Giu 06

Introduzione alla lettura di Antonio Franchini

(di GIUSEPPE D’ANGELO)

«[…] uno degli effetti più spesso ottenuti dall’ermeneutica

dei fatti culturali è stabilire tra i fenomeni, tra gli autori,

tra i movimenti, nessi e relazioni plausibili, intelligenti

e quasi sempre del tutto falsi» (Franchini 2003: 156).

L’ultimo romanzo di Antonio Franchini, Il fuoco che ti porti dentro (2024), interamente incentrato sulla figura di Angela, madre dello scrittore, ripropone con rinnovata intensità uno dei temi cardine della sua produzione: la famiglia. Non è un caso, infatti, che i genitori dell’autore compaiano frequentemente tra i personaggi delle sue opere. Tuttavia, il concetto di “famiglia” in Franchini va inteso in senso più ampio rispetto a quello convenzionale: non si limita ai legami di sangue o ai più stretti congiunti, ma si carica di significati ulteriori, meno immediati. Un esempio significativo si ritrova nelle prime battute di un suo recente racconto, Il vecchio lottatore:

L’uso di chiamare “famiglia” un gruppo di lottatori che si allenano insieme è di origine brasiliana. Non avrebbe saputo spiegarne la ragione. Forse perché laggiù i legami di sangue si allentano presto […] e può apparire di conforto che esista un’altra idea di famiglia, fondata sulla libera scelta di un gruppo di uomini uniti dal sacrificio e dalla fatica (Franchini, 2020: 191).

Qui, i rapporti familiari, semanticamente connotati dalla pratica del combattimento — altro nodo tematico rilevante nella produzione franchiniana — si tingono di una carica agonistica e di una conflittualità disciplinata. Lo scontro coi genitori, in fin dei conti, non appare così dissimile dal rapporto tra maestro e allievo: in entrambi i casi si tratta di un conflitto generazionale, una miscela di ossequio e sfida tra esperti e novizi. Non a caso, Franchini (cfr. 2024: 81-82) ricorre al film Lo zappatore — 1980, regia di Alfonso Brescia, con protagonista Mario Merola — per esemplificare tale dinamica: nella scena ricordata, padre e figlio si fronteggiano in una sala da ballo, trasformata simbolicamente in un ring o in un tatami, incarnando due sistemi di valori contrapposti. È alla luce di questa diffusa conflittualità che vanno ricercati gli altri luoghi dell’opera franchiniana in cui compaiono i suoi genitori.

Il personaggio della madre, la cui presenza pervasiva e quasi debordante evoca la celebre — e spesso fraintesa — intervista rilasciata da Leonardo Sciascia a «L’Espresso» nel 1974. In quel dialogo con Franca Leosini, l’autore dell’Affaire Moro affermava: «la Sicilia è un matriarcato». Analogamente, nell’opera di Franchini, il potere — inteso come autorità e guida “a-morale” — sembra spettare di diritto alla madre, figura che si impone con una forza priva di compromessi, quasi paradigmatica all’interno del tessuto narrativo. Una figura di rilievo, la cui presenza si riscontra in almeno quattro opere dello scrittore napoletano — Quando scriviamo da giovani (1996), Quando vi ucciderete, maestro? (1996), Acqua, sudore e ghiaccio (1998) e, soprattutto, L’Abusivo (2001) — e che non manca di sorprendere e catturare l’attenzione del lettore. Si tratta di una tipica matrona napoletana, scolpita con tratti volutamente e meticolosamente stereotipati, elevata quasi a incarnazione di un modello materno fortemente radicato nella cultura popolare. Questa madre archetipica predilige la cura del corpo rispetto alla dimensione spirituale, una cura che trova piena espressione nella centralità del cibo:

«Come ti sembrano’st’alici? Sono buonissime, sono le migliori del mercato. Song ’e Giuvanni, quello che tiene ’o meglio pesce. Qualche volta imbroglia anche lui… prova il calamaro… però sulle alici, sul pesce azzurro non mi può fare scherzi. L’hai provato o calamaro?» (Franchini, 2001: 201).

Accanto alla centralità del cibo e della cura del corpo si affianca l’orgoglio battagliero che caratterizza questa figura, capace — come narrato in Quando vi ucciderete, maestro? — di affrontare con caparbietà un cancro che progressivamente le consuma il corpo, rifiutando ogni forma di compatimento, come si evince dalla laconica risposta a una vecchia compagna di classe che le chiede notizie della sua malattia: «Ma a te, scusa, questa informazione chi te l’ha data?» (1996: 154).

