Lug 12

L’economia immateriale dei negromonte

Nella paradossale vicenda narrata in Di questa vita menzognera, ultimo romanzo di Giuseppe Montesano, lo scrittore, come in un teatro dell’assurdo, ci presenta un mondo dominato dalla prevaricazione del più forte sul più debole, del potere subdolo e corrotto sulla cultura. Su questo palcoscenico, i Negromonte, burattinai incontrastati, tirano le fila della storia. Padroni indiscussi, progettano di vendere Napoli e dintorni allo scopo di creare “Eternapoli”, un enorme parco tematico in cui la finzione sostituisce la realtà. E’ questa l’idea attorno alla quale ruota tutto il romanzo, che rispecchia la visione che lo stesso Montesano ha del mondo occidentale, di cui critica il modello economico e capitalistico.

I Negromonte sono, dunque, la personificazione di questo modello e l’espressione di un potere che asserve la Cultura per trarne guadagni. Nel romanzo la cultura è svuotata di ogni significato e violata in ogni suo aspetto. Infatti, i Negromonte non sono altro che dei parvenu, che fanno dell’arte un modo per esibirsi ed elevare il proprio status culturale agli occhi di un popolo soggiogato dalle vane promesse di ricchezza. Ciò si riscontra in alcune loro manie, come lo pseudo-stemma gentilizio impresso sui telefoni cellulari di famiglia, o la fissazione che Francesco Negromonte, detto lo “Sciacallo”, ha per le pacchiane riproduzioni di opere dei Borbone all’interno di Villa Negromonte.

Montesano così, rappresenta il volto più gretto e volgare di un potere, che rosicchia le basi del Sapere traendone vantaggi personali. Tutti sono soggiogati al potere di questa famiglia, anche gli intellettuali: dal precettore fantoccio, che prontamente ultima le insensate frasi di Ferdinando Negromonte, a quelli che si credono liberi, come lo pseudo-dandy Cardano e il suo segretario, il disilluso Roberto, che alla fine, scovando nei classici della letteratura e della filosofia frasi ad effetto, finiscono per sostenere il “Progetto Eternapoli”.

L’economia materiale, basata sulla produzione di beni di consumo, è così sostituita dall’“economia immateriale”, basata sullo sfruttamento della cultura che, ad avviso dei Negromonte, diviene una risorsa più redditizia, in quanto inesauribile e continuamente valorizzabile. Viene così inaugurata una nuova era, nella quale le idee e la vita della gente divengono merce da vendere, come in un grande reality show:

Si vendevano tutto il Sud ma con la gente dentro, come un immenso Parco tematico (p. 38).

Per mettere in atto il progetto, l’astuta famiglia, “a metà strada tra un clan mafioso e una lobby imprenditoriale”, trasforma Napoli in un Museo a cielo aperto, in cui gli abitanti, divenuti attori, fanno rivivere ai visitatori le diverse epoche storiche della città.

Il passato monumentale ed artistico di Napoli viene sconvolto per la realizzazione del progetto: un ospedale viene raso al suolo per edificare la riproduzione di un anfiteatro romano, una Chiesa barocca viene trasformata in un ristorante di lusso, con antipasti a buffet disposti sull’altare maggiore, infine, alcuni dei più bei palazzi della città vengono fatti propri dalla famiglia e restaurati in modo del tutto folle, per adibirli a residenza e tenere a bada le amanti. Anche l’istruzione diviene “schiava” del Potere, tramite una totale privatizzazione delle scuole poste sotto la guida di Amalia Negromonte.

Già nelle prime pagine del romanzo, il ruolo della cultura è schernito e subordinato alla logica del potere e del guadagno. Infatti, Roberto è accusato dalla madre di avere conseguito una laurea inutile, quella in Lettere, a differenza del fratello Edoardo, laureato in Economia e con prospettive di guadagno migliori. Montesano, in tal modo, denuncia in chiave allegorica una tematica molto attuale, nella quale Napoli diventa metafora del mondo contemporaneo, corrotto dal potere mediatico, che spaccia la menzogna per verità e in tutto ciò che può esserci di buono soccombe alla più sfrenata cupidigia e corruzione.

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