Mar 21

Nel corpo di Napoli

Oisive jeunesse à tout asservie par délicatesse j’ai perdu ma vie. Con questi versi di Rimbaud, citati in epigrafe, si apre il secondo romanzo di Giuseppe Montesano, Nel corpo di Napoli (Mondadori, 1999). Emblemi di una giovinezza scioperata, oisive jeunesse, e di una vita perduta per eccesso di sensibilità (par délicatesse j’ai perdu ma vie), Tommaso e Landrò, protagonisti del romanzo, sono “due uomini senza qualità” che vivono un’esistenza oziosa alle spalle dei genitori, e cercano nella letteratura un alibi per giustificare la propria inettitudine. Incapaci di vivere nel mondo ‘reale’, dominato dalla violenza e dal disordine, Tommaso e Landrò scendono nei sotterranei della loro città, nel corpo di Napoli appunto, alla ricerca di una misteriosa energia vitale, in compagnia di due stralunati personaggi, Gerolamo Fulcaniello e Ciro Morvo, accomunati dalla passione per l’esoterismo.

Il secondo romanzo di Giuseppe Montesano, dopo l’esordio narrativo con A capofitto (Sottotraccia, 1996), è un vero e proprio viaggio iniziatico, una discesa rocambolesca negli abissi segreti di una città che diventa metafora del mondo. Scandiscono questo ‘itinerario di formazione’ tre incontri pregiudicanti per i due protagonisti: quello con Don Sossio Sesamo, capo di una potente setta, i Fratelli d’Italia per il Lavoro e la Morale; quello con l’imprenditore camorrista ‘O Tolomeo; e infine l’incontro con il già citato Fulcaniello, che vuole trovare a tutti i costi la verità nei sotterranei di Napoli. A conclusione della loro disperata ricerca, i protagonisti non troveranno la verità: la loro ansia di conoscenza, che sembrerebbe trovare una soluzione finale nell’utopia amorosa, non coincide affatto con la vera comprensione della realtà e il desiderio di «vivere oltre» si risolve soltanto in una fuga continua dalle responsabilità.

L’incapacità di andare oltre il senso letterale delle cose e di dare concretezza agli ideali di gioventù fanno di Tommaso e Landrò due intellettuali inetti e colpevoli, destinati a sottomettersi ad una logica cinica e utilitaristica: alla fine, infatti, vincerà ‘O Tolomeo, l’imprenditore senza scrupoli, e vincerà il tradimento degli ideali sbandierati in principio dai due protagonisti.

Ruotano attorno a Tommaso e Landrò alcuni personaggi femminili che, per certi versi, preannunciano le figure di donne presenti nell’ultimo romanzo di Montesano, Di questa vita menzognera. Tommaso, Landrò e Gala, l’amica romantica e appassionata dei due protagonisti, formano un triangolo alla maniera di quello che, nel successivo romanzo, sarà costituito da Roberto, Andrea e Nadja.

Il motivo del triangolo lui, lei, l’altro è di origine nicciana: Montesano s’ispira all’amicizia-amore tra il filosofo Friedrich Nietzsche e i suoi due amici-amanti Lou von Salomé e Paul Rée; fonte d’ispirazione, inoltre, è il cosiddetto “triangolo metafisico” tra il poeta russo Aleksàndr Blok, Ljuba Mendelev e Andrea Belyj. Ma in Montesano il motivo del triangolo diventa occasione per un rovesciamento parodico, e addirittura l’anima di Aleksàndr Blok viene evocata in una surreale e «disgustosa» seduta spiritica.

La officia la moglie di Fulcaniello, Zinaida in arte Zizì, un’imponente matrona napoletana ossessionata dal cibo; il suo grido di battaglia è «Fulcanie’, tengo famme…Fulcanie’, famme magnà…Ma mo’ subbeto, nu’ pozzo aspettà!». Motivo ricorrente nei romanzi di Montesano è proprio quello del cibo: le mangiate pantagrueliche, che nell’ultimo romanzo si trasformeranno in rituali osceni e mostruosi, non comunicano affatto la gioia di vivere, ma celebrano il trionfo dell’eccesso, diventano metafora della degradazione morale dei personaggi. Più che nel paese di Bengodi, di folenghiana memoria, sembra di ritrovarsi alla Cena Trimalchionis del Satirycon di Petronio:

Già dopo il timballo di maccheroni al ragù io non ce la facevo più. Zizì, ciarliera e didattica, ci enumerò tutti gli ingredienti: lo zucchero, il burro, le uova e la farina per la pastafrolla della crosta, cinque chili di “maccaruncielle”, e poi il piccione col vino e le cipolle “tritate fine fine”, la “sasiccia”, “ ‘o parmiggiano”, “ll’ova sode”, i “fungetielli”, “’a ‘nzogna”, “ ‘a ricotta”, “ ‘e purpette fritte”, il lardo nella salsa, i piselli, la conserva, le carni miste…(Nel corpo di Napoli, p. 209)

Si potrebbero applicare a questo, come agli altri due romanzi di Montesano, le categorie bachtiniane di “carnevalesco” e “basso corporeo”: il trionfo del caos, dell’eccesso, dell’irregolare, e la valorizzazione degli istinti primari generano il ribaltamento dei valori. Ma l’andare verso il basso non è soltanto metaforico: si assiste alla discesa reale nei sotterranei della città, nel corpo infetto di Napoli, e frutto di questa catabasi sarà la riemersione in superficie dei detriti, degli scarti, dei rifiuti della città. Rifiuti che diventeranno la ‘realtà’ per i protagonisti dell’ultimo romanzo, Di questa vita menzognera, spettatori inerti del rovesciamento ormai sistematico dei valori, del ribaltamento ‘normalizzato’ della verità, che si tramuta nel suo contrario, la menzogna.

