Lug 08

Introduzione alla lettura di Tommaso Pincio

A cominciare dalla scelta dello pseudonimo, Tommaso Pincio chiama il lettore a farsi partecipe di un gioco infinito di rinvii letterari: dall’ovvia evocazione dello scrittore americano Thomas Pinchon e del Pincio di Roma, a quella meno prevedibile del Tommaso dei Vangeli, o, ancora, dal riferimento osceno al termine ‘pincio’, mutuato, come dichiara lo scrittore stesso (si veda l’intervista), dal dialetto toscano, al significato cui rimanda, nella parlata romana, la definizione di ‘pinco pallino’.

Lo scrittore si pone al centro di un gioco di specchi già nel suo primo romanzo M (Cronopio, 1999) dove fra i personaggi c’è un bambino di sei anni il cui nome è Tommaso Pincio. Si tratta di un pre-stencil, cioè di un individuo predisposto a diventare un uomo riprogrammato per uccidere, che il cacciatore di stencil Ricard De Kaard deve, fra gli altri, eliminare.

Un esordio che sorprende per la strategia narrativa, particolarmente ardita; il racconto in terza persona, infatti, acquista un ritmo incalzante affidandosi ad un uso inedito del futuro, che, di capitolo in capitolo, si alterna alla narrazione al passato. Al piano temporale costituito dal 22 giugno 1969, e precisamente dal minuto 00.57, che si ripete e prolunga nei cinque capitoli narrati al futuro, si alterna, cioè, nei ricordi del protagonista dalle molteplici identità, quello del 1957 e infine, sulla scia di un romanzo di Philip Dick, quello del “lugubre” 1928 della Storia germanica.

Il gioco letterario fin troppo spinto, tuttavia, non occulta quelli che si configurano subito come i temi qualificanti della narrativa di Pincio, in primo luogo quello del rapporto realtà-finzione e con esso quello della delusione e della nostagia.

Questi temi saranno ancora i nuclei ideativi, insieme a quello della solitudine e del disadattamento, del secondo e del terzo romanzo dello scrittore romano. E un “disadattato incurabile” è considerato dallo staff della Coca-Cola Enterprise Inc. uno dei protagonisti de Lo spazio sfinito (Fanucci, 2000), Jack Keruac. Ma non ci si lasci impressionare dal nome: insieme a lui anche gli altri protagonisti portano nomi di personaggi famosi, come Arthur Miller, Marilyn Monroe, Neal Cassidy, per evocare subito nel lettore ricordi su cui imbastire un avvincente gioco parodico. Nella finzione romanzesca, infatti, Miller è un dirigente della Coca-Cola e Marilyn una commessa, mentre da quello che fu il vero nome della famosa attrice, nasce il personaggio di Norma Jean, inquieta e inappagata moglie del cinico Miller.

Tuttavia l’impianto parodico è costantemente attraversato da una sofferta riflessione esistenziale: “Un giorno di inizio estate del 1956 Jack Keruac […] stabilì che era finalmente giunto il momento di trovarsi faccia a faccia col Vuoto” (p. 10). A bordo di una minuscola navicella spaziale, egli doveva perlustrare per conto della Coca Cola le orbite spaziali, ma ciò che gli premeva realmente era “arrivare a capire che il Vuoto che gli era sembrato di riconoscere nella sua solitudine era, di fatto, il Vuoto là fuori” (p.12).

Questo personaggio, allora, che a dire di Miller “conta meno di un tappo di coca cola”, ma che col suo nome evoca lo scrittore di Sulla strada, si fa portavoce di “quella patetica particella di umanità destinata a fuggire dal niente per tutta la vita”(p.13). Dall’antecedente letterario del viaggiatore on the road si sviluppa, così, tra contraffazione e fedeltà alla natura profonda del personaggio del celebre romanzo americano, la riflessione esistenziale del Jack di Pincio che parla non a caso di rotte illusorie e della necessità di invertire il senso di marcia.

Dal “tracciato piatto della sua esistenza” (p.32) cerca pure di uscire un altro personaggio del romanzo, Norma Jean, cui le telefonate di Neal Cassidy fanno conoscere il “vero amore”. Che il vero amore sia poi “aria stritolata tra gli ingranaggi delle cose” (p. 91) non conta se a produrlo è un disperato bisogno di felicità e a viverlo con lei è uno che si colloca ai margini della vita organizzata come Neal. Con l’amico Jack questi condivide l’incapacità di adattarsi al sistema e accettare l’insensatezza del mondo. Tale sfasatura viene sottolineata con accenti struggenti dal sentimento della nostalgia, una nostalgia che si prova non solo, e non tanto, per il passato ma anche, e soprattutto, per il futuro, cioè una nostalgia, in primo luogo, per ciò che si attende e che non accadrà.

Esemplare di tutto ciò è la pagina finale del romanzo che vede Neal seguire un ragazzino nella speranza che, almeno lui, abbia una casa, un luogo dove star bene, e invece rilevare deluso l’orribile stanchezza dello Spazio, “la sfinitezza di tutte le cose”. Così l’assunto fantascientifico si coniuga con la declinazione di temi esistenziali ancorandoli alla rappresentazione dei miti, delle immagini e del costume della società di massa.

Da questa acquisizione conoscitiva rilevante muoverà ancora lo scrittore nel suo successivo romanzo Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), dove, sulla falsariga di alcuni topoi, miti e oggetti della civiltà mass-mediatica lo scrittore imbastisce una storia di solitudine e di esclusione, e, come leggiamo nella quarta di copertina, una “straziante storia d’amore”.

maggio 2003

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