Luoghi dell’invenzione – Taranto

Taranto

Qualunque individuo sano di mente avrebbe provato sconcerto entrando a Taranto dalla statale jonica. La quiete promessa del mare costiero si infrangeva sulle torri di frantumazione del cementificio, sulle colonne di frazionamento della raffineria, sui laminatoi, sui parchi minerari del gigantesco complesso industriale che artigliava la città. […] Le macchine erano organizzate in modo da nuocere agli uomini secondo un’equazione costi-benefici che altri uomini concepivano in uffici dove ottimizzavano le perversioni più sfrenate. I consigli regionali le ratificavano e i tribunali le assolvevano al culmine di battaglie di cui si nutriva la stampa locale. In questo modo Taranto era una città di altiforni. Ma Bari era una città di uffici, di tribunali di giornalisti e circoli sportivi.
(N. Lagioia, La ferocia, Torino 2015, p. 14)

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Aveva superato un lungo tratto costiero completamente deserto. Capannoni e edifici mai finiti di costruire. Poi aveva piegato verso l’interno. I cespugli si fecero radi. Adesso terra rossa sotto il sole. Orazio Basile sudava sulle stampelle. Attraversava una terra di nessuno che avrebbe trovato identica uscendo da Taranto, o addentrandosi nella piana calabrese. L’avrebbe trovata identica in Palestina. […] Alle due si trovò a Japigia. Il profilo bianco di enormi condomini tutti uguali spuntò dopo una curva. […] alle cinque di pomeriggio già arrancava nella periferia Sud della città. […] ville a schiera, le voci coperte dagli irrigatori. Anche il sole era più dolce. […] Aveva già capito da un pezzo che era vicino all’obiettivo. Adesso lo vedeva.
(N. Lagioia, La ferocia, Torino 2015, pp. 251-252)

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L’imponenza degli altiforni, il loro eterno lavorio, è un’immagine costante delle notti tarantine, quando il cielo in profondità si tinge di rosso e le stelle, ormai da anni, non si vedono più. Taranto finisce con il quartiere Tamburi: il resto è tutto Ilva (ex Italsider) per tre, quattro chilometri. La campagna è violata dalla fabbrica e lei, la fabbrica, è sempre lì sfinge metallica impassibile, fissa aosservare la città a cui ha dato lavoro e classe operaia e che ora lentamente sta conducendo con sé nella crisi irreversibile. La Sfinge è prossima alla morte. Ma dalle nostre parti al contrario di Tebe, la morte della belva, che ha fatto piovere acido sulle nostre teste, non libererà la città a nuova vita, ma la lascerà in un futuro ancora più cupo. Anche perché la sorte non ci ha dato nessun Edipo liberatore in dono; anzi ci ha riservato una sorta di di grasso satiro, focoso e delirante.
(A. Leogrande, Da Taranto, in Dalle Macerie, Milano 2018).