(di DONATELLA LA MONACA)
Una delle chiavi di cui ci siamo avvalsi insieme agli allievi per accedere alla lettura del Fuoco che ti porti dentro sono le parole per noi illuminanti di Elsa Morante:
Per quanto creda di inventare, ogni narratore, pure nella massima oggettività, non fa che scrivere sempre la sua autobiografia. Anzi non sono le cronache esterne della sua vita ma proprio le sue invenzioni che spiegano il tema reale del suo destino. Lo spiegano magari a sua insaputa: e con suo stupore, o negazione, o scandalo.(Morante,1963:677)
Così annota la scrittrice nell’incipit della nota introduttiva allo Scialle andaluso la raccolta di racconti in cui più si dispiega un implicito autoritratto inventivo posto però immediatamente a riparo da una nozione di autobiografia intesa nel senso più accademico e rassicurante. L’autobiografismo ribadirà, infatti, con vigore, “non consiste in un seguito di fatti particolari o personali” ma nell’“avventura di una coscienza. (Morante,1971:689) Diversi anni più tardi Giuseppe Pontiggia, scrittore molto caro ad Antonio Franchini sentirà l’esigenza di chiarire:
non sono attirato dall’autobiografia come racconto di quello che mi è successo. Non ho interesse per quello che mi è successo, ho interesse per quello che capita sulla pagina. Mi piace inventare nel senso etimologico latino di invenire, trovare. […] È vero che gli scrittori autobiografici in realtà scoprono dalla propria esperienza cose che non sapevano. (Pontiggia, 2018)
Per chi eserciti, cioè la scrittura come “la faccenda seria della vita”, l’autobiografismo non potrà che configurarsi come “l’avventura di una coscienza” e la pagina non potrà che ingaggiare un corpo a corpo con la realtà, interrogandone le contraddizioni, le ambivalenze, la complessità di luci e ombre muovendo proprio dai nodi più urgenti del vissuto, in una serrata, inquieta contaminazione di privato e pubblico, di esperienza individuale e storia collettiva.
E in una sorta di dialogo ideale, in una delle pagine di Quando vi ucciderete maestro? Franchini scrive: “Di solito uno si mette a scrivere per offrire il porto della pagina a questi vascelli disancorati che ti viaggiano dentro sbattendo da tutte le parti, impigliandosi in tutte le vene” (Franchini, 2019:83) con un’immagine che rende appieno il “tema reale del suo destino”, ovvero il tentativo di tracciare rotte di senso dentro di sé e tra i marosi dell’agire quotidiano, mai assecondando percorsi già tracciati, anzi, scompaginandone le coordinate lì dove i flutti imperversano più minacciosi. Accogliere nella scrittura le collisioni, le asperità della materia narrata in tutta la sua corporeità, indagandone le risonanze inedite, le sacche di silenzio, gli spazi del non detto, si configura come il tratto distintivo dell’invenzione narrativa di Franchini proprio laddove ciò comporti non approdi conoscitivi sicuri ma scali incerti, non risposte ma nuove più inquiete domande. In una analoga, volutamente ibrida, tastiera espressiva che trova nella partitura dell’ultimo romanzo una misura esemplare, alto e basso, dialetto e lingua, commedia e tragedia, coesistono in un dettato asciutto in cui teatralità, dettaglio documentario, sospensione meditativa, cooperano a restituire dalla specola del racconto ‘privato’, l’affondo sociale e antropologico. Tale crogiuolo di temi e forme sottentra, con una continuità di nodi costanti, sin dagli anni Novanta alle narrazioni di Antonio Franchini riversandosi, in tutta la sua urgente coralità, nell’orchestrazione del Fuoco che ti porti dentro con uno snodo nevralgico nel romanzo del 2001 L’abusivo. Qui,cronaca familiare e storia pubblica si intersecano sullo scenario della drammatica vicenda di Giancarlo Siani, del “cronista” senza licenza, l’abusivo, non ancora assunto nella redazione del “Mattino”, ucciso dalla camorra nel 1985. Vicenda narrata e indagata dalla prospettiva di chi con il giovane pubblicista ha condiviso la passione per il giornalismo, prima che le loro strade si separassero in una diversa ricerca di verità attraverso le parole, costata però a Siani la vita. Già in quel romanzo il microcosmo familiare dello scrittore si apre al protagonismo esuberante di Angela, al rapporto di acre belligeranza che la donna intrattiene con la propria madre e si affila lo scandaglio di “certi meccanismi di violenza, di sopraffazione, di amoralità già latenti nelle relazioni private della società meridionale, anche borghese, prima ancora che nella criminalità organizzata” (Franchini, 2024:214). Con queste parole, lo scrittore rievoca nelle ultime pagine del Fuoco che ti porti dentro, quel legame oscuro, la devianza di un mondo contro cui, sin dalla morte violenta di Siani, non ha mai smesso di colluttare.
