Lug 12

Andrea, il “ribelle succube” dei negromonte

L’unico a posto là dentro era Andrea, ‘o piccerillo’. Ma si era urtato con tutta la famiglia, e soprattutto si era messo contro al vecchio maiale (p. 47).

Questo passo pronunziato da Miranda, uno dei protagonisti del romanzo Di questa vita menzognera, a proposito del personaggio, appare alquanto emblematico di quella che è la figura del giovane e della sua vicenda all’interno dell’opera di Montesano. Ecco come ci viene presentato:

Era alto e perfettamente proporzionato, con lunghi capelli castani che gli cadevano morbidi e ondulati fin sulle spalle come in certe statue di Dioniso. Si muoveva con lentezza, come se fosse stato molto stanco, ma in ogni gesto che faceva si avvertiva un indefinibile languore sensuale. (p. 65)

Ma chi è veramente Andrea? Anzitutto egli è l’anima “ribelle” della potente famiglia dei Negromonte, i ricchi padroni di Napoli che con il danaro o il potere credono di strumentalizzare tutto e tutti, di cambiare il volto della città e che, con la loro meschinità, ci introducono pertanto in un mondo vuoto, volgare, alla rovescia in cui tutto è monopolizzato e fagocitato dalle mani dei Potenti…
È il più giovane dei fratelli, l’unico “toccato dello spirito”, l’unico in grado di esprimere e sollevare una voce nuova e vera in quell’universo in cui le uniche preoccupazioni erano quelle di “mangiare, fottere e arricchirsi” e da cui erano bandite la “tenerezza e la pietà”… Dirà allora il giovane a gran voce:

“Non avete mai fatto un gesto gratuito, una carezza per farla, un atto di carità se non per averne qualcosa in cambio! La vostra vita è solo violenza e sopraffazione… E’ la vita questa? Io vi rifiuto, io rifiuto questa famiglia di ipocriti e di servi!” (p. 69)

Il giovane Negromonte è l’unico che a “questa vita menzognera” sa opporre il suo rifiuto sincero ma disperato. Egli è disgustato da questo teatro dell’orrore e della menzogna, non vuole più essere uno di loro!

“Io questo sangue lo odio! Il sangue di questa famiglia io lo schifo! Io il vostro sangue non lo voglio, non lo voglio!” (p. 71).

È significativo che tutto ciò avvenga al culmine di uno dei momenti fondanti della vita della famiglia Negromonte, il pranzo pasquale. Pranzo pantagruelico che celebra tutta la sfarzosità, ma che soprattutto pone in risalto lo spreco, l’abuso, i beni che Ferdinando, il Calebbano e lo Sciacallo scialacquavano senza alcuno scrupolo o pudore…

Ed è altrettanto rilevante come ancora una volta sia la figura di Andrea al centro dell’altro grande pranzo natalizio. Un altro colpo di scena certo, ma stavolta nella villa Negromonte irromperanno prima due guardiani per annunziare la morte del giovane, e poi Ciro, l’autista, che entrerà portando il corpo esanime. Andrea, che credeva di “potere essere ancora un uomo nuovo nella verità”, che voleva cambiare il mondo (“Perché non potremmo cambiare, cambiare con l’amore! Perché deve sempre trionfare il male”, p.92), abbandona tutto (“Nel Vangelo è scritto- grida in faccia a Cardano- che i nemici dell’uomo saranno i suoi familiari! E’ scritto che abbandonerai padri e madri, fratelli e sorelle”), lascia lo sfarzo che la vita avrebbe potuto offrirgli e se ne va in giro a predicare l’amore e la condivisione, a citare il vangelo, a elargire elemosina, a dare il denaro dei Negromonte ( “La libertà e l’amore coi soldi dei Negromonte?” ma “Con i soldi dei Negromonte c’è solo la morte”! p. 130)…

Il giovane, a questo mondo ridotto a teatro, in cui i valori sono ribaltati e il Caos e la Sconfitta regnano sovrani, cercherà di trovare una via d’uscita, di salvezza, di liberazione… In un discorso fatto a Cardano, altra voce significativa del romanzo contro il degrado morale e la prepotenza della dinastia, aveva detto:

E come si fa a rinnegare il male?… Non lo so, ma da qualche parte ci deve essere, il bene!… O dobbiamo sempre permettere a questi assassini di esistere come se tutti fossimo come loro? E tutta questa impostura!(p. 93).

Andrea è una figura un po’ eroica; ma l’eroe non può più esistere in questa società in cui non si ha scampo… Alla fine, infatti, egli non riesce a portare avanti fino in fondo la sua battaglia (“Non c’era più nessuna battaglia da combattere, erano già state perse tutte. Potevamo ancora salvarci, ma dovevamo andarcene via tutti, lontano di lì, molto lontano” p. 130); è solo, soccombe e muore: lui stesso pone fine alla sua vita senza lasciare un biglietto, senza dire una parola…

Si ammazza perché veramente sa di non poter essere diverso… Se è vero che, da un lato, il giovane con le sue parole, con la sua aria ispirata e la ribellione scuote il sistema dei Negromonte, dall’altro è anche vero che in questo modo solleva su di sè disprezzo e rappresenta una vera spina nel cuore del resto della famiglia; si inimica inoltre il Vecchio, il quale non aveva affatto accettato il suo ‘urlo liberatorio’.

Del resto, l’archeologa Nadja soltanto gli starà accanto a combattere clandestinamente lo scempio e la degradazione, non solo ambientale, ma anche culturale, messa in atto dalla sua famiglia. Anche lo stesso Cardano, al quale sarà impedito di vedere il ragazzo dopo il pranzo natalizio e che aveva compreso la natura e l’anima del cognato, ha chiuso gli occhi. Ecco il rimprovero che l’esteta del romanzo muove aspramente contro se stesso, dopo essere venuto a conoscenza del suicidio. Andrea non vuole “accettare la realtà in cui il grande mangia il piccolo” (p. 93), gli fa orrore.

E’ la vita, dicono tutti, è la vita. E’ questa la vita? E allora io non accetto la vita! (p. 93).

Il giovane “se n’è voluto andare, se n’è andato da questa fetenzia perché non ce la faceva più”.
( p. 151). Pertanto la morte di Andrea si carica di un valore simbolico che sublima il personaggio in un assunto di sacralità. Ma il suo sacrificio non è valso a niente, perché alla fine ci si accorge che nulla è cambiato… Andrea da solo non riuscirà a evitare la catastrofe completa.

D’altronde la possibilità di una salvezza è messa in dubbio dallo stesso romanzo che si chiude con una fuga dall’esito incerto, forse da questo mondo completamente
all’ “incontrario”, in cui vengono premiati la violenza, la menzogna, la spregiudicatezza; in cui la bellezza e l’innocenza sono inquinate e compromesse con l’immoralità e la bruttezza.
Un mondo in cui viene letteralmente cambiato volto a tutto quello che c’è di buono -amore, cibo, cultura-.

L’autore stesso indica al lettore di andare a cercare questa possibilità di salvezza in chi ancora non si è arreso al male, in quei pochi che “dicono No ai giorni del presente”.

 

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