Ott 04

Filippa Serra Whitford. Radici di luci, orizzonti lontani

(di VITO ANTONIO PILADE)

Introduzione

L’Italia è universalmente riconosciuta come la patria di artisti, scienziati, letterati e innovatori che hanno segnato la storia dell’umanità. Tuttavia, il patrimonio più prezioso del Paese non è costituito soltanto dalle grandi personalità entrate nei libri di storia, ma anche da migliaia di giovani e meno giovani che, lontano dai riflettori, mettono quotidianamente il proprio talento, la propria preparazione e la propria creatività al servizio della società. Medici, ricercatori, ingegneri, infermieri, biologi, informatici, musicisti, architetti, insegnanti, designer, pittori, scultori, imprenditori e professionisti altamente qualificati rappresentano un capitale umano di enorme valore, spesso invisibile all’opinione pubblica, ma essenziale per lo sviluppo economico, scientifico e culturale di una nazione.

Nel dopoguerra prima e in seguito alle crisi economiche e sociali di questi ultimi decenni, una parte significativa di questo patrimonio umano ha scelto di costruire il proprio futuro oltre i confini nazionali. Non si tratta soltanto della partenza di figure eccezionali destinate a vincere premi internazionali o a raggiungere la notorietà, bensì di migliaia di professionisti competenti e preparati che lasciano l’Italia per trovare all’estero ciò che spesso nel proprio Paese faticano a ottenere: stabilità lavorativa, meritocrazia, investimenti nella ricerca, percorsi di carriera chiari e un riconoscimento adeguato delle proprie competenze. La cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ riguarda infatti un’intera generazione di talenti che, pur non essendo famosi, rappresentano il motore dell’innovazione e del progresso.

Ogni giovane ‘artista’ costretto a cercare altrove occasioni di crescita rappresenta una perdita che va oltre il singolo individuo. Con loro partono competenze, idee, innovazione e capacità di generare valore, impoverendo il tessuto produttivo e culturale italiano e contribuendo, invece, allo sviluppo di altri Paesi. È proprio questa moltitudine di talenti ‘ordinari’, sconosciuti al grande pubblico ma straordinari per preparazione e dedizione, a costituire il vero volto della ‘fuga dei cervelli’.

E’ proprio questo il caso della protagonista di questo articolo ovvero Filippa Serra, oggi Whitford, la quale rappresenta un esempio luminoso di come le radici italiane possano continuare a ispirare creatività e sensibilità artistica anche lontano dalla terra d’origine. Pittrice raffinata, residente a Evesham, nel Worcestershire, ha saputo trasformare la propria esperienza di vita in un linguaggio espressivo autentico, nel quale si fondono eleganza, passione e una profonda attenzione alla bellezza. Le sue opere testimoniano uno sguardo capace di cogliere l’armonia della natura e dell’animo umano, offrendo a chi le osserva emozioni sincere e senza tempo. Con il suo talento e la sua dedizione all’arte, Filippa Serra Whitford contribuisce a valorizzare il patrimonio culturale italiano in un contesto internazionale, diventando un’apprezzata ambasciatrice della sensibilità e della tradizione artistica del nostro Paese.

Un’infanzia felice

   Con l’arrivo della seconda guerra mondiale, l’Italia tutta ma in modo particolare la Valle del Liri, allora come adesso dominata dall’antico monastero benedettino posto di fronte a Cassino e ai fiumi Gari e Rapido, fu la scena di intensi combattimenti con i quali gli alleati cercavano di cacciare via i tedeschi dal Paese. Cassino vide aspre lotte e il costo umano è testimoniato dai numerosi cimiteri sparsi per la campagna. In questo contesto il padre di Filippa, Francesco, originario di Sant’Elia Fiumerapido nel frosinonese, si vide costretto a lasciare il suo paese e ad andare in Gran Bretagna in cerca non solo di fortuna ma anche e soprattutto di condizioni di vita decenti per sé e la sua famiglia ovvero la moglie e le tre figliolette. La più piccola delle tre era proprio Filippa, nata come Francesco stesso ci racconta nella sua biografia il 22 gennaio 1951, ( cfr. Serra 2006: 22) Filippa era piuttosto piccola e non mangiava molto ad eccezione della ricotta fresca. Nonno Carlo era solito tenersela con sé tutto il tempo. La portava persino in cantina a prendere il vino e quando lui non c’era, Filippa giocava con la cannella e il vino, che spesso versava per terra, ma il nonno era sempre pronto a perdonarla.

