Lug 13

Ritratto d’artista recluso e in decomposizione

Alla fine degli anni ’60 un bel gruppo di piccoloborghesi arricchiti, traviati dalla promessa della tranquillità perduta, colonizzò, con ville e campi da golf, verdi rigogliosi lotti alle porte di Roma nord, condannando i figli, negli anni a venire, a vivere nel cuore di una fiaba illuminata da ardenti barbecue e profumata da prati perennemente tagliati e dal lezzo di cloro e ringosperma. Se è vero come pensava Jung che ognuno di noi ha un secolo elettivo, ecco forse la ragione per cui ogni famiglia di quell’immenso comprensorio aveva scelto di costruire la propria dimora su un modello architettonico tratto da altre civiltà e altre epoche: tanto per fare un esempio, la mia casa – parodia d’una dimora costruita da Frank Lloyd Wright nei sobborghi di Buffalo negli anni ‘30 – svettava tra un castello bavarese e una pagoda.

In quanto discendente di uno di quegli ingenui entusiasti pellegrini sento una strana sintonia con questa Roma che non è Roma, con questa Disneyland senza montagne russe. Mi sento consustanziale ai parchi geometrici, ai dossi su cui, con un sgangherato pickup, saltavo con l’entusiasmo del neopatentato. Sono affezionato perfino alle squadre di sorveglianti in divisa la cui inettitudine è proverbiale, e a certi angoli di questi boschi artificiali che a ottobre sfoggiano tutte le possibili tonalità del viola e del giallo.

Sono cresciuto qui, con mio fratello David. Ho fatto qui con lui tutte le prime cose che si fanno. Diciamo che questo posto divide con i miei genitori il tentativo fallito di rendermi la persona che per mille ragioni non sono riuscito a diventare. Questa casa che non riesco ad abbandonare (sono settimane che non esco, ho il terrore di farlo) è stata testimone del mio vivere per interposta persona. Era David a divertirsi per me, a rimorchiare per me, a soffrire per me. Non sono mai riuscito a spiegare a nessuno (neppure al mio paziente barbuto analista) come potessi essere così felice immerso in quella contemplazione. Ma era così che funzionava il nostro rapporto. Lo tallonavo per guardarlo vivere al mio posto. Il suo segreto era l’odore: la fragranza di pane appena sfornato che esalano certi ragazzi biondi rubizzi lievemente soprappeso.

E’ possibile leggere la versione integrale del racconto Ritratto d’artista recluso e in decomposizione di Alessandro Piperno nell’antologia Scrittori d’Europa 2007 (Bonanno Editore, Acireale-Roma 2007).

About The Author