Agrigento
Io mi trovo da un giorno ad Agrigento, patria di Luigi Pirandello. Vuole sapere com’è questa città? Prima di tutto, molto bella (è questo che bisogna dire, “prima di tutto”, quando si scrive di una città siciliana). Poi sghemba. A tal punto sghemba e fuori sesto (almeno la parte vecchia) da somigliare a una di quelle costruzioni che i bambini a letto si combinano sulle gambe e i piedi. Le piazze, tutte in pendenza, paiono in procinto di scivolare ed entrare l’una nell’altra; le vie, dopo aver cercato d’innalzarsi ad arco, s’afflosciano nel mezzo e ricadono nel punto da cui erano partite; le scalinate abbandonano il viandante sul più bello, come pentite di averlo fatto salire e, attraverso un ponticello, lo immettono sopra un declivio disselciato e lo licenziano indicandogli sommariamente la via del ritorno. Insomma, pare che tutta la città debba da un momento all’altro rientare in se stessa, e chiudersi, e ridursi a una piazza, un palazzo, una chiesa, una strada, come una scatola a sorpresa. Su tanta irregolarità in procinto di regolarizzarsi in modo estremo e diventare un che di unico, soffia dal mare un bellissimo vento.
(V. Brancati, Lettere al direttore, in Romanzi e saggi, “I Meridiani”, Milano 2003, p. 1246).
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La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in cima al colle. La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronuncia popolare, Bibirria, voleva dire porta dei venti. Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la casa del Granella. Dirimpetto aveva soltanto un fondaco abbandonato, il cui portone imporrito e sgangherato non riusciva più a chiudersi bene.
(L. Pirandello, La casa del Granella, in Il meglio dei racconti, Milano 1993, p. 91).
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Il Signore della Nave si festeggia nell’antica chiesetta normanna di San Nicola, che sorge un buon tratto fuori del paese, a una svolta dello stradone, tra i campi. Ci dov’essere, se si chiama così questo Signore, qualche storia o leggenda ch’io non so. Ma certo è un Cristo che, chi lo fece, più Cristo di così non lo poteva fare, ci si mise addosso con una tale ferocia di farlo Cristo, che nei duri stinchi inchiodati su la rozza croce nera, nelle costole che gli si possono contare tutte a una a una, tra i guidaleschi e le lividure, non un’oncia di carne gli lasciò che non apparisse atrocemente martoriata.
(L. Pirandello, Il Signore della Nave, in Il meglio dei racconti, cit., p. 965).
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Il popolo lo chiama ancora circolo dei nobili (o dei galantuomini dei civili dei don); i soci lo chiamano semplicemente casino. È situato sul corso, nel punto più centrale; consiste di una grande sala di conversazione, con tappezzeria di color perso e poltrone di cuoio scuror, una sala di lettura, tre sale da gioco: nella sala di lettura c’è la radio, quasi sempre accesa, la possibilità di far profittevole lettura è molto vaga.
(L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, in Opere 1956-1971, Milano 1987, p. 50).
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Il monastero era soggetto ad una rigida regola di clausura e l’ingresso ne era sbarrato agli uomini. Appunto per questo don Fabrizio era particolarmente lieto di visitarlo, perché per lui, discendente diretto della fondatrice, la esclusione non vigeva e di questo suo privilegio che divideva soltanto col Re di Napoli, era geloso e infinitamente fiero […]. In quel luogo tutto gli piaceva, cominciando dall’umiltà del parlatorio rozzo con la sua volta a botte centrata dal Gattopardo, con le duplici grate per le conversazioni, con la piccola ruota di legno per far entrare e uscire i messaggi, con la porta ben squadrata che il Re e lui, soli maschi nel mondo, potevano lecitamente varcare.
(G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano 1997, p. 86).
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Come potrebbe non essere bello un posto con un nome e cognome così pieni di mito; con un’anagrafe che, salvo il vero, si lascia indietro per purezza di sangue tanti blasoni tardo romani di mura castrensi, tanti rozzi “pedigree” longobardi? […] Fra le rovine disseppellite ammireremo resti di santuari e di case, un’antica e una meno antica necropoli; e specialmente il teatro, un lembo di pietra di così tenera grana che si teme di vederle sfarinarsi d’un tratto in manciate di rena e sparire fra le dita.
(G. Bufalino, Visite brevi, in La luce e il lutto, in Opere 1981-1988, Milano 1996, pp. 1186-7).
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Villamaura è un grosso paese di forse ottomila abitanti, situato sopra un vasto altipiano poco discosto dal mare. Sarebbe difficile immaginare una posizione più ridente e più bella. La natura, tutt’intorno, presenta le più vaghe prospettive. A diritta, a sinistra, da tre lati, le cime scoscese delle montagne si disegnano sul cielo azzurro, come sopra un fondo di porcellana. Dal quarto lato, ad occidente, la pianura va digradando verso il mare, ed è frastagliata di giardini, ed è irrigata da un fiume sinuoso le cui onde luccicano, in modo gradevole, sopra un letto bianco.
(E. Navarro della Miraglia, La Nana, Palermo 1997, p. 23).
