Lug 08

Introduzione alla lettura di Giosuè Calaciura

Con la sua lingua barocca, incandescente, ad alta temperatura sperimentale, e con la visionarietà del suo sguardo, Giosuè Calaciura (Palermo 1961) ha fatto della sua città una sorta di geenna meridionale, di abisso sudista, di vero e proprio inferno: quello allucinato dell’universo mafioso, che nel romanzo pubblicato nel 1998, Malacarne (Baldini&Castoldi), ha preso corpo in uno stile abnorme, in un groviglio di metastasi verbali che avviluppavano la voce dell’io narrante, facendola scorrere sulla pagina come un fiume a volte troppo limaccioso. E poi l’inferno delle prostitute africane, che si è materializzato nel suo ultimo romanzo intitolato Sgobbo (Baldini&Castoldi 2002), nel quale però l’abominio e la colpa sono spesso illuminati dai bagliori di una scrittura barocca, eccessiva, continuamente attraversata dal turpiloquio e nello stesso tempo incalzata da incessanti impennate liriche.

Autore di racconti, inseriti nelle antologie Luna nuova (Argo edizioni 1997) e I disertori (Einaudi Stile Libero 2001), Calaciura, con i suoi romanzi ha intrapreso due viaggi danteschi nelle viscere di Palermo, due discese agli inferi nel ventre oscuro di una città mai nominata ma subito riconoscibile. Una città violenta, raccapricciante, che nel romanzo d’esordio di Calaciura prende corpo dalle confessioni allucinate di un killer. Una città stravolta da una carica inarrestabile di violenza, che diventa il palcoscenico sul quale il “malacarne” del titolo rievoca la sua carriera, ripercorre le tappe della sua formazione, dalla marginalità del rione d’origine ai traffici internazionali, alle negoziazioni planetarie di una mafia che vertiginosamente si espande.

Lo scenario rievocato dall’io narrante viene presto collocato “fuori dalla giurisdizione di Dio”: uno scenario di dolore e di “agnelli sgozzati”, di raffiche di mitra e di fiotti di sangue, inghiottito da una voluttà universale d’annullamento, da un disperato cupio dissolvi, da un desiderio di cancellazione che sembra coincidere con la liberazione dall’orrore stesso. Già l’impressionante incipit del romanzo ci dà la misura della visione luttuosa e irredimibile di Calaciura: “Non eravamo più niente…”; un incipit iterato, soprattutto nei capitoli di chiusura, che si trasforma, come ha scritto Filippo La Porta, nella “autodenuncia di una condizione esistenziale di totale vuoto, disperante registrazione di un nichilismo cosmico”.

Tanto che l’intero romanzo, per via di questo inizio, sembra assumere le movenze di un trattato di antropologia negativa, nel quale la condizione umana può essere solamente smentita o sconfessata.
Il tutto, in una Palermo decrepita e cadente, una città di morti viventi che rantolano nel buio e che si muovono in uno scenario apocalittico, “con le trombe degli angeli schierati, la chiamata generale a rapporto delle anime”. Alla fine, sembra quasi di assistere a una sorta di danza macabra, alla recita del trionfo della morte, a un blasfemo dies irae. E questo universo sconvolto e visionario, sulla pagina vive attraverso una sorprendente tessitura linguistica, in un insolito, a volte stridente intreccio di lingua alta, della migliore tradizione letteraria, lussureggiante e barocca, e di vocaboli gergali, o paragergali. A venirne fuori è una lingua sontuosa, ricca di umori, quasi secentesca, che però a volte diventa enfatica, ridondante e inutilmente manieristica. In una parola, per Calaciura l’elaborazione stilistica, un’elaborazione di alta oreficeria viene da dire, è alla base del suo fortissimo empito realistico.

Come accade del resto nel suo secondo romanzo, Sgobbo, che si apre con un incipit degno di Malacarne: “Ero già una buttana e non lo sapevo, quando attraversavo la palude a piedi scalzi per riempire la pelle di capra”. L’azione si svolge in una Palermo mai nominata, eppure facilmente riconoscibile nei suoi sulfurei gironi demoniaci, una città “sempre sull’orlo di incepparsi, di slabbrarsi, di cedere”; una città, come dice la protagonista della storia, Fiona, “decrepita, più cadente e polverosa dei nostri deserti di nebbia blu, delle nostre savane mortali, dei nostri laghi vulcanici”. Perché l’autore ambienta la sua storia tra vicoli maleodoranti, soffocati dalle tenebre e dal “tanfo di mare morto e di sudori del porto”, e sovrastati dalle gru dei cantieri dismessi, oppure tra le quattro decrepite mura di una fetida stanza, nel quartiere delle case d’Africa.

In questo continuo allargamento e restringimento di scena, in questa alternanza tra lo spazio aperto della strada e l’asfissia claustrofobica delle camere-bordello, si consuma lo “sgobbo” del titolo che, come spiega il glossario posto alla fine del romanzo, indica in palermitano il lavoro, la fatica, il salario; ma che qui sta a significare “la giornata della prostituta”. Una giornata scandita nei suoi ritmi brutali dalla voce incantatrice di Fiona, costretta ad abbandonare la sua Africa nera, a bordo di una “nave di ruggine”, dentro le sue viscere, dove risuonavano “il rantolo dell’asfissia, la novena della salvazione, la preghiera dei torturati”. Calaciura, anche in questo romanzo, sembra di volta in volta prendere le mosse da una precisa, sconcertante concretezza, quale può essere quella degli amplessi consumati da un campionario d’umanità che assume fattezze caprine, dalla materialità delle cose, per raggiungere alla fine un esito visionario, in cui lirismo ed espressionismo si fondono, in una morsura prepotentemente allegorica, come accade nella descrizione del parco dove si consumano gli amplessi clandestini, oppure nella ricerca dell’anello perduto da un’amica e collega di Fiona tra le traversine della ferrovia.

E il lamento disperato della protagonista, il suo blasfemo mistero doloroso che puzza di postribolo e latrine, ricco di iterazioni e di alcune icastiche formule fisse, presto si muta in una specie di ancestrale filastrocca dilatata, sciogliendosi in una nenia africana e palermitana insieme, in una cantilena che quasi addolcisce le pene che sono di Fiona e di tutte le altre che con lei vendono la propria carne.

Sgobbo in tal modo si trasforma pian piano in un libro di preghiere, in cui le diverse unità narrative corrispondono alle strofe di una novena disperata, alla formula di uno scongiuro, a una ninnananna cantata come un narcotico. E la bellezza delle parole e l’ebbrezza della lingua sembrano quasi spezzare l’angoscia, addolcire le pene, bruciare l’oscenità e la turpitudine in un fuoco di purificazione. E progressivamente la voce narrante si espande pagina dopo pagina, trasformando il cantilenante monologo di una prostituta in una sorta di invocazione corale, abbandonando in tal modo la dimensione lirica per abbracciare un’inaspettata misura epica, come accadeva già nel primo libro di Calaciura, Malacarne. Una misura che corrisponde al tentativo di dare voce a chi non ce l’ha, di raccontare un segmento di umanità disperato, di raccoglierne l’ultimo tormento.

giugno 2004

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