La scrittura è un “chiuso bisogno, si legge in una delle prose di Leggere possedere vendere bruciare una necessità istintiva, dolorosa, irriflessa,[…]un atto necessario che non porta a niente se non a sciogliere un’oppressione, a sfibrare una pena” (Franchini, 2025: 33), ed è dall’alveo di tale necessità che matura Il fuoco che ti porti dentro un romanzo che, potremmo dire con le parole usate da Montale per Tomasi di Lampedusa, Franchini “ha portato e nutrito in sé” per lungo tempo e in cui “l’oppressione e la pena” del conflitto con la figura materna e con il portato socio-culturale che lei incarna si sfibrano ma anche, in qualche modo, si sciolgono. Nel coro di personaggi che la circonda, Angela drammatizza se stessa e campeggia sulla scena con la sua “anarchia istintiva” il suo “spirito contrario”, la sua “ossessione nutritiva” la sua “feroce utopia meridionale”, con quel “risentimento oscuro che le fermenta nell’inconscio e l’avvelena”. Visceralmente ancorata alla carnalità della vita vi si abbarbica sino a quando la malattia, contro cui combatte con irriducibile resistenza, inesorabile la consuma rivelando, quasi a tradimento, allo sguardo attento di chi narra segni di una vulnerabilità non assolutoria del comportamento di una vita che rimane detestabile, ma occasione di tregue inattese, del riaffiorare di quasi dimenticate affinità: l’ascolto condiviso di Lazzarella, la gita lontana in Val d’Aosta, persino il rito eduardiano, non di rado burrascoso, del caffè. “La mia madre senza tenerezza, la mia madre senza grazia, la mia madre di rabbia e furia”,(Franchini, 2024:211) così nelle ultime pagine risuona il ritratto di Angela che Antonio Franchini consegna al “porto” della pagina nel segno, con quell’iterato aggettivo mia, di un’appartenenza che, forse proprio nel fuoco della diversa renitenza agli addomesticamenti convenzionali, trova una radice comune.
Ed è infatti in modo “selvaggio”, cioè libero, direbbe Giuseppe Montesano, che lo scrittore realizza in queste pagine il desiderio di Angela di essere narrata, le dona la “casa vera” per “gli uomini e le donne che nonostante tutto non vogliono morire, con passioni” che infime o eccelse, “non si spengono mai” (Montesano, 2017:17).
Riferimenti bibliografici:
Franchini, Antonio, 2019 Quando vi ucciderete maestro?, Venezia, Marsilio.
Franchini, Antonio, 2020 L’abusivo, Venezia, Marsilio.
Franchini, Antonio, 2024 Il fuoco che ti porti dentro, Venezia, Marsilio.
Franchini Antonio, 2025 Leggere, possedere, vendere, bruciare, Venezia, Marsilio.
Morante, Elsa, 1963 Risvolti di sovraccoperta e Nota per la raccolta Lo scialle andaluso (Supercoralli), Torino Einaudi in Bardini, Marco, 1999, Morante Elsa. Italiana. Di professione, poeta.
Morante, Elsa, 1971 Nota introduttiva per Il mondo salvato dai ragazzini,(Gli struzzi 19), Torino Einaudi in Bardini, Marco, 1999, Morante Elsa. Italiana. Di professione, poeta.
Montesano,Giuseppe, 2017, Come diventare vivi. Un vademecum per lettori selvaggi, Milano, Bompiani.
Pontiggia, Giuseppe, 2018 Uno sconfinato amore per la ragione e la letteratura “Doppiozero” https://www.doppiozero.com/
