Lug 08

M.

Nel 1999 Tommaso Pincio pubblica per la casa editrice napoletana Cronopio, il suo primo romanzo M. Con questa opera d’esordio, Tommaso Pincio fa il suo ingresso nel panorama della letteratura italiana contemporanea e si presenta, fin da subito, come scrittore assolutamente “consapevole e padrone dei propri mezzi”.

M., infatti, è fra i tre romanzi pubblicati finora dallo scrittore quello forse in cui è maggiormente evidente lo sperimentalismo e il gioco combinatorio. E’ un romanzo sul futuro, un futuro “nostalgico e possibile” di un passato che avrebbe potuto percorrere altre strade.

Sono le ore 00:57 del 22 giugno 1969, Ricard De Kaard il protagonista del romanzo si trova a Neu-Berlin, un’ideale città della Germania, alza lo sguardo verso il cielo coperto da una lastra di vetro che sovrasta tutta la città, il Grossen Glass. In quel preciso momento la pioggia che sbatte sul Grande Vetro produce un rumore “simile a quello di una radio sincronizzata su una frequenza morta”, è proprio attraverso il rumore della pioggia che l’anima di De Kaard si manifesterà e parlerà attraverso “enfatiche epifanie”.

Ricard De Kaard è un cacciatore di stencil, come leggiamo nel romanzo: “uno stencil è come un involucro in forma di uomo che contiene pensieri, un involucro che avvolge conoscenze, ricordi, dolori e sentimenti in tutto e per tutto simili a quelli di un essere umano, fuorché per il piccolo particolare di essere abbandonati a se stessi, senza un’anima che li tenga uniti” (pp.19-20).

Ricard De Kaard, forse per il mestiere che fa, non è mai stato toccato da dubbi, né lo ha mai sfiorato l’idea che quello che fa potrebbe essere sbagliato, ha sempre trattato gli stencil per ciò che sono, cioè esseri senza anima e quindi esseri non umani. Il dubbio, fino a quel momento mai provato, si insinua invecenella mente di De Kaard proprio alle ore 00:57 di quel 22 giugno 1969; in un minuto dovrà prendere la decisione più importante della sua vita: lo stencil che dovrà eliminare è infatti la gemella della sua donna Infrarot, o forse addirittura la stessa donna.

Tutto il romanzo è giocato sulla “sfinita estensione” di questo lunghissimo minuto, ma anche dellunghissimo giorno che si presenterà come la continuazione senza interruzione del giorno precedente.

Oltre che per una trama fortemente complessa ed ingarbugliata, M. si caratterizza per una particolare cifra stilistica grazie alla quale la narrazione acquista un ritmo ben preciso. Il testo si nutre continuamente di ossimori (“un tuttoide di nientità. Una tuttificazione nessunificata. Un niente del tutto”, p. 119), iterazioni. L’incipit del romanzo, per esempio, è ripetuto, con minimi cambi semantici, nel corso della narrazione per ben cinque volte.

Si impone, inoltre, all’attenzione del lettore un originale trattamento del tempo che, da un’iniziale narrazione al futuro (ambientata nel 1969), arretra, con una sorprendente inversione, ad una narrazione al tempo passato.

Gli eventi, i nomi, i luoghi, i pensieri all’interno del romanzo sembrano rimandarsi reciprocamente in un’architettura ideale dove tutto è legato, leggiamo nel romanzo:

Perché eventi che sembrano casuali, per quanto sembrano accadere indipendentemente, senza cause che li procedano o effetti che li seguano, tutto a un tratto finiscono per coincidere con qualcosa che si trova dall’altra parte dell’universo, anni e anni dopo? Cos’è che impedisce alle cose di accadere semplicemente, di capitare e poi sparire nel dimenticatoio? Cos’è che tiene tutto legato, che rimette insieme le cose, che le fa ritornare come maledizioni incancellabili? Cos’è questa ingegneria che incastra tutto? (p.62).

