamarsi con lo stesso nome di prima; che è solo questo a mantenersi costante, nient’altro…” (p. 15), ammette la protagonista commentando il racconto della nonna, e velatamente alludendo alla propria esperienza.

Lo sradicamento dalla terra d’appartenenza, l’adozione di una nuova lingua e di una differente visione del mondo segnano incisivamente l’emigrante con un “marchio di alterità” (p. 291). Il dolore causato dal brusco sconvolgimento di abitudini e costumi non solo scalfisce l’equilibrio interiore della persona, ma sembra persino capace di modificarne le espressioni e i lineamenti del volto.

Corazon fa da filo conduttore dell’intera narrazione ed è presente in più punti del romanzo: seguendo la cronologia della fabula e mettendo insieme le diverse scene in cui Cora compare, è possibile ricostruire una sorta di evoluzione fisico-psichica del personaggio. Corazon viene inizialmente presentata come una bambina carina (“ha un’aria da nina, così buffa con gli occhiali e le trecce rossicce”, p. 63) e piena di vita (“…si mette a saltellare sui gradini. Si vede che non sta più nella pelle dalla voglia di mettersi a correre lungo il viale centrale”, p.71); successivamente viene descritta come una ragazza, in età da collegio, dal carattere deciso (“Cora, Cora, perché non sei venuta con noi? Tu sì che con una delle battute che sono la tua specialità sapresti mettere al suo posto questo stronzo”, p. 253) e con tanti progetti per il futuro (“…le lezioni, i compiti insieme a Cora, i libri scambiati, le chiacchiere su quando sarebbero state grandi”, p. 262). La scrittrice ne ripropone poi il ritratto, a vari anni di distanza, quando Corazon è ormai una quarantenne dal viso triste e dai capelli grigi: il cambiamento della donna è tanto evidente da non sfuggire neanche alla suocera, che infatti rimpiange la scomparsa dell’“alone di forza dei suoi capelli rossi” visti in foto tanti anni prima (p. 239). Infine, nell’ultimo episodio, la fanciulla spensierata e ormai nota al lettore si è trasformata in una donna alle soglie dei cinquanta anni, che vive sola, con il timore di specchiarsi per la paura di non riconoscersi (cfr. p. 288). Proprio a questa bambina vitale che diverrà una donna stanca e disillusa è stata affidata una missione: tenere vivo il ricordo, riuscire a far ardere la fiamma della memoria. Sin da piccola Corazon è stata investita di tale missione dalla nonna Catte per la sua capacità di ascoltare e di tenere in mente (p. 70). Si tratta di una sorta di eredità di pensieri e parole, come se tutto il sapere memoriale della bisnonna le fosse trasmesso assieme alla sua anima. Esemplare, a questo proposito, è l’augurio inviato a Corazon “…perché apprenda a guardare con gli occhi della bisuela, palpare con le sue mani, tremare con sue stesse paure” (p. 70), e mi permetterei di aggiungere: “soffrire delle stesse pene”.

Le donne del romanzo, le persone che Cora intervista o di cui cerca di ricostruire il passato sono infatti vittima delle sue stesse paure e scontano lo stesso destino di solitudine e di sofferenza. Tutte le storie narrate nel romanzo sono caratterizzate dal protagonismo di donne abbandonate, tradite da uomini, spesso violenti o, al contrario, apatici e indifferenti (ed è quanto si verifica nel rapporto tra Amabilina e Angel o tra Eloisa e Costante Bellati). Tali donne sono “Penelopi”, come l’autrice stessa le definisce (p. 300), che attendono il ritorno del loro Ulisse.

Le poche figure maschili positive, compresa quella di Giordano, marito di Cora, sono destinate a non vivere fino in fondo il loro rapporto d’amore. Vale la pena di precisare che queste figure maschili positive sono per lo più appartenenti alle generazioni più recenti: basti pensare alle coppie formate da Teresa ed Emilio, Corazon e Giordano, Raquel ed Ambrogio, Paolo e Darwin. Ma anche in questi casi assistiamo ad una separazione della coppia, non determinata dall’egoismo dell’uomo ma dalla crudeltà del destino, ed allora una vita armoniosa viene interrotta da una morte tragica e casuale, o piuttosto dalle violenze della storia: in particolare, il romanzo mette in scena la drammatica questione dei desaparecidos scomparsi per motivi politici.

La stessa Corazon appare agli occhi della suocera Socorro “desconocida” (p. 244), vocabolo che ha con una fine assonanza con il termine desaparecido, a voler significare una interscambiabilità tra le due espressioni. Socorro, come già aveva fatto la nonna Catte, vede in lei la persona giusta per raccogliere le sue memorie, i ricordi di un passato ormai lontano : “Le piaceva l’idea di forgiare un altro anello nella catena delle generazioni” (p. 248).

Sullo sfondo della vicenda di Cora, si agitano i problemi storici di un’epoca di crisi e di passaggio che trova sfogo nel fenomeno dell’emigrazione. Corazon è una ragazzina cresciuta in una dimensione ambigua, il cui padre italiano lascia la famiglia, dopo aver vissuto di nascosto una doppia vita. E, quando la stessa protagonista, finalmente, riesce a costruirsi una nuova vita con il marito, è costretta a subirne la separazione per sempre e a dover affrontare con terrore le persecuzioni politiche (pp. 297/ 298). L’unica soluzione per lei è quella di fuggire, di emigrare nel paese da dove tutto è cominciato, da generazioni, da dove hanno avuto inizio i viaggi della speranza, per un futuro migliore.

E con Corazon la rotta dei viaggi transatlantici si inverte: l’Italia diventa il nuovo punto di approdo!
Le note del tango, infine, avvolgono le ultime pagine del romanzo, dove il tema della morte e quello della vita si intrecciano inevitabilmente: la danza argentina accompagnerà Cora nell’ultimo ballo con il suo Giordano durante il loro incontro finale
e la donna “è venuta in Argentina anche per questo: non tornare sarebbe stato come mancare ad un appuntamento” (p. 301).

Il tango è proprio la danza sulle cui note ballava Dio quando nacque Corazon: “…si potrebbe dire che Corazon è venuta al mondo nel momento in cui alla radio suonavano un tango […] e a Dio venne voglia di ballare una figura complicata” (p. 301).

 

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