Mar 16

Introduzione alla lettura di Giuseppe Montesano

In passato mi è occorso di presentare due scrittori siciliani, Roberto Alajmo e Giosuè Calaciura. Il primo ha scritto Cuore di madre (Mondadori, 2003), un romanzo sulla mafia considerata tuttavia nel tessuto in ombra della società; il secondo ha scritto Sgobbo (Bollati Boringhieri, 2003) un romanzo molto interessante perché ci fa vedere una Palermo abitata da extracomunitari.

Allora io parlai di ‘stile del Sud’ per loro che mi apparirono subito come narratori che andavano al di là della cronaca per forza di scrittura. Essi appartengono, infatti, a quella categoria di scrittori che si muovono sul piano del più attento e necessitato sperimentalismo narrativo; un gruppo che si distinguerà sempre più per la sua specificità e diversità, anche rispetto al quadro nazionale, o meglio rispetto ai più corrivi sperimentalismi di moda, aiutati dalle cosiddette scuole di scrittura creativa, da collane editoriali o da editors in cerca di facili fortune.

Citavo per distinguerli anche i sardi Sergio Atzeni e Giulio Angioni e il napoletano Giuseppe Montesano. I siciliani hanno alle spalle la grande tradizione isolana che non per sciovinismo ricordiamo, come a volte si sentenzia, connotata da l’identità impura che ha riconosciuto lentamente le molte culture che l’hanno abitata e la abitano. Per cui oltre all’influsso del rapporto costante con la cultura europea ora è pure connotabile l’ascolto del Sud del mondo: l’America del Sud, i paesi coloniali. Ai tempi di Vittorini insieme alla tradizione siciliana si guardava pure agli scrittori dell’America del Nord.

Ma Montesano, con il romanzo Di questa vita menzognera, come rientra e come si qualifica nello stile del Sud? E in questa epoca sempre più dominata dalla globalizzazione? Allora, cerchiamo di dare alcune coordinate fondamentali: innanzitutto la conoscenza dello scrittore della grande cultura napoletana su cui tornerò riferendomi all’altra opera di Montesano, Nel corpo di Napoli. Secondo: la consapevolezza del cosmopolitismo, antico e nuovo di questa città, e la conoscenza di Montesano della cultura novecentesca, quella della crisi epistemologica e della sua propensione a rifondarla, con la consapevolezza che il nuovo uso dei dialetti nel villaggio globale è un modo ineludibile di fare intendere ciò che di oppositivo e di vitale batte nel greve, anche grande, corpo dell’omologazione. Una forma linguistica ma di fondazione esistenziale, e questa è prova del battito diverso dei molteplici, tuttavia persistenti, cuori del mondo che sono appunto i dialetti, il cui nuovo uso contrastativo accompagna i mutamenti sociolinguistici, nel seno del romanzo. Ora, che cosa è il napoletano, che lui riprende, se non una omofonia interiore? Essa provoca naturalmente uno scarto voluto nello stile.

La scoperta di Montesano io l’ho fatta al premio Vittorini del 1999, per il suo romanzo Nel corpo di Napoli (aveva esordito nel ’96 con A capofitto, raccontando delle avventure picaresche di un giovane stralunato), e devo dire che fu una bella scoperta, mia e della giuria che presiedevo. Erano anni – allora dissi – che Napoli e il suo ‘corpo’, punto, metafora, segno antico della sua realtà storica e della sua condizione esistenziale, non si presentava alla ribalta con l’oltranza contenutistica e l’efficacia espressiva che Montesano ha dimostrato di avere in questo libro.

La narrazione, attraverso l’invenzione dello scrittore, sprofonda nelle viscere della città millenaria per riemergere ed esplodere, vernacolare ma anche cosmopolita; tra sapienza antica e scienza, ma anche pseudoscienza, contemporanea. Solo una grande polis mediterranea, dove convivono i miti del passato e le insorgenze del villaggio globale, poteva sollecitare in tal modo la fantasia di uno scrittore giovane, ma colmo dei retaggi culturali di più generazioni. In questo senso se la poesia decadente e gli sterminati percorsi del sapere, della cultura primonovecentesca, paiono unirsi in lui con l’altrettanto grande cultura barocca, non è che appena dietro Montesano non si possano scorgere i parenti prossimi, cioè la Ortese, Rea, Compagnone. Ma, nella rappresentazione della realtà attuale, banco di prova di ogni ingegno innovatore, lo scrittore è solo a modellare forme originali.

Devo dire che certi ricordi della mia giovinezza napoletana mi hanno aiutato, perché in certi personaggi di quel romanzo, un po’ meno di questo secondo, ma anche in questo, vi ho ritrovato me e i miei amici, vi ho ritrovato per certi versi quasi un generico ricalco di quella che invece era la grande figura intellettuale di Renato Cacioppoli, ma anche il gusto dei giovani intellettuali napoletani che spaccavano il capello in quattro, e vivevano per certi versi una vita assurda. Vorrei raccontarvi una mia avventura: una volta con un logico matematico, uno studioso di fisica, siamo andati alla stazione di Napoli. Il treno di questo partiva per Pisa alle nove della sera. Lui ha preso il treno il giorno dopo, perché ci siamo messi a parlare dimenticandoci del treno che doveva prendere. Insomma, sarà un modo un po’ autobiografico, forse troppo personale, ma certo che ho visto rivivere dei personaggi in carne e ossa. E devo dire che il romanzo sta sempre tra finzione e verisimiglianza, incarnandosi in quel grande genere aperto che è.

Devo anche aggiungere che rifluisce evidentemente in Montesano la grande cultura napoletana barocca che è veramente la cultura che, in sostanza, gli serve anche per questi suoi modi di particolare letterarietà, per queste sue innervature dialettali. La scelta del registro basso per porsi questioni capitali del vivere ci rende più cogenti le inquietudini del mondo napoletano. Nel trionfo del grottesco, sempre più straripante, s’insinua poi strategicamente un’ironia che a tratti riporta il senso della misura. Così in un universo in cui “solo l’esagerazione è vera”, i candidi protagonisti del romanzo, inetti e disadattati alla vita, inseguono il sogno della “verità”, della “bellezza”, intessendo interminabili discussioni su Baudelaire, Nietzsche e Blok, poeta che fin dal titolo ritornerà nel più recente romanzo, Di questa vita menzognera. La presenza del basso quotidiano si mescola dunque con la memoria stravolta dei toni alti della speculazione dotta, per cui la logica greca si riduce, appunto, allo spaccare il capello in quattro, l’interrogativo esistenziale si aggiusta a chiedere, semplicemente, di passare i tormenti di questa ormai lunga, edoardiana, “nuttata”, che costituisce la diuturna fatica del vivere dei napoletani, di noi tutti.

aprile 2005

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