I nomi, poi, sembrano obbedire ad una logica tutta loro fatta di omofonie e richiami, come quando il maresciallo Schindler farà notare a De Kaard che il nome dell’ex cacciatore di stencil ucciso da De Kaard stesso, Feelin’ K. Deep, ricorda quello di “un certo scrittore di fantascienza” Philip K. Dick.

Uno dei personaggi del romanzo, poi, si chiama proprio Tommaso Pincio, è un bambino di sei anni, un prestencil che vive a Roma e che De Kaard dovrà eliminare, Pincio però è anche il nome di un luogo, un colle di Roma.

E non è un caso se Ricard De Kaard, che nelle sue fasi di esistenza ha attraversato vari sé, una notte sogni di assumere un’altra identità, quella proprio di Tommaso Pincio, leggiamo nel romanzo:

Sì, quel sogno attentava alla sua identità. E se è vero che gli era gia capitato di passare attraverso vari sé, è pur vero che quegli attraversamenti non venivano dal mondo dei sogni. Era stato un imperturbabile Bartleby. Con il crescere si era fatto preambolico come uno Jacob. Poi era diventato un ponderoso Daniel e per il futuro gli sarebbe toccato di cambiare ancora. Ma – come dire? – tutti quei sé appartenevano già alla sua persona, mentre quel Tommaso Pincio che si era ritrovato ad essere nel suo unico sogno era un altro essere a tutti gli effetti, un intruso che non aveva niente da spartire con lui [….] Chi era costui? E cosa stava tramando ai suoi danni? (p.152)

Tutta la narrazione è intessuta di citazioni più o meno esplicite: i romanzi di Thomas Pynchon, da V. a The gravity’s Rainbow, stanno sullo sfondo come un ideale punto di riferimento, il titolo del romanzo rinvia, poi, alla misteriosa sostanza M. di Un oscuro scrutare di Philip K. Dick. Il citazionismo, però, di cui si serve Pincio non rinvia semplicemente alla sfera letteraria, semmai alla cultura in generale; letteratura, cinema e musica si intrecciano pagina dopo pagina; come non vedere, per esempio, dietro l’immagine degli stencil i “replicanti” di Blade Runner, trasposizione cinematografica di Ridley Scott tratta da Ma gli androidi sognano le pecore di Philip K. Dick ?

Altro modello di riferimento per Tommaso Pincio è sicuramente il romanziere americano Herman Melville, in una delle sue fasi di esistenza Ricard de Kaard, sarà un Bartleby, fisserà la parete bianca e assumerà un atteggiamento imperturbabile, e ai continui “preamboli” del padre egli non risponderà se non con il silenzio, leggiamo nel romanzo “Bartleby riteneva di aver capito per cui rimase impassibile” (p.89), impassibilità che ricorda molto da vicino il personaggio melvilliano.
La parete bianca, però, non sarà per De Kaard solamente un ricordo del passato, del suo passato bartlebyano, egli per tutta la sua vita continuerà a guardarla e continuerà a lanciarle contro una pallina. In particolare poi da quando ha ucciso Feelin K. Deep prenderà l’abitudine, proprio come faceva il suo amico, di immergere la pallina nella pozza di sangue degli stencil uccisi e lanciarla sulla parete bianca, lasciando quindi in questa un segno, un puntino che con il susseguirsi dei lanci e di conseguenza delle uccisioni darà vita ad un immagine, leggiamo nel romanzo:

Prese la pallina in pugno e la fece ruotare all’interno del palmo della mano [….] tirò un respiro profondo […] e quindi wwwwiiiissshhhpuck!hhhsssiiiwwwslap! Fece un paio di passi indietro e socchiuse gli occhi per vederci meglio [….] Il tipo ritratto sul muro era proprio quello che ci voleva per lui. Finalmente non avrebbe più cambiato identità al primo nome che gli passava per la mente (p.232).

L’immagine del ritratto finito è posta sul frontespizio dell’ultimo capitolo di M., ma è anche l’unica immagine nota di Thomas Pynchon.

giugno 2003

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