Mar 16

A capofitto

Con A capofitto, il suo romanzo d’esordio, Giuseppe Montesano si confronta con un modello classico, quello del Bildungsroman, e prova a darne, novecentescamente, un immancabile, e pure personalissimo, rovesciamento.

I confini all’interno dei quali viene consumata l’infrazione dello scrittore napoletano sono contemporaneamente denunciati, dalle coordinate che l’autore stesso offre al lettore nella breve avvertenza che precede la seconda edizione del libro («A capofitto è stato scritto nell’estate del 1989, cercando un’impossibile convivenza tra Quevedo e Gombrowicz, Céline e Campanile, Jacques le fataliste e l’Anthologie de l’humour noir, i Mistici e i cartoni animati.»), e dalla sibillina sentenza di Petrus Borel – «La sera, ci fanno morire dal ridere; l’indomani, ci sotterrano.» – apoditticamente posta in epigrafe al testo.

Se la fitta trama dei riferimenti esibita dall’autore, infatti, colloca il romanzo sotto il blasone dell’irregolarità, dell’antagonismo critico, dell’infrazione consapevole e mai compiaciuta della norma, l’epigrafe di Borel, con il suo inquietante e misterioso richiamo all’inaugurazione di un noviziato di morte per il tramite della pratica eversiva del riso, contribuisce ad annunciare, del romanzo, i caratteri essenziali, finisce per offrircene, anticipatamente, la cifra più autentica e fondante. Architetto senza vera vocazione, pittore senza successo, giornalista improvvisato e alla fine anche scrittore per caso, l’eterno apprendista Petrus Borel è, infatti, già, nella Francia del XIX secolo, l’archetipo ideale degli irresoluti, stravaganti, immaturi personaggi di Montesano, di uno scrittore la cui complessa sintassi intellettuale si avvale tanto dei libri tradizionali che compongono il canone occidentale, quanto dei testi desueti e trascurati che risultano funzionali a una sua capricciosa e salutare messa in mora.

L’originalità e insieme la distanza reciproca fra i riferimenti presi a modello conferma, del resto, la complessità di una struttura narrativa che non si lascia mai completamente definire. Piuttosto che di fronte a un romanzo tradizionale con un andamento narrativo lineare, tocca, in questo caso, al lettore l’impressione di essere posto di fronte a un accumulo di materiali narrativi successivi, in cui, fatta salva la presenza del protagonista e di pochi altri sfuggenti personaggi di contorno tutto risulta provvisorio e privo di uno sviluppo compiuto. Anche di personaggi che il lettore sarebbe portato a giudicare come centrali nello svolgimento del racconto, non appena si esce dalla sezione narrativa che più direttamente li riguarda, si perdono completamente le tracce. E così il racconto della loro vicenda, su cui magari l’autore aveva investito uno o più capitoli, resta del tutto in sospeso. Il romanzo nella sua interezza, del resto, è destinato a “non concludere”.

Gombro, lo strampalato protagonista, è una sorta di picaro moderno, disponibile ad attraversare tutte le esperienze, naturalmente incline a confrontarsi con le realtà materiali più basse e degradate, con tutto il corredo degli istinti primordiali e delle più infime necessità del corpo. Personaggio privo di una definita identità personale, costantemente in balia degli eventi, lo si coglie quasi sempre irretito in spazi asfittici, privi di luce, densi, in preda a imprevedibili deficit motori:

La mia pensione, la Molly Black… Un nome raffinato, esotico! Mi aveva attirato subito, economica, alla portata. Ottava? Nona? Che categoria? Non si capiva, le scale scricchiolavano, ancora di legno, una rarità. […] Salii, gli scricchiolii erano terribili, entrai nella mia camera, chiusi a chiave, non si sa mai. I negri! Le negre! Aprii il finestrino, un quadrato microscopico che dava su un muro, non ci passava neanche la testa. Luce ne entrava niente, la lampadina non funzionava, di giorno il portiere staccava l’impianto. Appena un semibuio per non andare a sbattere sui muri, che poi ci si cozzava lo stesso, il letto occupava tutto lo spazio, la porta si apriva solo a metà, sbatteva sulla branda. (pp. 15-16)

La mia pensione era sempre al completo, un andirivieni che non finiva, anche all’alba. […] A me non mi cacciavano perché tanto nella mia stanza non ci sarebbe entrato nessuno, lunga e stretta, col soffitto a un metro e mezzo, che mi dovevano curvare per entrarci… Una bara, più o meno. (p. 195)

Come molti altri personaggi del romanzo, inoltre, Gombro si caratterizza per una sottile disposizione speculativa, per una sorta di naturale inclinazione sofistica e argomentativa:

