Apr 27

Di questa vita menzognera

Nel romanzo Di questa vita menzognera (Feltrinelli, 2003) c’è un ulteriore approfondimento delle forme sperimentate nelle opere precedenti. Un approfondimento, dunque, non solo dei contenuti, ma propriamente del linguaggio. Quest’ultima opera per me è un’allegoria carnevalizzata in cui vengono fuori le doti critiche, oltre che narrative, di Montesano. A volte, quando uno scrittore è molto colto, come nel caso di Montesano, finisce per evidenziare troppo la sua padronanza di certe cose, invece sicuramente lui conosce Bachtin però se ne è servito come sottofondo critico, una cosa che si porta dentro e che gli serve appunto per fare un’allegoria carnevalizzata dell’Italia di oggi, dell’Italia berlusconizzata. Rispetto all’altro romanzo emerge più netta l’ironia che qui è soprattutto lo shock di una miseria fisica e spirituale travestita da un finto pensare in grande.

Di ciò è figura la famiglia Negromonte, ricchissima, che deve trasformare Napoli in un immenso circo mediatico-turistico: è straordinaria la chiave parodica con cui si spalancano e ripercorrono i luoghi classici della città e dei suoi dintorni, mentre s’alza l’accusa proditoria ai geologi che “ dicevano solo nu cuòfeno ’e strunzate”, a proposito dei rischi di un procurato disastro:

Secondo Ferdinando la città non si doveva più chiamare Napoli, il vecchio nome era troppo carico di negatività, era diventato banale. La città si doveva ribattezzare […] Niente affatto, Nadja si sbagliava, e lo sapevano tutti che i geologi dicevano solo “nu cuòfeno ’e strunzate”. La via da Napoli a Cuma si doveva ripristinare, assolutamente. Stradone non diceva che i carri la percorrevano nei due sensi? E allora lui ci avrebbe fatto una tangenziale a sei corsie. “E che? ’E Romane fossero cchiù capace ’e me? ’E capito, Cardà? Qua viene una sola città da Castel dell’Ovo fino a Cuma, e noi facciamo il paradiso sulla terra.” Ah, lo Sciacallo voleva realizzare il progetto di Vanvitelli e scavare il canale che collegava la Reggia di Caserta con il golfo di Napoli? E lui allora lo superava, e faceva scorrere di nuovo tutti gli antichi fiumi della città. E certo! Incanalava il Sebeto dove ora ci stava via Pessina, e poi lo faceva sfociare a mare. Il dissesto idrogeologico? Il pericolo che sprofondassero intere zone? Ma la volevamo finire! Il progetto per Eternapoli era perfetto e basta.

Ho trovato assai illuminante il finale del romanzo, illuminante non solo per noi, ma anche in rapporto al generale operare dello scrittore. Esso è anticipato dalle battute angosciate del personaggio Cardano in un tentativo di fuga disperato:

Lassa perdere, Ciro. Ma che ci devono inseguire? Tu si’ fissata Nadja. E perché dovrebbero perdere tempo appresso a noi? I morti non danno fastidio, e io sono morto troppo tempo fa. Non ho niente, hanno ucciso tutto quello che amavo, mi hanno tagliato la lingua in bocca. Non ho più niente, dove devo andare? No, io resto qua. […] Cirooo! Addò l’’e miso ’o guaglione? Quello non risorge, nessuno è mai risorto, e non saremo trasformati dall’amore! Cirooo! Quelli che hanno fame e sete di giustizia non saranno saziati, nun è mai stato overo! Cirooo…”. (pp. 186-187).

E’ proprio da questo gridare concitato che segue significativamente l’epilogo inquieto tra ombre e luci, tra annientamento e riscatto:

Stiamo salendo, e sento l’odore del mare. Le parole a brandelli di Cardano ci inseguono come un lamento, si confondono ai soffi del vento che si è levato rabbioso. Perché ci dovrebbero inseguire? Forse siamo davvero morti, e niente ci salverà. Devo tenere gli occhi protetti dalla mano per non farci entrare la polvere, se guardo nel buio scorgo davanti a me le scapole da uccello di Nadja, e ancora più avanti quelle possenti di Ciro intorno a cui si attorce e sbatte il mantello quando lui si volta per vedere se siamo rimasti indietro. Perché io Nadja? Uno qualunque per strada sarebbe stato lo stesso, perché io? Ma forse di là dalla cima, sul mare, ci saranno tutti, Andrea, Miranda, Nina, Cardano, Bianca, la ragazza con la treccia, e ci sarà anche Jeanne Duval, con i suoi occhi come laghi e il pelo di velluto scintillante sotto le carezze, e al suo fianco scivoleranno placide le tartarughe.

