Lug 08

Un amore dell’altro mondo

Una felice combinazione di temi impegnativi, quale il tema della solitudine, della mancanza, che fa paio con la nostalgia, dell’amore e della diversità, e modalità narrative fortemente comunicative, contraddistingue Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2003).

Tommaso Pincio è certo uno scrittore estremamente padrone dei suoi mezzi e in virtù di questa padronanza, che è anche consapevolezza, egli ha avuto l’ardire di cominciare il suo terzo romanzo con una domanda rischiosa: “E l’amore?”.

Si legga l’incipit del romanzo: “E l’amore? Passava l’ultimo scorcio del secolo scorso […] Homer B. Alienson, un essere umano che aveva già consumato una buona parte della sua aspettativa media di vita. Si affacciò al decennio con questa domanda tra capo e collo: E l’amore?”. Un incipit memorabile che una particolare pronuncia mitico-ironica, salva dal pericolo del patetico e della banalità. Che il rischio sia ovviamente calcolato, anzi voluto, per dare la misura del labile confine tra alto e basso, tra finzione e realtà, tra banalità e dolore, è confermato dal movimento con cui lo scrittore insiste su di essa. La domanda richiama su di sé tutta l’attenzione del lettore prendendo consistenza di vero e proprio soggetto narrativo. Essa è la domanda che domanda, che si fa ragione, che si fa viva, che si impianta nella mente di Homer, insomma potremmo dire che è la deuteragonista di Homer Boda Alienson, il protagonista del romanzo.

Ma chi è costui? È uno che all’età di nove anni ha smesso di dormire perché “non c’è molto da fidarsi del mondo degli adulti” da cui è costretto a dipendere. Gli adulti che erano diversi da lui. A questo sentimento dà una spiegazione la visione del film L’invasione degli ultracorpi. E qui emerge una delle fondamentali peculiarità dei romanzi di Pincio e cioè la fitta rete intertestuale che essi sottendono. Già lo pseudonimo scelto dall’autore vuole esplicitamente rinviare allo scrittore americano Thomas Pinchon e alla sua esperienza letteraria, e Pincio è un conoscitore della letteratura americana. Una forma di intertestualità si stabilisce anche con i testi delle canzoni dei Nirvana. I titoli dei capitoli del romanzo, per esempio, rinviano a titoli e versi delle loro canzoni. Ma cosa c’entrano i Nirvana o meglio il loro leader Kurt Kobain? Egli sta a fare da specchio alla storia di Homer, che è, poi, l’amico immaginario al quale il cantante scrisse una lettera prima di suicidarsi nel 1994. Già questo è un segnale eloquente. Non è la vita dell’artista famoso che si narra, ma quella di una sua invenzione cui si vuole dare consistenza, realtà.

Lungi dal voler fare di Cobain un eroe, seppure fallimentare, Pincio sposta, allora, l’attenzione su un’invenzione che qui diviene doppia. E non è Boda-Homer il doppio di Kurt? Come si è detto, la rappresentazione fantastica offerta nel film L’invasione degli ultracorpi rende al protagonista decifrabili la paura, la diffidenza verso il mondo degli adulti. Nel film, gli alieni si impossessano del corpo degli uomini mentre dormono. Si rappresenta così il dramma, la tragedia di una generazione che si rifiuta di crescere, perché rifiuta la vita degli adulti e non li riconosce come veri, non ne riconosce l’autenticità, la verità.

Dal “cerchio di nientità”, in cui si era sentito rinchiuso, Homer guarda gli altri, gli alieni, i “diversi” e decide di stare all’erta, di non voler essere come loro. Egli non smette di dormire per diciotto anni. Comincia ad emergere, dunque, l’impianto allegorico del romanzo; dell’importanza dell’allegoria si parla, peraltro, in un Manifesto avant-pop firmato da Pincio, insieme ad altri giovani scrittori.

A questo punto entriamo nel cuore del romanzo: assistiamo all’incontro di Homer con Kurt che gli fa provare il sistema per uscire dalla veglia perenne, dall’insonnia volontaria. Sulla parola “sistema” l’autore gioca all’interno di tutto il libro per farne un elemento fortemente segnico. Sistema e i suoi derivati (sistemico, sistemato, sistemarsi, sistemato) iterati e insistiti utilizzandoli in un’accezione familiare: sistema, cioè, non nel senso di cose e idee collegate in un’organizzazione compiuta, ma nel senso di modo o anche di realizzazione lavorativa, professionale.

Così Homer, che si è metaforicamente sistemato, è diventato, in altri termini, tossico; dormirà finalmente, ma darà inizio anche a un viaggio senza ritorno. Un viaggio narrato con un procedimento mitico che si avvale di modi parodici e di slittamenti ironici:

Il giorno di quell’alba in cui la luce aveva avuto il colore dell’acciaio e lui era tornato a casa a riflettere le sue sensazioni nella bustina che gli aveva dato Kurt, fu un giorno di eccitata attesa. Dopo avere fatto crocchiare le nocche e sospirato, Homer era infatti giunto alla determinazione che non avrebbe provato il sistema fino alla sera. Voleva che il rito della prova fosse celebrato con tutti i crismi. Doveva essere una specie di evento ufficiale ed era perciò necessario pensare a una cerimonia all’altezza. Aveva preso a girare per casa senza meta facendo crocchiare le nocche a intervalli regolari, cercando di pensare a cosa avrebbe potuto conferire alla circostanza la particolare solennità dei grandi momenti ma non gli era riuscito di pensare a niente se non al fatto che questa nuova cosa di far crocchiare le nocche gli risultava molto piacevole (p. 59).

Un attacco, questo, che può far pensare alla narrazione di eventi di ben altra portata e invece il nostro ‘eroe’, a-eroe lo definisce appropriatamente Gabriele Pedullà, si prepara al grande evento ‘risolutivo’ della sua vita, compie ‘gesta’, gesti, come far crocchiare le nocche, andare in giro senza meta ecc. Ed è nel bel mezzo della sua ‘sistemazione’ che a Homer si impone con insistente prepotenza la domanda: “E l’amore? gli domandava la domanda” (p. 147).

La domanda, come è prevedibile, però sarà disattesa, delusa. La delusione, altro nodo decisivo dell’opera di Pincio, che si coniuga con il sentimento della nostalgia.

maggio 2003

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