Lug 12

Incontri in pieno giorno di Giuseppe Montesano

Bizzarra e misteriosa città! Decaduta e ancora fascinosa capitale! Davvero solo qui è ancora possibile che i fantasmi adeschino il passante in pieno giorno!

Questa battuta, collocata al centro della narrazione, illustra, in una sorta di mise en abyme, il significato da attribuire al titolo Incontri in pieno giorno, sotto la cui insegna Montesano riunisce due brevi lasse narrative di impianto dialogico. Lo scrittore dapprima immagina di ascoltare la conversazione avvenuta tra Sancho Panza e Miguel de Cervantes, mentre sorseggia una bibita, «seduto al tavolino di un bar»; poi fantastica di trovare nella cassetta della posta la registrazione de L’ultima confessione di Don Giovanni.

In tal modo, l’io narrante assiste come testimone agli sfoghi di Sancho e di Don Giovanni, senza mai partecipare direttamente alla scena che ascolta. Così, se il dialogo tra Sancio e Miguel si svolge intorno al tavolo posto alle spalle dello scrittore, il monologo di Don Giovanni è invece inciso su un nastro che restituisce la voce «profonda e vellutata di un contralto». In entrambi i casi dunque l’io narrante percepisce la presenza fantasmatica di personaggi che tuttavia non vede in volto.

Ne deriva una narrazione teatralizzata che privilegia il discorso diretto, qua e là inframmezzato da scarni commenti autoriali, come avviene nel caso del primo racconto, o da didascalie vere e proprie, contrassegnate come tali dall’uso del corsivo, nell’episodio di Don Giovanni. Dal canto loro, i personaggi recitano la propria parte agendo come fantasmi ed ombre, ansiosi di riferire la propria storia. È, per l’appunto, attraverso l’azione del raccontare che Sancho, Don Chisciotte e Don Giovanni, abitatori di un universo parallelo e sussidiario a quello reale, finiscono con l’imporre alla fantasia dell’autore la consistenza della propria identità.

Si tratta di un’identità dinamica e mutevole: i personaggi letterari, una volta usciti dalla teca della memoria e riportati in vita, si muovono con disinvoltura nel mondo contemporaneo, parlano in dialetto, girovagano per le strade trafficate di Napoli. Non stupisce allora che Sancho, dopo la morte del Cavaliere della Triste Figura, sia diventato professore universitario, scriva sui giornali come critico letterario e si sforzi ora di interpretare il romanzo che narra le avventure da lui vissute in passato. Non diversamente, Don Giovanni, stanco di “volgari raggiri” e di “beffe ottuse”, ascolta musica rap e, intanto, insegue un sogno d’amore tra i cunicoli della metropolitana. La vita non si ferma e, di conseguenza, anche i personaggi dei libri si evolvono di continuo.

Questi personaggi memorabili, questi spettri di carta sbalzati nella quotidianità frenetica del mondo contemporaneo subiscono una vera e propria metamorfosi: non solo il loro linguaggio si è adeguato alla modernità e al contesto in cui sono stati deposti dall’immaginazione dell’autore, ma la loro indole è radicalmente trasformata. Si assiste cioè al ribaltamento del locus communis: i tratti stereotipi, che contraddistinguono nell’immaginario del lettore la fisionomia dei suoi eroi, hanno subito un rimaneggiamento, una manomissione, un vero e proprio rovesciamento. Allora, la saggezza popolare di Sancho Panza cede il passo alla sofisticata e cavillosa intelligenza del Sancio novecentesco; non altrimenti, la smania di possesso di Don Giovanni si converte in un’impotenza esistenziale, in una ricerca sentimentale che sfiora il patetismo.

Ciò implica pure il sovvertimento dei rapporti tra i personaggi. Ogni episodio del dittico di Montesano ospita infatti la messa in scena di una coppia di protagonisti, indissolubilmente legati e finanche complementari: nel primo lacerto testuale, Sancho parla con Miguel de Cervantes del suo vecchio compagno di viaggi, Don Chisciotte; nel secondo quadro, il celebre libertino riflette sulla natura del suo sodalizio con Leporello. E tuttavia i ruoli e i rapporti di forza all’interno della coppia sono addirittura capovolti: Leporello “va dicendo in giro di essere lui, il vero Don Giovanni” e rimprovera il sentimentalismo del suo antico padrone; Sancho si è “emancipato” e ha smesso di “contraddire” il nobile hidalgo.

La narrazione di Montesano si configura al modo di un intelligente apologo metaletterario, si qualifica al pari di una riflessione sulla “realtà” della letteratura e sui meccanismi che danno avvio alla genesi della creazione narrativa. I romanzi “sono sempre veri perché sempre inventati”, afferma Cervantes nelle ultime battute del dialogo con il suo personaggio. Lo scrittore castigliano si fa limpida controfigura dell’autore e, ragionando sul nascere dell’ispirazione narrativa, al contempo rivela l’origine stessa della narrazione di Incontri in pieno giorno:

Come comincia? Comincia che senti delle voci, ma non sono chiare, che ti sembra di vedere dei gesti, ma non sei sicuro, non ncora. Poi, qualcosa ti sommerge, stai affogando, devi fare qualcosa, c’è troppo mondo dentro di te, troppa vita e troppa morte, e allora cominci: In un paese della Mancha che non voglio nominare, vivea or non è molto uno di quei cavalieri…

Anche Montesano “sente voci”: “c’è troppo mondo dentro di lui” che chiede con urgenza di essere narrato.

maggio 2007

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