Lug 13

Venturina Majna

Il primo capitolo di Quando Dio Ballava il tango è dedicato a Venturina Majna, figlia italiana dell’emigrante Togn e madre di due figli, anch’essi destinati a lasciare l’Italia.

Venturina è la capostipite di quella schiera di donne illuse e deluse, figlie dell’emigrazione, allenate al distacco, all’abbandono e a una muta sopportazione del dolore, costrette a subire la violenza dello sradicamento dalla famiglia, dalla terra di appartenenza, dagli affetti più cari, portandosi dietro storie di solitudine e di amarezza. Venturina è una Penelope, l’“abbandonata” per eccellenza.
Alla cascina Malpensata, in cui vive sola, Venturina ormai vecchia riceve inaspettatamente la visita della nipote Corazòn e della sua bambina, che non ha mai conosciuto.
L’incontro con Corazòn servirà inaspettatamente a sanare una ferita che nel corso dei suoi lunghi anni Venturina ha sempre portato nel cuore: l’attendere invano il ritorno dei suoi cari.

Il passato, dunque, torna con l’arrivo di Corazòn e la nonna può finalmente riportare in vita, attraverso i racconti, le esistenze e i volti dimenticati che si celano in ognuna delle foto appese al muro: “Soltanto due mesi fa Corazòn e la sua bambina erano ancora nelle praterie slargate all’altro capo del mondo, adesso il loro orizzonte è in questa angusta cucina di cardenzòni tarlati, vigilata da scure fotografie di gente che fu”.

Dal canto suo, Corazòn è il personaggio femminile che lega le singole storie: non a caso a lei spetta il compito di aprire e chiudere il romanzo, raccogliendo le fila delle storie narrate, per riscattare la memoria del passato.

L’episodio di Venturina introduce uno dei temi principali del romanzo: la contrapposizione tra uomini e donne. Mentre figli, padri, mariti seguono l’istinto della fuga (“loro liberi di andarsene per il mondo, ché sono solamente le montagne che restano al loro posto”), le donne invece, sia che restino, sia che vadano, si portano addosso il destino di Penelope: “Le montagne e noi donne; sempre qui ad aspettare, a non chiedere, a non pretendere, a non seccare… dicevano che là in Mérica c’era un futuro migliore… parola che odio: una balla giustificatoria per l’abbandono, la fuga, magari pure il tradimento”.

Allora, proprio alle donne spetta il ruolo di custodi della famiglia ritratta nelle foto appese alla parete, che fermano e fissano per sempre momenti felici e giovinezze perdute. Le foto, con il loro sbiadire e ingiallire, sembrano manifestare solidarietà ai morti e quasi svelarne la presenza, perché i morti tornano a vivere solo nella pietà del ricordo.

Venturina si chiede come mai le venga tanto facile aprirsi con una nipote appena conosciuta, ma infine comprende che, a farla parlare, è la necessità di tramandare il passato: “ma mi rendo conto che è a me che tocca a questo punto contare storie, rivelare i segreti ingannatori, le chiavi di quel mondo dove… tutto ebbe inizio… che il mio compito sulla terra sarà esaurito, ma è un sapere che mi dà sollievo; che da un’epoca veramente senza fondo mi ha sostenuto nella vita soltanto l’attesa che qualcuno… tornasse da laggiù, dall’altra parte del mondo, a chiedermi conto di come tutto sia cominciato”.
Nonostante le inflessioni dialettali che colorano l’eloquio di Venturina, Corazòn riesce ugualmente a comprendere le parole della nonna e capisce quanto sia potente l’ancoraggio della memoria: la lingua materna infatti “è l’ultimo rifugio dei perseguitati”, di chi, come lei, soffre di un doppio spaesamento. Corazòn, infatti, “come tutti coloro che sono nati in Argentina, la sa lunga sia sulla nostalgia sia sui sotterfugi a cui questo sentimento costringe” e, “se è arrivata qui, è proprio perché ha bisogno di tornare indietro, ché il suo viaggio è una fuga nel passato… e questa cascina nella valle del Ticino è la terra della memoria”.

Alla fine del capitolo Corazòn si addormenta e sogna il suo Giordano, il marito scomparso, immaginandolo mentre “le dà un bacio e sale sul convoglio che si rimette in moto, lento lento, portandoselo via”; si sveglia con le lacrime agli occhi nella consapevolezza che i sogni sono “desideri di qualcosa che non è potuto succedere”.

Questo sogno è anche il simbolo della sua volontà di riappacificarsi col passato; come Venturina, anche Corazòn comprende di dover assolvere a un compito tale da giustificare l’intera sua vita: raccogliere le storie che le vengono raccontate. Corazòn, con la sua interrogante ansia di capire, per molti aspetti è la controfigura dell’autrice: nel primo capitolo chiede e ascolta, nell’ultimo assume il ruolo di diretta testimone dei fatti narrati.

 

About The Author