Lug 08

Sgobbo – La vita del quartiere

Ci affacciavamo al tramonto per controllare dal balcone i vicoli del quartiere delle case d’Africa, come le condotte dell’acqua si aprono a orari concordati…

Questa è una delle tante similitudini delle quali Fiona si serve nel corso del suo racconto in prima persona per descrivere il mondo del quale lei è portavoce: quello delle “seratine di sgobbo”. La voce narrante è sempre quella della protagonista. Siamo ancora all’incipit del romanzo-monologo e il personaggio narrante descrive meticolosamente la vita del quartiere delle case d’Africa, popolato di “clandestini indesiderati”, di “risse tra gli arabi e i neri” dove “si parla solo la grammatica dell’alcol che non attende risposta”. Un mondo dunque dove non vi è dialogo ma al massimo “un tormentato soliloquio ubriaco spezzato da urla e conati di vomito”.

L’impianto narrativo risulta compatto e gli stessi interventi dialogici sono assorbiti da una prosa ininterrotta; non compare mai, infatti, il discorso diretto: quest’ultimo viene inglobato, senza l’uso di segni paragrafematici (due punti, virgolette uncinate), in una struttura sintattica molto articolata ( si veda ad es.: “Mi aprì lo sportello e accelerò quanto basta per spiegarmi che questa città è pericolosa e traditrice come Marsiglia di notte, c’era stato per lavoro, e la preferisco a New York e persino a Londra……” p. 22).

Frequente è l’uso di frasi complesse: ad una frase principale seguono spesso due o più subordinate, la sintassi si complica sempre più, tanto che alle pp. 18-19 un solo periodo consta di ben 22 righi: “Si sentivano partecipi del destino altrui [….] si avvolgevano negli incubi della circonvallazione”.

Non è raro nel corso del racconto l’utilizzo iterato di alcune espressioni o di singole parole, la cui ripetizione crea in certi momenti un andamento narrativo cantilenante: “ Fernando sei tu? No, sono Linda….Fernando, sei tu? No sono l’arcangelo Gabriele….Fernando sei tu? Sì mamma, sono io….”(p.15). Fanno parte del lessico di Fiona parole ed espressioni molto tecniche e ricercate che talvolta rischiano di compromettere l’intenzione realistica del raccontare, che mira a rendere il degrado della società contemporanea; a tal proposito, si pensi ad espressioni preziose come “…quando i venti cambiavano quadrante…” (p. 14), o all’uso di parole auliche come “ anchilosati”, “tomaia”, “bielle”, “paratie”. Sembra infatti che Fiona parli due lingue: da un lato quella ostentata e artificiosa che le fa, ad esempio, descrivere “…la città claudicante di cerotti tenuta insieme con il filo di ferro degli imprevisti, con gli elastici della provvisorietà.” (p. 20), dall’altro quella che lei stessa definisce “l’idioma dello sgobbo” (p. 26), ricco di parole ed espressioni crude (“pompino silenzioso”, p. 23, “buttana nera e fica fitusa”, p. 24). Questo doppio registro riflette nella lingua due aspetti diversi della personalità di Fiona : il suo lirismo da un lato e la cruda realtà dello sgobbo dall’altro che la portano ad esasperare nelle due direzioni opposte il lessico del suo linguaggio.

Tale contrapposizione tra registri linguistici opposti, però, a mio avviso, rischia di irrigidire il personaggio di Fiona, imprigionandola in una tipologia stereotipata, privandola di qualsiasi umanità reale. Ciò non è dovuto all’utilizzo del linguaggio – che possiamo definire ‘tecnico’ – dello “sgobbo” (a mio avviso usato in modo più che legittimo), ma semmai all’innesto di un presunto lirismo che al linguaggio realistico si contrappone. A mio parere, Calaciura non riesce ad esprimere quella che potrebbe essere la vera sensibilità di Fiona o, se si vuole, il suo autentico lirismo per accedere al quale sarebbe forse stato necessario mettere da parte i preziosismi linguistici, per condurre un’indagine storico-culturale, magari più sobria ma certo più concreta, sulla realtà di tutte quelle donne sfruttate, delle quali Fiona avrebbe potuto essere una portavoce, qualora si fosse approssimata il più possibile al loro effettivo punto di vista.

Non è possibile dunque un’interpretazione del romanzo in chiave sociologica. In che altro modo allora si può giustificare la scelta di un tema così complesso e doloroso?

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