Lug 08

Lo spazio sfinito

Lo spazio sfinito è il secondo romanzo di Tommaso Pincio, edito da Fanucci Editore nel 2000. Lo sfondo su cui si muovono i personaggi del romanzo è l’America di fine anni cinquanta: l’America dei viaggi spaziali, del boom economico, dei primi prodotti e delle prime icone di massa.
I protagonisti del romanzo portano i nomi di scrittori, attrici, uomini politici e scienziati famosi in quel periodo: esempi di una nuova cultura nascente e di una controcultura che ad essa si oppose.

Il lettore si rende immediatamente conto però che Jack Kerouac non è il Jack Kerouac che conosce, ma un uomo che cerca di evadere dal mondo offrendosi come volontario per una missione spaziale; che Marylin Monroe non è piùl’icona sexy di una intera generazione, ma una casalinga insoddisfatta; che Arthur Miller non è un uomo di cultura, ma un dirigente della Coca-Cola Enterprise inc.
Il rimando a personaggi famosi, però, evoca subito nel lettore dei ricordi pregressi, sui quali imbastire un avvincente gioco di scambi e sostituzioni parodiche. Esemplare di tale procedimento è il personaggio di Jack Kerouac, come nota Domenica Perrone:

Dall’antecedente letterario del viaggiatore on the road si sviluppa, così, tra contraffazione e fedeltà alla natura profonda del personaggio del celebre romanzo americano, la riflessione esistenziale del Jack di Pincio che parla non a caso di rotte illusorie e della necessità di invertire il senso di marcia (Domenica Perrone, Introduzione alla lettura di Tommaso Pincio)

La sfasatura tra nome e personaggio frustra le aspettative del lettore, provoca un immediato senso di spaesamento, un effetto di straniamento che obbliga a rimettere in discussione le coordinate con le quali si era cominciata la lettura del romanzo.

Così l’America raccontata da Pincio comincia a perdere aderenza storica per rivelarsi mondo di pura invenzione artistica, creazione fantastica, e le storie che animano la trama del racconto liberate dagli obblighi di una rigida causalità finiscono per comporre una fitta rete di condizioni esistenziali.Il mondo rappresentato dall’autore, in apparenza perfetto, è di plastica, finto, è di cartone ed è vuoto.

I protagonisti del romanzo però, lontani dall’essere figure di cartone in uno spazio di cartone, si fanno invece portavoce e vittime della vacuità, denunciano apertamente l’inadeguatezza dell’apparente perfezione del mondo:

“Io però non ce l’avevo con il lavoro, mi riferivo alla vita in genere. Invertire il senso di marcia è un fatto mentale. Voglio dire, prendiamo te, per esempio: passi le tue otto ore in questo meraviglioso ufficio e poi torni a casa e magari hai pure una bella casa e una bella moglie. Ti godi la tua bella casa e mangi e scopi con tua moglie, guardi un po’ di tele, ti addormenti e il giorno dopo sei di nuovo in questo meraviglioso ufficio di merda. È come un cerchio ma è anche un’illusione. Ti sembra di girare in tondo e invece sai cosa succede?[…] Succede che hai continuato a procedere in linea retta, che hai percorso un altro bel tratto di strada e come niente ti ritrovi vecchio e pieno di malattie, a soli due passi dalla morte e…” (p. 14)

I personaggi sono figure dolenti e consapevoli: Norma Jean Mortensen, bella come Marylin, per sfuggire ad una vita fortunata e senza sbocchi si lancerà in una impossibile storia d’amore telefonica, e Jack Kerouac, per sfuggire ad uno spazio terrestre oberato da una felicità ottusa e sfinito dalle apparenze, si imbarcherà su una navicella indirizzata in orbita alla ricerca del vuoto spaziale: scoprirà uno spazio siderale anch’esso sfinito dalla presenza di “controllori orbitali” e senza stelle:

In quel suo ultimo giorno da controllore di orbite si rese conto che oltre il vetro dell’oblò c’era solo buio. Com’è possibile che non si vede mai un cazzo di niente da Questo oblò? Si chiese tra sé in quel suo ultimo giorno da controllore di orbite. È vero che l’oblò è di dimensioni estremamente ridotte, ma dove sono le Stelle , la Luna, il Sole, la Terra vista dall’alto? (p. 79)

Uno spazio che non è spazio perché anch’esso finalmente è finto:

Cominciò a riflettere su quella storia che ogni tanto qualche giornalista rispolverava, quella teoria fantastica per cui tutto il mondo dello Spazio è una gigantesca messinscena, un imbroglio organizzato dalle compagnie con la complicità dei governi. L’uomo non è mai andato nello Spazio, dicevano. E non è mai stato sulla Luna né tantomeno su Marte.[…] E tutta la gente che crede di lavorare nello Spazio per conto della Walt Disney o della Coca-Cola viene dirottata in uno scenario spaziale perfettamente ricostruito. È tutto finto. (p. 79)

Il gioco del romanzo è insieme scoperto e sottile: l’irrealtà delle situazioni è apertamente dichiarata da autore e personaggi e l’artificiosità della costruzione romanzesca è palese, la letteratura è menzogna e si presenta come menzogna: quando un bugiardo afferma di mentire però è probabile che stia dicendo una verità.

Attraverso una prosa essenziale e paratattica che utilizza un lessico giovane e giovanilistico e astutamente mima il gergo, attraverso un linguaggio urgentemente contemporaneo Tommaso Pincio racconta di un mondo che, se è vero non essere in realtà quello di un’America di fine anni cinquanta, è il nostro di questi tempi: uno spazio massificato e alienante dove la produzione in serie sancisce la “sfinitezza di tutte le cose”:

Non ci sono più posti al mondo, pensò Neal. Non c’è un solo cazzo di posto in questa merda tristissima di mondo. Ovunque vai è successo qualcosa.[…] Il ragazzo aveva tirato fuori dalle tasche delle monete e si era messo a contarle alla luce del lampione, le luce più desolata di tutte le luci che si siano mai accese sull’orribile stanchezza dello Spazio.[…] Poi lo osservò alzarsi dalla panchina e uscire dal parco. Lo osservò sparire nel freddo orribile della notte, così come spariscono tutti. Così come tutti erano spariti, nella voragine del buio che è la stessa voragine del silenzio, dello spazio che non ha più posto perché non ce la fa più. La sfinitezza di tutte le cose.[…] Si distese e provò a chiudere gli occhi, perché in fondo anche lui voleva tornare a casa e dormire e sparire nella voragine del buio e nel silenzio di tutte le cose che finiscono, la voragine di quando lo spazio è così sfinito che non c’è più un posto dove andare e tu non hai la forza nemmeno di alzare lo sguardo per vedere se ci sono mai veramente state le Stelle lassù. (pp. 143-144)

maggio 2005

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