Lug 08

Sgobbo

giosuè calaciura – sgobbo

di natale tedesco

Già nei suoi racconti e nel suo primo romanzo, Malacarne (1998, Baldini e Castoldi), Giosuè Calaciura, per quanto si tenga legato a temi usurati dalla cronaca, ambisce restituire alla letteratura la sua qualità inventiva in forza di una scrittura visionaria. Pur partendo da un presente assai pressante, egli si allontana felicemente da ogni referenzialità da realismo facile e ripetitivo senza scatti fantastici; ma dove già si notano, capitolo dopo capitolo, martellanti inizi anaforici.

Sgobbo, il suo secondo romanzo, è ancora una volta scritto in prima persona, ma, lungi dall’essere un’autobiografia dello scrittore, non è nemmeno il resoconto semplice delle vicende del personaggio. In un intreccio di io, noi, gli altri, la coralità che incarna la protagonista, la coralità degli spettatori e dei lettori, il romanzo di Fiona risulta l’autobiografia di una specie particolare di extracomunitari: le prostitute forzate. E anche i luoghi che le accolgono sono di una specie particolare: i quartieri degradati della vecchia Palermo.

La prima impressione è che per questa scelta tematica sulla pagina scorra un linguaggio crudo, fin troppo realistico. Subito, però, mette in sospetto la dilatazione della frase in suggestioni multiformi, una deriva di elenchi, nomenclatoria, come filastrocche sempre più enfiate, dilatate. La cantilena iterativa “boccafica ventimila” (pp. 49-56) con il cadenzato ritmo da ballata ha fatto pensare come ad un travolgimento parodico del De André di Bocca di rosa.

Tutto va tuttavia verso un concentrato rappresentativo per cui il particolare concretismo diventa simbolo e risulta lirico, si pone, cioè, in una prospettiva di assolutezza che richiama il procedere della poesia.

L ’approccio alle cose e alle figure è visionario, si tratta dunque di un realismo visionario e si scopre così pure un legame con l’eterodossia letteraria di certi scrittori siciliani come Beniamino Joppolo, che però sembra pure convivere con l’altra faccia della scrittura dei siciliani, quella che di recente rimanda alla cifra bufaliniana, con le ricercate scelte lessicali dall’alto tasso letterario.

Le oltranze stilistiche se rendono trasbordante una prosa connotata da una strenua tensione iperletteraria, al contempo assolvono quasi la funzione di anestetizzare lo scandalo, riscattando sul piano linguistico la perentoria crudezza dei fatti narrati. Viene da pensare a vecchie ma sempre puntuali considerazioni di Gianfranco Folena che osservava come il toscano puntasse sull’equilibrio formale e il siciliano tendesse all’espressività.

Calaciura sta fra la tradizione barocca e il contemporaneo espressionismo:

E oltre il codice di quel rumore ascoltai l’acqua rapida dello scafo e il pianto delle balene che si aprivano alla prua della nave e io supplicavo affondatela con le code possenti, cancellatela in un gorgo, sentii il richiamo dei delfini che si radunavano per saltare sull’onda con una gioia naturale e senza scopo, e le creature della profondità che dal basso seguivano la sagoma enorme e nera della nave e la sua scia d’immondizia, sentii il brivido delle stelle marine e la rigidità dei polpi che si ancoravano alle rocce, e lo squalo impazzito, la manta aerea trafitta, i banchi argentei che avevano perso la rotta, e tutta la carne del mare, in realtà così assente e neutrale, così separata e indifferente, fremere per il mio dolore. (p. 8)

Fin dall’inizio della narrazione non un’iterazione generica, ma più propriamente la forma stilistica dell’anafora (“Ero già una buttana e non lo sapevo”, p. 5), conduce il fatto concreto, oggettivo, in un’altra prospettiva. Un’apparente per così dire epica dell’oscenità si trasforma in una metafisica del dolore. E a ben guardare, se sono gli organismi narrativi che portano a tale metafisica e il perseguimento di ciò è ottenuto con forme stilistiche pertinenti, ne risulta che la vicenda più che collocata nel tempo è dislocata, distribuita nello spazio.

