Lug 13

Raquel Potok

La vicenda di Raquel Potok rappresenta un nuovo tassello in quel mosaico di storie che costituisce l’ossatura del romanzo. Il titolo Tristi mattane evoca le tragiche vicende vissute in Patagonia dalla protagonista dell’episodio.
Raquel è una donna polacca di origine ebraica, compagna di Ambrogio Colombo, figlio di Maria Roveda.

Già nel capitolo dedicato a quest’ultima, Raquel aveva fatto la sua prima comparsa, in ossequio ad una strategia narrativa ricorrente in Quando Dio ballava il tango per cui ogni storia si incatena all’altra secondo un sapiente gioco di intrecci.

Il racconto si snoda attraverso un lungo monologo, in cui Raquel, rivolgendosi ad Ambrogio, ormai morto da quarant’anni, descrive l’incontro, avvenuto in un caffè di Buenos Aires, con la sorella di lui, Dulce; Raquel, molto malata, vorrebbe affidare la figlia Rosa, affetta da infermità mentale, alla cognata, perché questa se ne prenda cura quando lei non ci sarà più. Soltanto durante l’attesa di Dulce, la donna, seduta al caffè, può momentaneamente sfuggire ai ricordi, alle “tristi mattane” del titolo, “lasciandosi cullare” (p. 110) dal tranquillo fluire del reale, abbandonandosi a tutto ciò che vede e che sente per non pensare ai suoi dolori, fino a confessare di volere “dormire, morire”(p. 120).

Nel suo lungo monologo, Raquel rievoca le dolorose esperienze vissute al fianco del suo amato Ambrogio nella Patagonia degli anni Venti. Allora la drammatica cronaca di quegli anni irrompe nel romanzo attraverso la descrizione, condotta con crudo realismo, di una serie di tragici eventi: dalla caccia agli Indios alla vita dei rifugiati in Patagonia, alle uccisioni per motivi politici. Tra le pieghe di questa storia crudele s’incardina la vicenda privata di Raquel che ricorda il disumano lavoro di Ambrogio nella macelleria, la domenica di sciopero, organizzato per ottenere i più elementari diritti, in cui avvenne la carica dei soldati, l’arresto di Ambrogio e la sua spietata esecuzione.

La scrittrice, attraverso lo sguardo di Raquel, offre al lettore un’ampia panoramica dell’“esperienza estrema del fin del mundo”(p. 115). Aleggia su tutto il racconto il motivo della memoria, del ricordo che riaffiora di notte, assecondato dal buio, secondo un motivo caro all’autrice e presente in altri suoi romanzi come La spada e la luna e La foto di Orta.

Il racconto si snoda in un alternarsi continuo di piani temporali, passando dal presente (tempo in cui si svolge una sorta di dialogo a distanza tra la protagonista e il compagno morto), al passato prossimo (occupato dalla descrizione dell’incontro con Dulce), al passato remoto (utilizzato per dar voce al ricordo delle vicende vissute in Patagonia).

Puntuale come un orologio sopraggiunge il tema della morte: essa non rappresenta solo il necessario epilogo delle vicende dei protagonisti, ma, soprattutto, è una volenta presenza che lascia una traccia sui vivi, come dimostra il segno impresso dal dolore sul viso malato di Raquel. La morte è quasi desiderata dalla donna (“dormire, abbandonarmi ad un sonno senza sogni”, p. 119) o almeno viene da questa guardata con una curiosità mista a desiderio (“chissà com’è la morte […]. Forse la morte è soltanto un bel dormire, sono stanca, ho tanto sonno da recuperare ultimamente”, p. 121). E non mancano accenni che lasciano intravedere in Raquel la volontà di dar luogo ad un suicidio liberatorio (“Potrei farlo anch’io uscendo di qui. Un attimo e sarebbe finita”, p. 121).

Raquel decide di non raccontare a Dulce quanto ha vissuto con Ambrogio in Patagonia, perché, paradossalmente, la donna riesce a comunicare solo con il compagno morto: il lettore intuisce quindi che, dopo la morte di Ambrogio, la donna si è chiusa in una inviolabile solitudine. Raquel infatti è costretta ad affrontare giornalmente una difficile realtà: si prende cura della figlia malata che costituisce tutta la sua famiglia, almeno qualora si escluda Dulce, quella cognata incontrata in un caffè, alla quale, infine, la protagonista non ha il coraggio di chiedere nulla. Al contrario, Dulce ha una vita agiata, una figlia modello; eppure anche lei è stata abbandonata dal suo uomo: in virtù di tale analoga circostanza, Dulce si paragona di continuo alla ben più sfortunata cognata.

Raquel invece avverte in maniera logorante un forte senso di estraneità, sia nei confronti di Dulce sia nei confronti del paese in cui vive. Raquel infatti è una sradicata che vive sospesa tra due mondi e tra due tradizioni differenti: originaria della Polonia e di razza ebraica, è dovuta emigrare in America a causa delle persecuzioni tedesche. Per lei non c’è stato riscatto, se non nell’amore di Ambrogio.
Simile in questo a Teresa Roveda e a Corazon Bellati, Raquel non ha subito un abbandono volontario da parte di Ambrogio: quest’ultimo personaggio rappresenta infatti una delle poche figure maschili che nel romanzo riesce ad instaurare con una donna una relazione felice ma necessariamente breve, travolta dal corso inesorabile della storia.

L’epilogo della vicenda di Raquel non è esplicitato dalla scrittrice, ma resta facilmente intuibile: Raquel difatti confessa ad Ambrogio che, pur essendo condannata a morte, non vuole abbandonare la figlia ad un destino di sofferenza e solitudine. Come si evince dalla data di morte, riportata nella cronologia posta all’inizio del romanzo, le due donne si spegneranno nello stesso anno. La reticenza della scrittrice non impedisce al lettore di intuire il probabile epilogo della vicenda. Non vi potrebbe essere finale più appropriato per concludere questa storia di parole sospese, di tristezza e di solitudine, di tanto in tanto però interrotta dalla musica di un tango: quel tango che, talvolta, Dio “balla” con gli uomini.

 

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