A causa della povertà, della miseria e della mancanza di lavoro lasciati dalla guerra, Francesco decise di ritornare in Inghilterra dove aveva lavorato da prigioniero di guerra, a Lower Mill Farm per la precisione, a Kemerton. Fu in questo contesto che Filippa trascorse la sua infanzia, a Hill Cottage, Laverton. Laverton è un caratteristico villaggio delle Cotswolds, immerso in un paesaggio di dolci colline, antichi cottage in pietra e campagne rigogliose. La serenità dell’ambiente rurale e la ricchezza storico-paesaggistica del territorio ne fanno un luogo di grande fascino, a pochi chilometri dalla storica cittadina di Evesham, nel cuore della rinomata Vale of Evesham. Continua Francesco:

( cfr. Serra 2006: 27) Hill Cottage aveva tre camere da letto e una piccola cucina. Non c’erano né riscaldamenti, né l’acqua calda, né tantomeno vi era un bagno. Ricordo che nel giardino c’era una piccola baracca nel quale tenevamo un secchio e facevamo tutto lì […]. 

Nonostante tutto la casa era molto accogliente e poi c’era un meraviglioso giardino. Sin da piccola Filippa fu attratta e affascinata dalle meraviglie che la circondavano. Il paesaggio di Laverton è quello tipico e molto suggestivo delle Cotswolds: un piccolo villaggio ai piedi di una scarpata collinare, circondato da campi verdi, siepi, pascoli e dolci pendii. Dalle alture sopra il paese si aprono viste ampie verso la valle e verso Bredon Hill, con un mosaico di prati e terreni agricoli divisi da filari e muretti in pietra.

È un paesaggio elegante ma semplice, molto inglese, dove natura, agricoltura e architettura tradizionale sembrano fondersi armoniosamente e che ispireranno Filippa nella sua prima produzione. Infatti con il tempo Filippa imparò a conoscere le numerose specie di fiori selvatici che crescevano intorno alla casa di famiglia nelle Cotswolds e imparò ad amarli: un amore che sarebbe riaffiorato con forza negli anni successivi.

“I miei anni d’infanzia, posso dire, sono stati molto felici. Erano giorni pieni di risate, trascorsi a giocare nella natura con le mie due sorelle maggiori, in un ambiente affettuoso e pieno d’amore. Vivevamo in un piccolo cottage, in un villaggio ai piedi delle colline dei Cotswolds, nel Gloucestershire, nel Regno Unito. Il nostro parco giochi erano i campi e i prati che circondavano la nostra casa dove ho imparato ad amare la natura attraverso il susseguirsi delle stagioni.

Non sono sicura di quando sia nato il mio amore per l’arte, ma ricordo di essere sempre stata attratta dalle immagini nei libri, dai dipinti e dai colori. Mi è sempre piaciuto creare oggetti ed esprimere la mia creatività attraverso il disegno, la pittura e lo scrapbooking. Dalla scuola primaria fino alle superiori, ho coltivato una profonda passione per tutto ciò che era creativo”.

Immagini di Laverton e i Cotswolds

L’approccio all’arte

Terminata la scuola con il diploma di livello “O” in arte, fece domanda per un posto come apprendista nella decorazione della porcellana presso la Royal Worcester Porcelain Company. Fu lì che apprese le particolari tecniche richieste per la pittura su porcellana. Ricorda con gratitudine di aver ricevuto un insegnamento individuale da un maestro con un’intera vita di esperienza alle spalle, e afferma di essere ancora profondamente riconoscente per quegli anni di formazione.

Durante il suo lavoro alla Royal Worcester decorò preziosi servizi da tavola, tra cui il celebre motivo policromo Imari. Ebbe inoltre l’onore di essere incaricata di dipingere grandi vasi ornamentali e coppe destinate a Sua Maestà la Regina Elisabetta II, da donare al Presidente della Finlandia in occasione di una visita di Stato.