A completare il ritratto, emerge l’uso spregiudicato del linguaggio, spesso brutale e volutamente estraneo alle raffinatezze borghesi. Basti pensare agli insulti, come: «Sputalo ‘n faccia, si ‘o vidi, a chillu strunz!» (1998a: 244-245), oppure alla vaiassata inscenata presso il Circolo della Stampa di Napoli in L’Abusivo: «Ci pensò lei, ci andò lei sopra al Circolo della Stampa a fare bordello […]. Urlò — si vantò di aver urlato, perché non si pensasse che il gesto di aver presentato la domanda fosse stato del tutto inutile» (2001: 136). Proprio in L’Abusivo, Franchini consegna al lettore una riflessione di straordinaria intensità sul tempo che passa e sul rapporto con i genitori. Un pensiero che, insinuandosi tra le pieghe della narrazione, mette a nudo la dolorosa consapevolezza della fragilità:

Questo succede coi genitori che invecchiano, finché invecchiano tranquillamente: la loro vita resta funzione della tua, non esiste da sola. Quando si ammalano ti meravigli, desta stupore il loro corpo che chiede attenzione (Franchini, 2001: 16).

In questa rappresentazione del deperimento fisico si staglia la figura antitetica della madre: quella del padre. Un uomo calmo e serafico, portatore di una cultura solida ma ormai vetusta, dai modi raffinati e quasi dandistici, che conferiscono al suo personaggio un’eleganza discreta e dimessa. Benché sia spesso relegato a un ruolo secondario — come accade anche in Il fuoco che ti porti dentro — il padre viene evocato in una dimensione eterea, opposta alla presenza materica e terrena della madre. Emblematica è la visione onirica descritta in Acqua, sudore e ghiaccio:

L’ultima immagine che mi rimase di quel sogno atroce era mio padre ritto con la pagaia nell’ombra che calava sul fiume, azzurra, blu, nella nebbia che dal fiume saliva, bianca come il vapore del regno dei morti (Franchini, 1998a: 96).

La rappresentazione del padre, più che nella sua fisicità, si radica nel ricordo impalpabile, nella leggerezza che sfugge alla materialità della morte, come testimonia la dichiarazione contenuta in Cronaca della fine:

Gli dico a Parazzoli, più vedo cimiteri più mi passa la voglia di farmi seppellire. Bruciare, disperdere tutto, questo sì, via… meno male che adesso è legale […]. Io non sono mai andato sulla tomba di mio padre. Non me n’è mai venuta la voglia. Per me non significa niente (Franchini, 2002: 212).

Se il cimitero perde di senso di fronte alla potenza del ricordo, è la scrittura, allora, a farsi depositaria di significato. Una scrittura che, come sottolineano le ultime pagine de Il fuoco che mi porto dentro, non si presenta mai come terapeutica, né aspira a narrare una «ferita da medicare» (2024: 214), ma che comunque testimonia e conserva i ricordi. In questa prospettiva, l’opera di Franchini, specie nel suo legame con Renato Serra, si configura come un vero e proprio “esame di coscienza”, in linea con il bilancio morale e lirico che lo stesso Cesenate compì nel suo celebre Esame di coscienza di un letterato. Se, come scrive Franchini in Un amore ironico e fedele — prosa che introduce e commenta Letteratura in conflitto di Serra —, «avere a che fare con una scrittura» significa avere a che fare «con una vita» (Franchini, 1998b: XXVI), allora si può ben comprendere come egli assegni alla letteratura un ruolo altissimo e imprescindibile.

A suggello di questa riflessione si può richiamare un aneddoto narrato in Signore delle lacrime, dove un padre, ormai morente, lascia alla figlia un quaderno contenente un racconto ambientato al tempo del suo concepimento: «Era un quaderno di poche pagine, il succo faticato di un uomo che non aveva confidenza con la scrittura ma la sensibilità di volersene servire per un caso eccezionale» (2010: 82). Ci si chiede, allora, se la letteratura non sia proprio questo: il lascito, spesso doloroso, che si perpetua di generazione in generazione.

 

Riferimenti bibliografici

Franchini, Antonio, 2024, Il fuoco che ti porti dentro, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 2020, Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani, Milano, NN Editore.

Franchini, Antonio, 2010, Signore delle lacrime, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 2003, Cronaca della fine, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 2001, L’abusivo, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 1998a, Acqua, sudore, ghiaccio, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 1998b, Un amore ironico e fedele, in Serra, Renato, Letteratura in conflitto, Milano, Claudio Gallone.

Franchini, Antonio, 1996, Quando vi ucciderete, maestro?, Venezia, Marsilio.

Franchini, Antonio, 1996, Quando scriviamo da giovani, Venezia, Marsilio.

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