Lug 13

Introduzione alla lettura di Alessandro Piperno

Con un esordio contraddistinto da uno straordinario successo di vendite Alessandro Piperno è diventato improvvisamente protagonista della scena letteraria di questi anni. Il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni, come è noto, al suo apparire nel 2005, è balzato di colpo al centro dell’attenzione mediatica dividendo la critica militante in entusiasti estimatori e ipercritici opppositori. In ogni caso, lo scrittore romano ha sorpreso tutti per la consapevolezza narrativa e la sicurezza degli esiti stilistici.

Tuttavia, io credo, non sono rimasti sorpresi coloro che avevano letto i suoi saggi su Roth, su Bellow, pubblicati su “Nuovi Argomenti”, e ancor più chi aveva avuto la ventura di conoscere e apprezzare, insieme all’intelligenza critica, la qualità letteraria della sua prosa saggistica, nel Proust antiebreo, oggi introvabile, pubblicato nel 2000. Nell’avvincente e affascinante indagine sulla Recherche non era difficile, infatti, avvertire la stoffa del narratore. A questo rinvia, di certo, una prosa ricca di immagini, di metafore, di figure retoriche che non sono mai un corredo ornamentale, ma costituiscono, piuttosto, l’elemento strutturale dell’interpretazione.

Attraverso avvedute strategie formali lo scrittore in nuce è in grado di risalire alle ragioni profonde del capolavoro proustiano, di scioglierne, forse faziosamente, come hanno detto alcuni, (ma quanta vitalità in questa faziosità!) i nodi conoscitivi fondamentali. Così egli può dipanare i processi psicologici, le dinamiche esistenziali che presiedono all’atto compositivo della Recherche, offrendo delle chiavi inedite per leggerla, ovvero, mettendo a fuoco il metodo conoscitivo dello scrittore francese: per esempio, la crudeltà; la scelta infernale, tutta giocata sull’inesorabile scorrere del tempo, al cui termine è solo la morte e il nulla; la smemoratezza come via di scampo dall’inferno e altro ancora.

Partendo da simili griglie interpretative Piperno può poi affrontare il problema dell’antisemitismo (se così possiamo chiamarlo) che in Proust è tutt’uno con la coscienza dell’ibrido, del mezzo ebreo e del mezzo cristiano, per intenderci. All’ibrido, a quella che è una frattura dell’anima, Piperno riconosce, appunto, la prerogativa di “uno scetticismo metafisico” e, per esso, quella di guardare senza pregiudizi il reale.

E non è la coscienza dell’ibrido, incarnata dal protagonista, all’origine del romanzo del 2005? Parlare del Piperno saggista, come si può notare, non fa che avvicinarci sempre più ai nuclei ideativi della sua opera narrativa. Non è difficile capire, infatti, che il percorso di conoscenza compiuto all’interno dell’universo proustiano (ma ciò accadrà anche con i saggi su Roth, su Bellow, su Nabokov) ha aiutato lo scrittore a chiarire qualcosa di sé.

La saggistica è, dunque, per lo scrittore romano una doppia avventura conoscitiva, è una specie di laboratorio in cui egli, a specchio dell’opera altrui, mentre conosce se stesso si prepara a scrivere il suo romanzo. Leggere un libro, capirlo, direbbe Sciascia, in fondo è sempre “un capire se stessi”.

Ecco perché non meraviglia, a questo punto, che in Con le peggiori intenzioni a raccontare della sua famiglia, tra iperbole e autoesame spietato, tra ironia e crudeltà, sia un mezzo ebreo e un mezzo cattolico, cioè Daniel Sonnino. La sua condizione di ibrido lo porta a guardare senza veli il mondo in cui è vissuto, a ribaltare, come si annuncia sin dal titolo del romanzo, i luoghi comuni e ad oltrepassare i confini dell’ovvio.

Si narra così la difficile e disastrosa educazione sentimentale del protagonista avvenuta tra finti splendori, frustrazione sociale e inadeguatezza individuale. Nel rovesciamento del racconto di formazione, nella sua declinazione negativa che dalla parodia sfocia inesorabilmente nella verbildung, del resto, Piperno sembra trovare il suo schema narrativo preferito. E una bildung contrastata e alla fine negata è quella di Tati, il protagonista della Favola della vita vera. In questo racconto, pubblicato per i “Corti di carta” del “Corriere della sera” il 26 aprile 2007, lo scrittore, infatti, narra con un’inedita asciuttezza stilistica di una vita segregata e dell’avventuroso quanto illusorio tentativo di uscirne.

Ancora notizie di un’esistenza mortificata e dell’insensatezza della Storia arrivano dalla condizione di autoreclusione in cui versa il protagonista di Ritratto d’artista recluso e in decomposizione, il racconto offerto da Piperno per l’antologia Scrittori d’Europa 2007. La parabola fallimentare dell’artista con il suo carico di frustrazioni, di masochistiche aberrazioni, rivela un fondo di lacerante solitudine, di inguaribile dolore, esaltato anche dal sottile gioco intertestuale che il titolo, nel richiamare somiglianze e nel misurare distanze, stabilisce con il Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce.

Infine, lo scrittore torna a un saggismo che si conferma di natura autobiografica con Il demone reazionario. Sulle tracce del Baudelaire di Sartre. La rilettura del saggio sartriano sull’autore dei Fiori del male è infatti anche un pretesto per riprendere il discorso su temi cari e ribadire in tal modo, attraverso una doppia agnizione, la propria matrice nichilista.

maggio 2007

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