Piatto con uccello dell’edizione limitata Dorothy Doughty Ltd.; la serie comprendeva complessivamente 12 diversi soggetti. Presenta dettagli in rilievo (a sbalzo) rifiniti con pittura a mano.

Vaso decorato in stile Imari, interamente realizzato e decorato a mano.

Affascinata dai celebri decori “Fruit” della Royal Worcester, desiderò sempre avere l’opportunità di dipingere opere di quel genere, ma l’occasione non si presentò mai. Tuttavia, conserva un ricordo ancora più prezioso dei nove anni trascorsi nella manifattura di Worcester: fu infatti lì che conobbe suo marito. Anche lui è un esperto artista della ceramica e ama trascorrere il tempo dipingendo paesaggi e fiori della campagna inglese.

“Lasciai la scuola con l’intenzione di trovare un lavoro che avesse a che fare con l’arte, in una forma o nell’altra. L’opportunità più vicina a casa era presso la Royal Worcester Porcelain Company, dove mi candidai per formarmi come decoratrice di ceramica. Si trattava di una storica azienda produttrice di servizi da tavola e oggetti ornamentali in porcellana. Erano proprio questi ultimi ad affascinarmi maggiormente.

Prima di dedicarmi alla decorazione vera e propria, dovetti imparare tutto sulla preparazione e la miscelazione dei colori, sulla loro applicazione ai manufatti, nonché sulle tecniche di cottura e sulle diverse temperature che ciascun colore era in grado di sopportare. Era un lavoro di grande abilità, che si poteva padroneggiare solo dopo anni di pratica. Ebbi il privilegio di osservare le mani esperte e creative di Daisy Rea, Ted Townsend e Harry Davies, tutti autentici maestri della loro arte.

Lasciai l’azienda dopo il matrimonio, quando iniziai a costruire una famiglia. Vi avevo lavorato per nove anni, un periodo durante il quale appresi una competenza preziosa che non molte persone hanno l’opportunità di acquisire”.

Un giorno le fu regalato un vecchio volume intitolato Flower Pictures, dell’artista Maude Angell. Fu proprio osservando quel libro e le sue illustrazioni che iniziò a dipingere fiori con autentica passione.

“Ho imparato da autodidatta la pittura ad acquerello e amavo dipingere soprattutto fiori e nature morte, più che paesaggi. Ho sempre preferito dipingere dal vero, perciò ero costantemente alla ricerca di fiori freschi e frutta, sia come soggetti singoli sia disposti in eleganti composizioni di natura morta. Cominciai a vendere i miei dipinti, e questo rappresentò per me un grande incoraggiamento e una preziosa iniezione di fiducia nelle mie capacità”.

Primi dipinti ad acquerello

Per anni infatti i temi principali dei suoi quadri, molti trasformati tra l’altro in cartoline per ogni occasione, sono stati i fiori, la frutta e la natura morta in tutte le sue sfaccettature. I suoi quadri hanno riscosso un enorme successo e sono state vendute in gallerie di tutto il Paese, compresa la prestigiosa Liberty di Londra.

Con il passare degli anni e con l’evolversi dei tempi e dei gusti, anche Filippa si è trovata costretta a rimanerne al passo. Infatti come lei stessa racconta “Negli ultimi anni, il mio interesse si è orientato verso un approccio più moderno. Ho scelto di lavorare con i colori acrilici anziché con gli acquerelli, una differenza davvero significativa. Utilizzo colori intensi, luminosi e decisi, organizzati in forme e figure geometriche, con l’intento di invitare l’osservatore a intraprendere un viaggio visivo e a condividere la stessa passione che ha accompagnato la nascita dell’opera.

Credo che l’arte sia un percorso di scoperta, in continua evoluzione, fatto di nuovi materiali e di orizzonti sempre nuovi da esplorare”.

Quadri in acrilico del secondo periodo

Nonostante questo cambiamento, i fiori sono e rimarranno sempre i suoi soggetti preferiti, tanto da tornare ad essere i protagonisti dei suoi lavori. “Eppure i fiori sono tornati a essere protagonisti del mio lavoro: oggi sono più vigorosi, stilizzati e contemporanei, ma spero che continuino a suscitare piacere in chi li osserva”.