Il romanzo, più che diviso in capitoli, è fatto di sequenze che si svolgono nello spazio; cioè, le storie nella storia, in una loro varia unità narrativa, si susseguono quasi come stazioni di una per più versi anomala via crucis. Ogni in sé compiuta scheggia narrativa, un grano di rosario.

Mentre la vicenda si svolge in uno spazio determinato, la protagonista naviga verso altri luoghi. Precisamente, mentre svolge il suo mestiere, Fiona si pone sempre in un altrove, in un acquisto di più complessa psicologia. Questo incremento di umanità permette alla prostituta derelitta di impietosirsi dei malnati clienti, d’intenerirsi paradossalmente per le loro traversie.

L ’altrove consente a Fiona di conservare integra la sua umanità nativa. È una donna che subisce violenze, che esercita il più vecchio mestiere del mondo; eppure anche l’episodio posto a conclusione conferma e rinsalda l’identità a suo modo intatta di lei, umiliata fin nelle stesse modalità dell’atto subito. Non è un caso che il rapporto sessuale avvenga animalescamente, con la donna che è presa da dietro, ovviamente senza alcuna partecipazione. La posizione erotica svela definitivamente la condizione esistenziale di violenta sottomissione. (Sempre le situazioni erotiche sono importanti per fare emergere la consistenza delle posizioni ideali dei personaggi. Pure in un contesto diverso, la figura della domestica che possiede Totò Merumeni mentre questi se ne sta supino – “beato e resupino”-, mostra anche in questo modo l’inerzia del personaggio maschile di Gozzano).

La qualità dell’invenzione sta nella compresenza di realtà e sogno, dove il mare è l’utopia, la terra è la realtà, pur mutabili tutt’e due, pur corrompibili tutt’e due: il mare alla fine puzza, e si può vivere solo nella certezza “che non c’è redenzione”. Ma come l’originalità del personaggio di Fiona, prostituta, è nella dualità della sua posizione che sta tra il sofferente esserci qui e ora e il proiettarsi subito in un altrove, così il racconto di sé si svolge tra sogno e realtà, fino allo splendido finale, dove Fiona, più che sdoppiarsi, insieme vive nel sogno due esistenze:

Mi sta chiavando da dietro, col gomito mi spinge alla pecorina, davanti c’è il mare e una luce sospesa, è la nave redenta che ha mollato gli ormeggi in silenzio, naviga clandestina verso gli oceani, sono io quella a prua, mi vedo, mi riconosco nel culo a gobba di cammello, con le minne nel corsetto come quarti di luna, mi trasporta nel nero candido dei primordi, altrove, secondo l’altra rotta del mio destino, guidata dal punto cardinale di un’altra bussola, e con me tutti gli animali delle filastrocche di palude imbarcati nell’Arca di Noè, senza meta, salvati. Mentre riempie il preservativo dalla nave mi saluto con la mano e da questo cofano di automobile mi rispondo. (pp. 103-104)

È vero che questa rispondenza tra lei che salpa libera e l’utopia della nave che lascia gli ormeggi e va verso il mare, si scontra con la consapevolezza che la vita la ormeggia, invece, al cofano dell’automobile dove esercita il misero mestiere; ma nell’immaginario utopico, ponendosi in un altrove Fiona riesce ancora a vivere quello che avrebbe dovuto essere il suo vero destino. Coltivando la sua umanità, difende la sua più intima integrità. Così, in definitiva, Fiona può immaginarsi sempre di rimanere la ragazza della palude che va a prendere l’acqua.

È evidente che la forza di questa narrazione di Calaciura è nella sua capacità di raccontarci una storia cruda e ‘vera’, però senza referenzialità cronachistica. Per mezzo di un linguaggio abnorme, ricco di oltranze, di efficaci, esemplari ossimori (il “nero candido dei primordi”), striato di poesia, meglio emergono i contenuti sociali, l’urgenza dei temi di denuncia.

maggio 2004

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