Lug 08

Malacarne

Una Palermo violenta, disperata e raccapricciante fa da sfondo al romanzo d’esordio di Giosuè Calaciura, intitolato Malacarne (Baldini&Castoldi, 1998). Una città stravolta da una carica devastante, inarrestabile, di violenza e odio, che diventa il palcoscenico insanguinato sul quale il “malacarne” del titolo rievoca la sua carriera, ripercorre, attraverso un’allucinata confessione, le tappe della sua formazione, dalla marginalità dell’immondo rione d’origine ai traffici internazionali, alle negoziazioni planetarie di una mafia che vertiginosamente si espande.

Lo scenario rievocato dall’io narrante, che sin da subito, come ha scritto Massimo Onofri, si dilata in una dimensione di parossistica coralità, di provocazione epica, viene presto collocato “fuori dalla giurisdizione di Dio”; uno scenario di dolore e di “agnelli sgozzati”, di raffiche di mitra e di fiotti di sangue, inghiottito da una voluttà universale d’annullamento, da un disperato cupio dissolvi, da un desiderio di annullamento che sembra coincidere con la liberazione dall’orrore stesso. “Persino Dio ci aveva abbandonati e traditi”, si legge all’inizio del romanzo: la Palermo di Calaciura avverte l’inesistenza di Dio, l’immoralità montante, la condanna alla perdizione e all’infelicità, la nefandezza come unica legge di vita.

Già l’impressionante incipit del romanzo ci dà la misura della visione cupa, luttuosa, irredimibile di Calaciura: “Non eravamo più niente…”; un incipit iterato, soprattutto nei capitoli di chiusura, che si trasforma, come ha scritto Filippo La Porta, nella “autodenuncia di una condizione esistenziale di totale vuoto, disperante registrazione di un nichilismo cosmico”. Tanto che l’intero romanzo, per via di questo inizio, sembra assumere le movenze di un trattato di antropologia negativa, nel quale la condizione umana può essere solamente smentita o sconfessata. Una condizione in cui non c’è più posto per l’anima, come si legge a metà romanzo: “L’anima si era persa liquefatta nell’acido e gettata con tutto il resto nel buco del cesso. E per quanto Dio s’affannasse a cercarla non riusciva a trovarla, tanto che dovette istituire d’imperio divino un nuovo girone dell’inferno per i traditori morti liquefatti nell’acido. Ma lo fece solo per accontentare la burocrazia di Satana, perché anime in quel girone non se ne videro mai”.

Ma intanto incalza la verità martellante e crudele che il killer professa al magistrato, “Non eravamo più niente”, il suo messaggio disperato, la professione di un inevitabile annientamento che consuma gli uomini, e che non risparmia nemmeno i luoghi. La Palermo di Calaciura, infatti, è una città decrepita e cadente di morti viventi, di sepolti vivi che rantolano nel buio e che sperano “nell’inesistenza di Dio”: il tutto in uno scenario da fine del mondo, apocalittico, “con le trombe degli angeli schierati, la chiamata generale a rapporto delle anime”. Alla fine sembra assistere a una sorta di danza macabra, come ha scritto Goffredo Fofi nella bandella di copertina di Malacarne, alla recita del trionfo della morte, a un blasfemo dies irae. E questo universo sconvolto e visionario di Calaciura, sulla pagina vive attraverso una sorprendente tessitura linguistica, in un insolito, a volte stridente intreccio di lingua alta, della migliore tradizione letteraria, lussureggiante e barocca, e di vocaboli gergali, o paragergali.

A venirne fuori è una lingua sontuosa, ricca di umori, secentesca, che però a volte diventa enfatica, ridondante e inutilmente manieristica. In una parola, per Calaciura l’elaborazione stilistica, un’elaborazione di alta oreficeria viene da dire, è alla base del suo fortissimo empito realistico.

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