Per Filippa Serra Whitford l’arte insomma è un continuo processo di scoperta, un dialogo tra tecnica, intuizione ed emozione. Convinta che la creatività non possa essere insegnata ma soltanto coltivata, considera ogni opera come la testimonianza di un percorso interiore e il mezzo attraverso il quale condividere, con autenticità e discrezione, una parte di sé.

Le sue opere sono state inoltre esposte in prestigiose sedi espositive del Regno Unito, tra cui il Royal Institute of Painters in Water Colours e la Royal Society of Miniature Painters, Sculptors and Gravers, confermando il riconoscimento del suo lavoro nell’ambito dell’arte contemporanea britannica.

“A volte mi rammarico di non aver ricevuto una formazione artistica accademica, anche se non sono certa che sarebbe stato meglio. Per me l’arte è qualcosa che nasce da un sentimento profondo e che può soltanto essere accompagnato e guidato. È una scintilla che va alimentata e custodita nel tempo.

Mi considero molto fortunata di poter condividere, attraverso le mie opere, una parte di me stessa con gli altri, anche se in modo semplice e discreto”.

In conclusione Filippa Serra Whitford rappresenta la dimostrazione di come il talento non conosca confini. Pur vivendo e lavorando da molti anni in Inghilterra, nelle sue opere continua a trasparire quella sensibilità tutta italiana per il colore, la luce, l’armonia e la bellezza. Il suo percorso artistico, costruito con passione, studio e continua ricerca, è il punto d’incontro tra due culture che si arricchiscono a vicenda: la solidità della tradizione britannica e l’innata eleganza del gusto italiano. Ogni dipinto racconta una storia fatta di emozioni, esperienza e autenticità, invitando l’osservatore a guardare oltre la superficie. È proprio questa capacità di unire tecnica e sentimento, memoria e innovazione, che rende Filippa Serra Whitford un’artista di grande personalità, capace di parlare un linguaggio universale senza mai perdere il legame con le proprie origini italiane.

Altri quadri in acrilico del secondo periodo

Intervista integrale a Filippa Serra Whitford

 My childhood years, I can say were very happy. Days full of laughter, playing in nature with my two elder sisters in a loving environment. We lived in a small cottage, in a village at the foot of the Cotswold Hills, Gloucestershire, UK. Our playground were the fields and meadows that surrounded our home and where I learnt to love nature through the changing seasons.

I’m not sure where my love of art began, but I do remember always being drawn to pictures in books, paintings, and colour. I loved making things and expressing my creativity through drawing, painting, and scrapbooking. From junior school through to high school, I had a strong passion for being creative.

I left school with an intention of finding work that involved art in one form or another. The closest to home was at the Royal Worcester Porcelain Company. I applied to train as a ceramic artist. A longstanding Company producing dinnerware and ornamental ware. It was the ornamental ware that most interested me but before anything I was to learn all about the mixing of paint and application to the pieces, also the firing and different temperatures that certain colours could take. It was very skilled work which only came through years of practise. I watched the creative hands of Daisy Rea, Ted Townsend and Harry Davies all masters of their craft.

I left the Company after I got married and started a family. I was there for nine years during which time I had learnt a new skill which many do not have the chance to experience.

I taught myself watercolour painting and loved to paint flowers and still life rather than landscapes. I always preferred to paint from life so was on the constant lookout for fresh flowers and fruit, either singly or as a decorative still life arrangement. I began to sell my work which was a great confidence boost.

These days, my interest has shifted to a more modern approach. Acrylic paint as opposed to watercolour. The difference being quite significant. Strong bright bold colours are used in geometric shapes and forms, hoping to invite the onlooker on a journey and engage and feel the same passion as to how it was created.

I believe that art is a means of discovery, constantly moving on, new materials and new horizons to discover. The flowers have still found their way back though, again, strong and more stylized but still hopefully pleasing. I sometimes regret not having had formal training, though I’m not certain. To me, art is something deeply felt and can only be guided. It is a spark that must be nurtured and sustained. I feel very fortunate to share a part of myself with others through my work, however modestly.

Bibliografia

  • Florartist, 1976. Filippa Whitford, Russell Bennett. 1976. London
  • Serra F, 2006. Questa è la mia vita. Pilade V. A. CSA Editrice. Crotone

Sitografia

Dove il colore incontra la luce, nasce il linguaggio senza tempo di Filippa Serra Whitford

 

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