Il molo
Per me al mondo non v’ha un piú caro e fido
luogo di questo. Dove mai più solo
mi sento e in buona compagnia che al molo
San Carlo, e più mi piace l’onda e il lido?
Vedo navi il cui nome è già un ricordo
d’infanzia. Come allor torbidi e fiacchi
-forse aspettando dell’imbarco l’ora-
i garzoni s’aggirano; quei sacchi
su quella tolda, quelle casse a bordo
di quel veliero, eran principio un giorno
di gran ricchezze, onde stupita avrei
l’accolta folla a un lieto mio ritorno,
di bei doni donati i fidi miei.
Non per tale un ritorno or lascerei
molo San Carlo, quest’estrema sponda
d’Italia, ove la città è ancora guerra;
non so, fuori di lei, pensar gioconda
L’opera, i giorni miei quasi felici,
cosí ben profondate ho le radici
nella mia terra.
Né a te dispiaccia, amica mia, se amore
reco pur tanto al luogo ove son nato.
Sai che un piú vario, un piú movimentato
Porto di questo è solo il nostro cuore.
(U. Saba, Il molo, Il Canzoniere).
***
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
piú puro dove piú turpe è la via.
(U. Saba, Città vecchia, in Il Canzoniere).
***
Verso casa
Anima, se ti pare che abbastanza
vagabondammo per giungere a sera,
vogliamo entrare nella nostra stanza,
chiuderla, e farci un po’ di primavera?
Trieste, nova città,
che tiene d’una maschia adolescenza,
che di tra il mare e i duri colli senza
forma e misura crebbe;
dove l’arte o non ebbe
ozi, o, se c’è, c’è in cuore
degli abitanti, in questo suo colore
di giovinezza, in questo vario moto;
tutta esplorammo, fino al piú remoto
suo cantuccio, la piú strana città.
Ora che con la sera anche si fa
vivo il bisogno di tornare in noi,
vogliamo entrare ove con tanto amore
sempre ti ascolto, ove tu al bene puoi
volgere un lungo errore?
Dalla piú assidua pena,
della miseria piú dura e nascosta,
anima, noi faremo oggi un poema.
(U. Saba, Verso casa, in Il Canzoniere).
***
I monti rocciosi, il mare luminoso sono rimasti: il resto…Forse il disastro incominciò con l’abbattimento (senza necessità assoluta) di città vecchia, che era, fra altre venerabili cose (ivi inclusi i poveri ubbriachi che vedevi, il Sabato sera – giornata per gli operai di paga – sbandare, col loro “libero arbitrio”, da un canto all’altro delle sue viuzze ed androni: spettacolo che ti divertiva bambina; del quale serbi ancora – a quanto mi hai detto – una specie di nostalgia) la parte più incontestabilmente italiana della città. Quando tua madre ed io ci siamo sposati, Trieste era, circa, quella che, per me, era sempre stata: e lo è ancora, ma solo in sogni sognati ad occhi aperti, che cerco, per quanto possibile, di evitare, per la paura che mi trasformino (come quasi sempre avviene) in incubi. Ricordo le passeggiate quotidiane che facevo con la tua – mia grande Lina. Si scendeva dalla collina di Montebello, dove si abitava (tu non eri ancora nata) e si percorreva quasi tutta Trieste. Il suo incanto maggiore stava nella sua varietà. Svoltare un angolo di strada voleva dire cambiare continente. C’era l’Italia e il desiderio dell’Italia, c’era l’Austria (mica poi tanto cattiva come si pensava), c’era l’Oriente, c’era il Levante coi suoi mercati in fez rosso, e molte altre cose ancora. Si finiva quasi sempre, prima di rincasare, in una piccola pasticceria ebraica di città vecchia, una pasticceria più antica che vecchia e nella quale si confezionavano i dolci migliori che abbia mai assaggiati, ed ai quali aveva sospirato invano la mia, già remota infanzia. (Mi rifeci – non dubitare – più tardi). E c’erano lì accanto, la casa dove abitava mia madre, c’erano i negozietti di vestiti fatti, di mobili nuovi e usati, che esponevano (parlo dei primi) la loro merce appesa all’esterno delle botteghe, così che padroni, padrone e commessi, dovevano continuamente vigilare, più che contro i ladri, contro i cani che, inconsci del pericolo, aveva malgrado il “libero arbitrio” la malaugurata tendenza di fiutare prima, poi di alzare trionfalmente la coscia sui lembi pendenti delle stoffe esibite al passante. E, al tempo stesso, sia per compensare i sullodati cani dei calci che ricevevano senza che potessero comprenderne il motivo (ma il mondo e le leggi che lo governano appaiono ugualmente incomprensibili a tutti, vuoi uomini, vuoi cani), sia perché allora si credeva che questi ultimi ammalassero d’idrofobia per sete, tenevano, fuori dell’uscio, una ciotola piena d’acqua, rinnovata, l’estate, due volte al giorno. Automobili non ce n’erano (o assai rare); la gente comune andava a piedi; i ricchi (ma non sempre) in carrozza, ad uno o a due cavalli, alcune stemmate allo sportello e col servo in livrea a cassetta. Dio mio, Linuccia, com’era bella allora tua madre! E come era bella, allora, la nostra città.
(U. Saba, Trieste come la vide, un tempo, in Tutte le prose,).
