Sono anche io del parere che non è bene raccontare i sogni; ma quello che ebbi prima d’andare a Bergamo, ha un’attinenza con questa breve storia.
Sognai di tornare al mio paese nativo, il quale non è punto sul margine dell’alta Lombardia, ma nel cuore di un’isola lontana, aggrappato a un’alta roccia, e non ha un nome così svelto e breve, ma difficile a ritenersi da chi non vi sia nato o stato, e fa sorridere chi l’ode per la prima volta. Il Larousse dice che la chiesa è notevole (anzi, le chiese notevoli sono parecchie, e in una è il più bel trittico fiammingo ch’io abbia visto capitato lì chissà come) e che nei dintorni ci sono miniere di zolfo e di zinco. Ma di queste miniere, sebbene la notizia si trovi ripetuta con le stesse parole in tutti i dizionari, nessun mio conterraneo ha sentito discorrere.
Io dunque tornavo laggiù in una luce che non era né diurna né serale, tra rosea e bigia, e il paese appariva biancastro e muto da una svolta della via, in n orizzonte tutto quanto desolato e rupestre. […]
– Questo paese – […] Carlo Quinto lo visitò e il paesaggio cui accennavo così dicendo col moto della mano – è semplice e grande. Le chiese notevoli sono parecchie e uno è il più bel trittico fiammingo e in una è il più bel trittico fiammingo ch’io abbia visto capitato lì chissà come. Nel secolo scorso vi nacque vi nacque il celebre cardinale Rampolla.
Quando mi fui destato conobbi che il paese e il paesaggio non mi somigliavano che vagamente ai miei. Il mio paese non è così contratto, ma lungo e schierato sopra una vetta e non si appoggia a un acclivio ma tutto lo sovrasta da ogni parte; il paesaggio poi, quantunque meno armonioso, è più vivace di quello che avevo sognato. Probabilmente piuttosto che ai ricordi d’infanzia quella visione si riferiva all’imminente gita bergamasca, e il risultato ne era che l’immagine sorta dal fantasticare notturno non corrispondesse bene né a quella del mio paese né a quella della città lombarda quale per sentita dire la conoscevo. Sicché, accarezzata per poco quella nuda beltà che m’era apparsa fra le tenebre, idoleggiata, prima di lasciarla svanire nella smemoratezza, quella città fra monti di statura uguale che avrebbe potuto intitolarsi città ideale fra i monti […]
(G. A. Borgese, La città sconosciuta, 2019).
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«Lassù nelle Madonie, che è il nome degli Appennini di Sicilia, dove non sono tornato ancora, il paese dei miei primi anni ha spazio. In tutto il gran scenario – oleandri lungo la valle classica, olivi di greppo in greppo, vette chiare calanti a schiere dagli acrocori del centro al mare, infine il mare d’Imera, tagliato a spicchio dietro l’ultima quinta – non si vede altra città o villaggio. Polizzi Generosa, drappeggiata nel suo superbo epiteto, torreggia sola».
(G. A. Borgese, Accenti, in Una Sicilia senza aranci, p. 264).