Per la prima volta il soliloquio interiore di Roberto si accende di autentiche spinte interlocutorie. Per la prima volta sente di essere parte di un “mondo offeso” e sembra credere nella possibilità di un riscatto, di un destino prodigiosamente salvifico che possa attenderlo insieme alle altre vittime sacrificali di quella “trista mascherata”.

Mi sento le gambe pesanti, le figure davanti a me avanzano lentissime, si allungano smisurate, Nadja guarda l’orologio accostando il quadrante al viso come un lumino nella notte. I contrabbandieri saranno andati via e non ci aspetta nessuno. Nadja! Nadja! Nadja! Voglio che ci salviamo tutti, non uno solo, ma tutti! Hai capito? Mi senti? Ma lei non si volta, e se provo a aprire ancora la bocca, la polvere me la riempie. Il vento è così forte che per riuscire a reggermi devo camminare piegato, ora la voce di Cardano è svanita, siamo a un passo dalla cima, di là scenderemo alla spiaggia, verso il mare.
Le grida sono sempre più vicine, forse è già il rumore del mare, non c’è nessun motoscafo pronto a partire, sono tutti morti. Mi sollevo il colletto per cercare di non sentire più e salgo, un passo dietro l’altro, attento a non scivolare. Il mattino dovrebbe essere vicino, ma il buio sembra ancora più fitto, e il freddo mi arriva fino a dentro le ossa. Quelli davanti hanno allungato il passo, in queste tenebre non vedo più niente. Dove andiamo? L’odore delle alghe mi assale le narici, la speranza non serve, devo solo mettere un piede dopo l’altro e camminare. Il vento mi soffoca, arrivano le voci assordanti dei vivi e dei morti, e di là c’è il mare. Saremo giudicati sull’amore? Così sia, così sia, così sia. (pp. 188-189)

Il vento significa movimento, perlomeno speranza di movimento. Sono tutti particolare minimi, ma è chiaro che il mare potrebbe essere un’apertura, una speranza, un movimento di vita, e il motoscafo l’oggetto con cui si tenta una nuova avventura. Sempre c’è tuttavia una sospensione vitale, e la metafora di prima, antifrasticamente canettiana, della lingua tagliata in bocca, è assai significativa, anche della lotta che si fa alla cultura, alla letteratura, alla comunicazione sociale.

Parlando di due libri, uno di Hillman, Un terribile amore per la guerra, e poi di un romanzo straordinario di Juan Rulfo, Pedro Pàramo, alla fine dell’articolo a loro dedicato Montesano avverte (e vedrete che può valere anche per questo suo romanzo):

Che la violenza possa essere fascinatoria, lo sapeva Juan Rulfo, scrittore messicano nato nel 1918 e morto nel 1986, e autore di soli due libri compiuti: i racconti di Pianura in fiamme, del 1953, che si spera l’Einaudi ristampi presto, e il romanzo Pedro Pàramo del 1955. L’unico romanzo di Rulfo è una discesa agli inferi inquietante e misteriosa, in un paese perduto dove vivi e morti dialogano tra loro in un’atmosfera di quieta, quasi pacata allucinazione, un libro dove la descrizione di un dettaglio si stampa indelebile e si attua una delle leggi nascoste dei romanzi: nel mondo di Pedro Paràmo tutto può accadere, il lettore è risucchiato da un continuo smottamento di significati.

Questo è quello che si trova anche nel romanzo di Montesano; pure la lezione che ci viene dalla crisi epistemologica del secolo scorso è questa: il continuo smottamento dei significati, di cui, tra l’altro, il finale mi pare una prova importante, sicura. Nella recensione lo scrittore napoletano continua così:

e la libertà à la Buñuel che sospende il mondo della veglia vi si dispiega tranquillamente. Avevano coraggio, i Rulfo, e si avventuravano sulla via regia dell’immaginazione anche a proprio rischio e pericolo. È ancora così nell’autocensura ormai invisibile a se stessa perché interiorizzata che gli scrittori si infliggono prima ancora che gliela infligga la società, l’editoria, la critica?

In questo modo torna il discorso su questi scrittori che inventano lo stile del Sud e che appunto combattono questa loro battaglia anche contro certi scrittori che sembrano fatti, diciamo così, a formella industriale. Montesano concludeva il suo articolo con queste parole: “Difficile dirlo, ma certo di vie regie della letteratura ce n’è una sola, e sopra comincia a crescerci l’erba”. Fra gli eventi della letteratura è da annoverare la speranza che una buona erba la faccia crescere Montesano.

aprile 2005

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