In quattro si cercava di fare conversazione […]. Le conversazioni erano monotone, non molto varie, fino all’alba… La ventosa delle donne… Perché Dio ci aveva creati… I pezzetti di spazio di Cartesio… Il linguaggio parla… Ma le donne: sono indispensabili?… […]. Le discussioni diventavano generali, si cominciava ogni volta da capo, dall’origine. Insoddisfatti, causidici, argomentativi: Cos’è la materia? Che cosa è il nulla? Cos’è il cos’è? È cosa, cos’è? E l’è? Il supremo è, è? Ci si ingegnava in questioni ardue, teologiche: Adamo aveva i denti guasti? La mela di che razza era? L’universo e la donna sono collegati? E quali sono le posizioni migliori? Qui le divergenze diventavano irreparabili. (pp. 60-61)

La presenza di personaggi accomunati da una irrecusabile genealogia causidica, è, del resto, uno dei topoi più felici in Montesano. Invenzione, che riproponendosi puntuale anche nei romanzi successivi, contribuisce a dare meglio conto della sapienza vernacolare e cosmopolita che Tedesco ha messo in luce nello scrittore napoletano, perché la arricchisce di quella tradizione di sottilissime e vertiginose disquisizioni loiche che fanno più saldo e sicuro l’ancoraggio al corpo vivo della cultura meridionale.

Dopo i primi capitoli, dedicati al racconto delle strampalate avventure di Gombro e della sua banda di sodali, il romanzo perviene a una prima svolta narrativa quando il protagonista incontra il gigante nero Amelek e il nano Bango. Entrambi sono al servizio di una fantomatica associazione sovversiva denominata il Regno, clandestina e dalle finalità mai chiaramente determinate, ennesima manifestazione di una realtà labirintica, sfuggente, estranea a qualsiasi possibilità di razionalizzazione. È a contatto con il cuore pulsante di questa realtà indefinibile che Gombro si prova nell’impresa di una assai improbabile formazione. Si tratta infatti, come annunciato, di una Bildung alla rovescia, di un percorso di formazione inconcludente, in cui il protagonista attraverso l’esperienza di situazioni assurde e imprevedibili non approda a nessuna reale maturazione.

Nella parte centrale del libro, l’incontro con Bocco, spregiudicato e cinico imprenditore-filosofo, nietzschiano, totalmente impregnato di cultura del “negativo”, offre a Gombro l’occasione di trascorrere alcuni mesi nella villa di questi, svolgendovi la mansione di segretario. La sua tuttavia, come capita sempre al protagonista, è una occupazione da subalterno non completamente definita, indeterminata e forse indecifrabile.

Nei capitoli finali, il nuovo incontro con Amelek e Bango, è funzionale a incardinare il racconto sui binari di un possibile finale, con la presentazione di Pappos, il leader del Regno, e il fantomatico piano sovversivo che non trova sbocco. L’affidamento a un nuovo ‘precettore’, Mazziatiello, dà conto, ancora nelle ultime pagine, dell’ennesimo mancato tentativo di formazione. Gombro, infatti, risulta quasi fisiologicamente restio a intraprendere qualsivoglia percorso di cambiamento e maturazione, disponibile ad attraversare tutte le esperienze, il caleidoscopio possibile delle situazioni narrative più disparate, ne entra e ne esce senza subirne la benché minima influenza, senza lasciarsi condizionare da niente e nessuno. Vive una sua peculiare condizione di estraneità al reale, e anche di fronte all’irruzione dei dati materiali più cinici e aggressivi, rimane perfettamente imperturbabile, preoccupato come è di soddisfare prima di tutto i suoi bisogni elementari: la fame e il sonno. La sua fuga finale e il suo trovare provvisorio rifugio, sfruttando il passaggio di un carro funebre, sono così descritti dall’autore:

Sono fuori, in strada. Fa freddo, non ho nemmeno il cappotto, rasento i muri, li struscio. Conviene defilarsi, sparire, non farsi notare. […] Devo fare in fretta, svanire, squagliare. Ma che cos’è… Un rumore sordo, cupo. È un carro, un carro funebre enorme, di lusso, ma ridotto male, scrostato… A cassetta due sagome, una bassa e una alta, fischiettano qualcosa che non distinguo… i cavalli sono neri, imponenti, con i pennacchi!… Il carro va lento, ci salto sopra, provo a scoperchiare la cassa, è vuota, mi ci stendo. Ci vado appena, richiudo, mi mimetizzo. Come dicevano a casa mia? Ah… Un uomo senza soldi è come un morto che cammina… Mi sistemo meglio, immobile, può darsi che non mi notino. Più fermo! Di più! Mi irrigidisco, fa freddo, sempre più freddo. Faccio con la testa di sì… Sì, sì… Con le ciglia… Sì, sì… Fa freddo, mi appiattisco, sottile, trasparente. Trattengo il respiro. Pensare? E a che? Il carro va, lento, sobbalzando, forse fuori, forse. (p. 209)

L’’immagine conclusiva, con il protagonista che si cala in una cassa da morto per cercare pace e sottrarsi all’ennesima minaccia incombente, metaforizza esemplarmente una insanabile condizione di disadattamento e di estraneità al mondo.

settembre 2005

About The Author