Leggendo i romanzi di Montesano in progressione, si assiste alla sempre più inarrestabile degenerazione dei personaggi, e dalla catabasi, dalla discesa a capofitto, all’anabasi, l’emersione in superficie del mondo di sotto, il passo è breve. Anche il trattamento della lingua subisce un’evoluzione, in direzione di una maggiore inserzione, all’interno della struttura morfo-sintattica italiana, di vocaboli o espressioni tipici del dialetto napoletano: spesso l’autore fa cozzare l’aulico col prosaico, l’italiano forbito, pieno di citazioni colte, dei protagonisti, con l’italiano dialettizzato o col dialetto vero e proprio dei personaggi che fungono da elementi di contrasto.

Il dialetto, del resto, è per Montesano uno strumento espressivo, il linguaggio del corpo ma anche il rumore di sottofondo, e dall’antitesi italiano-dialetto scaturisce la comicità delle situazioni, come nei romanzi di Brancati, che Montesano riconosce come uno dei suoi modelli, in cui il dannunzianesimo verbale dei dongiovanni, inetti e senza qualità, si scontra col dialetto umorale dei padri, concreti e sanguigni. Del resto l’inettitudine è il tratto distintivo dei personaggi di Montesano, incapaci di amare le donne, di concretizzare i propri ideali, tanto da non comprendere, nella loro ottica ormai deformata, la lezione dei grandi maestri che pure citano a memoria: Nietzsche, Rimbaud,

Baudelaire, i mistici, vengono interpretati alla lettera, senza andare al di là del significato metaforico o allegorico dei loro testi, e l’attesa senza speranza dell’avvenire, evocata da Blok, o la ricerca disperata del paradiso perduto da parte di Baudelaire, non spronano i personaggi a resistere al male, ma li inducono a perdersi in sterili interrogazioni esistenziali. Il principio di piacere è dunque destinato a soccombere al principio di realtà. Anche gli altri personaggi maschili del Corpo di Napoli si fermano all’interpretazione letterale dei testi, ma in modo del tutto strumentale, come nel caso di ‘O Tolomeo, che distorce le massime filosofiche nicciane, si pensi al concetto di “volontà di potenza”, per giustificare i propri loschi affari. Lo spregiudicato imprenditore, infatti, progetta una gigantesca Necropoli sotterranea che, nella sua ottica ormai stravolta, sostituirà al disordine brulicante della città l’ordine eterno dei cimiteri:

Erano delle vere città, oramai a più piani, a livelli diversi, giganteschi termitai costantemente in crescita. I loculi per i meno ricchi facevano venire in mente le celle degli alveari, o i cassetti di un mobile da ufficio. E quando tornavamo di sera dal giro passando per la Tangenziale, alcuni di essi balzavano davanti ai nostri occhi in tutta la loro grandiosa bruttezza. Illuminati a giorno, alti come grattacieli, robusti da sembrare in grado di sfidare i secoli, quei cimiteri toglievano il respiro. Allo sfascio e alla fatiscenza che scrostava le case dei vivi, dissolveva gli intonaci, ne arrugginiva o scoloriva i cancelli e le inferriate facendo colare le acque lungo gli infissi di alluminio anodizzato, i cimiteri opponevano le loro luci perpetue, la loro geometria cementizia e un ordine veramente definitivo (Nel corpo di Napoli, p.72).

Una città eterna, quella progettata da ‘O Tolomeo, che diventerà la città del futuro, Eternapoli, nel successivo romanzo, Di questa vita menzognera. E la visione pericolosa dell’arte, intesa come alibi all’inazione ma anche come sprone all’attivismo degenerato, che accomuna stranamente i contemplativi Tommaso e Landrò al dinamico ‘O Tolomeo, tornerà nell’ultimo romanzo attraverso le figure degli intellettuali falliti Roberto e Cardano che, con le loro teorie, finiranno per legittimare i progetti mostruosi dei Negromonte.

Fedele alla lezione di Nietzsche, che nel saggio Su verità e menzogna in senso extramorale aveva ribaltato questi due concetti, sostenendo che le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, Montesano non costruisce un romanzo a tesi, da vero relativista, perché, come dice lui stesso, «raccontare è proprio il contrario di qualsiasi ideologia». Costruisce semmai un romanzo a chiave, in cui la realtà rappresentata diventa, come direbbe Baudelaire, allegoria: pretendere di registrare la realtà è illusorio e illusionistico; l’immaginazione, invece, proprio perché racconta le ambiguità del reale è più veritiera. Ecco che, attraverso la magia della letteratura, Montesano ci disvela la terribile menzogna della realtà.

ottobre 2005

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