Lug 29

“La lingua di legno” dei Negromonte

Il regime dei Negromonte possiede un fondamentale tratto in comune con i totalitarismi. Indubbiamente, non ne conosce il terrore esercitato attraverso la violenza, le ingiustizie, la violazione dell’intimità delle persone e l’abuso delle loro vite, l’atrocità dei soprusi e dei campi di concentramento. D’altro canto però, si fonda su quello stesso principio di trasformazione della natura razionale dell’uomo messo in atto dai totalitarismi o anche da quell’odierno regime invisibile che è il capitalismo.

Siamo in corsa verso una piena restaurazione […] basata sulla trasformazione interiore dell’uomo, non sulla sua oppressione esterna. Punta a creare, per dirla brutalmente, una massa amorfa di schiavi contenti. La nuova guerra perpetua si basa su un criterio semplice e agghiacciante: tutti devono sentirsi insicuri se non fanno parte dell’omologazione (Montesano).

Insomma, una vera e propria campagna di paura e consumo. Dei totalitarismi, dunque, il regime dei Negromonte ha solo l’aspetto più immateriale, ma ugualmente fondante: “l’uccisione” dello spirito dell’uomo, l’ipnosi di massa che si ritrova costretto a subire, suo malgrado, il “popolo bascio”, irretito dalla demagogia, dalle false speranze e dalle illusioni promesse dei Negromonte.

Un regime totalitario, ovunque sia giunto al potere, ha distrutto l’intera struttura sociale ad esso antecedente, creando nuove istituzioni e regole, marchiando l’intera nazione con una propria ideologia dell’Assoluto, totalizzante e mitizzante (basta ricordare alcuni esempi di miti dei totalitarismi come l’Uomo Ariano, la Razza, il Sangue, la Cultura) e trasformando il sistema delle classi in un sistema massificato. Inoltre, un regime totalitario punta alla distruzione della coscienza e della spiritualità di ciascun individuo, capovolgendo totalmente le norme della logica, tanto da rovesciare anche i concetti comunemente intesi di bene e male, per cui il clima di irrealtà abilmente creato dalla rivoluzione apportata dal regime rende il male, la crudeltà e la violenza, qualcosa di quotidianamente accettabile, di “normale”. L’insensato diventa sensato, l’illegale legale, ciò che è folle e malvagio, logico, socialmente condiviso, praticamente banale. Una “ragione al contrario” domina le personalità di individui divenuti ormai automi senza facoltà raziocinante e critica.

Lo stesso accade, in pratica, nella Napoli dei Negromonte: essi la distruggono e la ricostruiscono sotto forma di parco tematico, dando vita all’allucinante “teatro all’aperto” denominato Eternapoli. Non solo, ma i Negromonte si impadroniscono della cultura, la rendono prodotto, proprietà privata, “perché”, come dice Calebbano, “la gente non compra più le merci, ma uno stile di vita” (pag. 39). I Negromonte vendono idee e speranze, inganni e illusioni, vendono cultura come volgare esibizionismo estetico, vendono uno stile di vita sfrenato, dissoluto, laido, ripugnante. Essi ipnotizzano il popolo con i loro vagheggiamenti e lo spingono a credere, come avviene nei regimi totalitari, che il loro potere porterà ricchezza e benessere perché la loro idea di bene è la stessa da cui il popolo si deve lasciar convincere ed è al contempo l’unica possibile e realizzabile: chi non è con loro non ha futuro. Ma soprattutto i Negromonte “vendono” apatia e falsa sicurezza, spingono ciascun individuo verso la morte sociale e inducono il popolo a seguirli con cieca ed ottusa fiducia sulla via da essi tracciata:”La gente non la sopporta, la democrazia! (…) La libertà vuol dire sforzo, e la gente non si vuole sforzare. Tutto va avanti solo per abitudine, per inerzia, perché nessuno tiene il coraggio di dire ‘ora basta!’ ” dice Calebbano (pag. 51). E ancora: “La gente si vuole togliere il peso, questa è l’epoca della leggerezza. Se tu gli togli il peso di vivere, e non gli fai capire che li disprezzi, ti saranno riconoscenti” (pag. 51); “ ’O popolo nun vo’ penzà, Robe’, vo’ sulo magnà!” (pag. 84).

Come ogni dittatore che si rispetti, essi tentano di creare la propria leggenda (“Si deve creare un mito, il mito dei Negromonte” – pag. 50), sfruttando perfino la morte del povero Andrea per farsi credere degli eroi. Inoltre conoscono perfettamente (anche se forse inconsapevolmente) l’utilizzo della “langue de bois”, la lingua di legno, ovvero la lingua ufficiale dei regimi, con le sue caratteristiche di vacuità, atemporalità, retorica, col suo uso di termini vaghi come “popolo”, “classe operaia”, “Storia”, “progresso”, ecc. Nel suo discorso finale il Calebbano non comunica nulla ma manipola, persuade e convince artefacendo la realtà e ogni valore ed ideale attraverso frasi fatte e generiche, quali:

“Tutto quello che può essere fatto deve essere fatto, il mondo trabocca di miracoli, e noi gridiamo a voce alta il nostro sì alla vita…” (pag. 174)

“Noi siamo la vera rivoluzione di questo paese, noi siamo il sogno che diventa necessario…” (pag. 178)

“Noi non odiamo i nostri nemici, vogliamo amare tutti, e vogliamo che tutti condividano il nostro sogno. Bisogna amare ciò che il popolo ama e odiare ciò che il popolo odia. E voi mi amate perché siamo una grande famiglia…” (pag. 179)

“Vogliamo un paese dove tutti possano dare il meglio di sé, dove tutti realizzino i propri desideri, dove per tutti sia possibile la speranza…” (pag. 176)

“Noi non siamo né di destra, né di centro, né di sinistra. Noi siamo per la libertà, il benessere, la prosperità…” (pag. 177)

Nel regime dei Negromonte sembrano trionfare i principi tipici del capitalismo odierno: il benessere e la ricchezza come ideali di vita, il progresso e l’ottuso ottimismo come ideali sociali, il consumo e lo spreco come habitus mentale. Non esiste più la solidarietà umana, ogni individuo è invisibile all’altro, è contro l’altro; e non importa quali siano i confini delle proprie libertà e dei propri desideri e se la loro realizzazione soffochi libertà e desideri altrui, perché ognuno deve perseguire la propria idea di bene. E i Negromonte sono lì per guidarci in questo…

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