Lug 13

Teresa Roveda

Teresa, nipote di Luigi Roveda e di Demetria, la sorella che Caterina si trovò a dover sostituire nel ruolo di madre e moglie, è comunque uno dei personaggi meno inseriti nelle trame parentali del romanzo Quando Dio ballava il tango.

Teresa, 48 anni nel 1978. Fino a due anni prima era una semplice ex-professoressa di letteratura, con al fianco Emilio, l’uomo che ama, un disegnatore di fumetti, e il suo cagnolino. Adesso anche lo squillo del telefono la tormenta. Tutto l’episodio di cui lei è protagonista ruota su un contrasto di fondo tra il suo stato d’animo e un’inebetita esaltazione della gente che la circonda, legata alla finale dei Mondiali di calcio. Difatti il frangente in cui Teresa viene sorpresa dalla scrittrice non è un momento qualsiasi: è il giorno del trionfo calcistico dell’Argentina, ma soprattutto è una congiuntura buia, la dittatura sta distruggendo un paese. “Le urla di giubilo e il clamore di migliaia di clacson” coprono le preghiere di una donna alla quale è appena giunta la notizia della morte del suo uomo (p. 195).

I riferimenti alle condizioni di vita, alle sofferenze iniziate con il golpe militare attraversano tutto il racconto con un afflato commovente: “Strano quanto poco ci voglia per cadere dal Paradiso all’Inferno. Antes y despuès, prima e dopo. In mezzo una data: 24 marzo 1976. la vita traversata dalla spaccatura di quel giorno” (p. 182).
In questo clima nomi di desaparecidos, di giovani sconosciuti scomparsi o uccisi, sono una nota costante che all’ansia aggiungono un sottofondo di profonda malinconia.

Teresa procede per gesti meccanici, viene sorpresa dall’autrice in momenti banali, mentre stacca le tende per metterle a lavare, mentre si sistema i capelli prima di uscire e si accorge di avere il rossetto sbavato, mentre bacia la foto di Emilio; ma questa semplice quotidianità non fa che porre l’accento su una realtà che di ordinario non ha nulla, se solo lo squillo del telefono è in grado di sconvolgere un’intera giornata. E il telefono squilla per tutto l’episodio, sostituendosi alla musica del tango che aveva fatto da colonna sonora in tanti episodi del libro. Ma i pensieri penosi sono addolciti dalla letteratura, della quale emerge la funzione “consolatoria” e al tempo stesso il ruolo di sprone intellettuale. Teresa ricorda le letture infantili, le figure della Divina Commedia, che le davano una immagine puerile dell’Italia, suo paese d’origine, ma soprattutto le letture mature, Joyce e in primo luogo Kafka.

Proprio questa passione per la letteratura le ha istillato l’amore per l’insegnamento, inteso come desiderio di comunicare quest’ardore: “Perché un libro era vita, amore, libertà d’immaginare” (p. 185) sia durante la dittatura, nel 1978, che nel pieno della crisi argentina, nel 2002, come la scrittrice evidenzia in un articolo de “Il Secolo XIX” del 28 aprile 2002.

Oltretutto Teresa è una delle poche donne di cultura del romanzo. È questo aspetto a distinguerla dagli altri profili di donne, insieme al fatto che l’abbandono di cui è vittima è del tutto involontario: Emilio ha dovuto lasciare l’Argentina per motivi politici, non certo per separarsi da lei. È la storia, questa volta, la colpevole, anche se ciò non rende il dolore meno cocente: “Quella di un assente è la peggiore di tutte le presenze…” (p. 180).

Altro motivo essenziale nell’economia dell’episodio è il fumetto, nuova faccia della poliedrica cultura di Teresa e ambito ben noto alla scrittrice se si tiene presente proprio la sua esperienza di disegnatrice di fumetti (la stessa professione di Emilio). Inoltre anche questa espressione culturale è profondamente radicata nella società in cui si manifesta e non è per nulla avulsa da essa: viene citato, ad esempio, Oesterheld, famoso sceneggiatore argentino, molto impegnato politicamente e anche profondamente colpito dalla repressione, e il suo fumetto L’Eternauta, emblema di una risoluta partecipazione alla vita pubblica (argomento centrale è infatti la lotta di un gruppo di “sovversivi” contro gli alieni, evidente allusione al regime dittatoriale).

Nonostante tutto, l’ansia che incombeva, insieme al rumore degli stivali sin dalle prime righe, non si risolve. Teresa si abbandona al sonno per dimenticare, in un momento in cui la memoria impedisce che la ferita si rimargini; quella memoria che al contrario, per l’attempata Catterina, è l’unica cosa che vive (“chè solo existe el pasado, la memoria…” p. 69).

In conclusione, capiamo quanto l’epigrafe iniziale sia chiarificatrice: “un paese che è fatto d’oblio” è quello di Teresa, un mondo “sempre grigio”, come dice anche il sottotitolo, un non-luogo desolato e fittizio in cui, sullo sfondo plumbeo, spiccano le bandiere e le coccarde bianche e azzurre.

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