Lug 08

Cicciummardo

Era venuto al mondo come Francesco Lombardo. Suo padre lo aveva strappato dal ventre della madre che si abbandonava alla morte in una cascata emorragica di sangue più fluido e rapido dei torrenti. Nacque con due denti Francesco Lombardo, e benché non fosse buon segno suo padre lo lavò nell’acqua gialla e salata dei pozzi che si alimentavano nelle vene incandescenti di zolfo e lo quietò con il latte gratuito delle capre dei pascoli senza confini perché non appartenevano a nessuno. E crebbe come gli animali carnivori da guardia. (G. Calaciura, Cicciummardo, in AA.VV., Luna nuova, a. c. di G. Fofi, Argo editore, Lecce 1997, p. 29)

La storia di Cicciummardo si apre con la descrizione della nascita del protagonista in un episodio dai toni epici, ammantato da un’atmosfera di segni premonitori e prodigi che assumono una evidente connotazione negativa. “Nacque con due denti Francesco Lombardo” e subito dopo la nascita perse la propria identità umana, dimenticò il suo stesso nome anagrafico, subito storpiato in “Ciccimmardo”, e “crebbe come gli animali carnivori”. Sin dall’incipit, il personaggio viene dunque rappresentato come una figura di passaggio tra l’umano e il bestiale, tra il comico e il tragico, tra il naturale e il soprannaturale. Proprio la sua natura mostruosa e ambivalente isola Cicciummardo dalla comunità sociale e lo destina immediatamente ad un’esistenza solitaria condotta negli abissi claustrofobici delle miniere: l’iniziazione al mondo sotterraneo degli inferi viene celebrata dal padre, cerimoniere di un inedito battesimo “nell’acqua gialla e salata di pozzi”.

Il racconto di Calaciura si colloca in quel filone della letteratura siciliana inaugurato dal Verga di Rosso Malpelo, che viene esplicitamente citato nel testo (“…con i capelli rossi di legnotorto”, Ibidem), e poi ripreso e arricchito da Pirandello in Ciaula scopre la luna, ma, dopo avere ribadito il legame con la tradizione isolana, lo scrittore si affretta a recidere i nodi che lo avvincono ai suoi grandi predecessori, e a dare vita ad una storia fantastica e surreale. Cicciummardo appartiene infatti alla schiera dei personaggi luciferini e inquietanti che popolano la letteratura fantastica e, al contempo, dal ruolo di vittima emarginata dalla società assurge a titanico vendicatore, ribelle all’ordine precostituito, che con la sua straordinaria e perturbante energia mette in crisi l’identità stessa del mondo borghese. Il lettore parteggia immediatamente per questo personaggio di escluso iperbolico e fiabesco, anche quando questi si macchia di delitti immondi e opera immotivatamente cruente carneficine.

La deformità spirituale e corporea di Cicciummardo e la sua ansia confusa di riscatto avvicinano il personaggio di Calaciura al Frankestein di Mary Shelley. Come Frankestein, Cicciummardo ha caratteri demoniaci, è dotato di zoccoli caprini al posto dei piedi ed odora di zolfo come il diavolo. Se il “moderno Prometeo” della scrittrice inglese ha il corpo rivestito da “una pelle gialla” che “copriva a malapena il movimento dei muscoli e delle arterie”, dal canto suo la pelle di Cicciummardo, gialla di zolfo (Ivi, p. 31), è “così sottile che si indovinava il sangue scorrere a spruzzi nelle vene”(Ivi, p. 29). Entrambi i personaggi sono parti ripudiati dalla società, perché la loro stessa esistenza deforme rischia di incrinarne e contraddirne le certezze, ma né l’uno né l’altro sono del tutto colpevoli delle proprie nefandezze: sempre la responsabilità delle colpe ricade sulla società stessa, che non soltanto li ha indotti al delitto, ma in qualche modo li ha pure creati.

La metamorfosi di Cicciummardo in essere demoniaco si completa definitivamente nelle profondità del sottosuolo, quando un’esplosione di grisou incendia la miniera:

Cicciummardo si salvò per l’ansia dell’attaccamento alla vita degli animali di sottoterra, scalando le vertebre dei brontosauri, aggrappandosi con gli uncini ossuti delle sue dita di zolfataro alla roccia incandescente, sottraendo ossigeno alla stessa pietra che affogava nella lava, arrampicandosi come i ragni, scoprendo sul suo corpo arti a forma di rampino che non aveva mai immaginato e che gli uscivano dallo stomaco e dai fianchi quando scivolava verso il fuoco liquido. (Ivi, p. 31)

Una volta scardinata “la pietra tombale della superficie”(Ibidem), Cicciummardo si dà al brigantaggio saccheggiando le campagne che circondano Favara, accompagnato dal suo esercito di “vivi dati per morti” o meglio di “morti viventi”, “fantasmi d’oltretomba” “richiamati in vita per dare la morte” (Ivi, p.34), costituito dagli altri zolfatari che sono misteriosamente scampati alla morte in miniera. Allora, la compagine del racconto si arricchisce di un nuovo tema e viene modulata su toni comici da romanzo picaresco: la fame è la molla che spinge l’azione. Una fame infantile, animale, che continua ad essere il motore di molte avventure dei briganti che, dopo le più violente razzie, tornano a rifugiarsi “in dimore sotterranee così adiacenti al regno dei morti che nessuno mai aveva avuto il coraggio di frequentarle”(Ivi, p.34). La comunità, attonita di fronte all’assurda bestialità dei malviventi, ricorre all’aiuto della scienza e, per dare una spiegazione razionale al perturbante, si affida alle teorie di Lombroso, misura i crani e le ossa frontali dei briganti catturati, che nel loro ingenuo stato di natura parlano l’infantile “vocabolario dei bibì e bibò” (Ivi, p. 35). E mentre i bambini si affrettano a far da traduttori, la banda viene smantellata ed i gendarmi mettono in trappola persino Cicciummardo, facendolo entrare in città.

La lingua di Calaciura si accende allora di una nuova epicità raccontando la funambolesca fuga del protagonista che mette in scacco la borghesia di Favara, personificata nella figura di uno di suoi membri più ricchi: il farmacista. Cicciummardo s’introduce infatti nella casa di quest’ultimo, viola il sacro giaciglio delle sue figlie che perdono l’uso della parola e muoiono dopo avere visto il demone giallo. Ma ogni rivolta è destinata a spegnersi e Cicciummardo è destinato a soccombere tradito dai suoi stessi compagni, che lo gettano vivo nello zolfo incandescente.

L’appuntamento col fuoco, che Cicciummardo aveva mancato in occasione dell’esplosione in miniera, lo attende di nuovo. Mentre brucia, arso dalle fiamme, il demone zolfataro ha però ancora il tempo di mostrare il suo ghigno diabolico ai traditori, “perché nel latte delle sue capre aveva sciolto il veleno di contorcimenti atroci e senza fine rubato in una notte di fuga nella credenza sottochiave del farmacista.”(Ivi, p. 41)

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