Ott 17

Recensione – “Come l’arancio amaro” di Milena Palminteri

(di ELEONORA CHIAVETTA)

Come l’arancio amaro (Bompiani, 2024), romanzo di esordio di Milena Palminteri e vincitore del premio Bancarella 2025, sembra rientrare nel filone attualmente molto prolifico dell’immersione di una protagonista in storie segrete di famiglia alla ricerca di verità e della propria identità. Molte delle ricerche di questi romanzi hanno luogo in terra sicula: la Sicilia, diventata sfondo di fiction televisive, è presente al giorno d’oggi non solo in molteplici romanzi gialli (a seguito dell’opera di Camilleri e Piazzese?), ma anche in opere di narrativa, spesso a sfondo storico, che seguono le vicende collegate a famiglie più o meno altolocate con un passato che la protagonista deve, per l’appunto, svelare. Nel panorama dei romanzi che seguono questo sentiero, l’opera di Palminteri si distingue per il suo spessore e l’intensità.

Il romanzo è suddiviso in nove parti e ogni parte è a sua volta suddivisa in due sezioni con titoli che si ripetono: Senza famiglia e La storia quella vera. Già i titoli introducono alla vicenda che si sviluppa in un paese dell’agrigentino dal nome inventato, Sarraca, «un paesuzzo marinaro che dalla Sicilia spia l’Africa» (p. 12), ma anche a Palermo e ad Agrigento. Le parti sono temporalmente distanti l’una dall’altra. I capitoli intitolati La storia quella vera, si svolgono, infatti, in un periodo che va dal 1924 al 1932, mentre i capitoli Senza famiglia si svolgono tra il 1960 e il 1965.

 Il “senza famiglia” del titolo ha a che fare con Carlotta, una delle tre protagoniste del romanzo. Trentasei anni, nubile, nata nella stessa notte di tempesta in cui il padre, il barone Carlo, è morto in un misterioso incidente d’auto; laureata in legge, avrebbe voluto fare l’avvocato, ma i tempi in cui si è laureata (siamo nel 1947) non erano ancora pronti a che le donne abbracciassero certe professioni e, quindi, quando inizia il romanzo, lavora a malincuore in un archivio notarile. Carlotta si è imbattuta per caso in un documento, in un verbale in cui si parla di una denunzia della nonna paterna, donna Rosetta, contro la madre, Nardina, e la nonna materna, Bastiana, che avrebbero raggirato il padre di Carlotta facendogli credere che la bambina fosse figlia sua e di Nardina. Carlotta è sconvolta, irata, e va a trovare lo zio Peppino Calascibetta, che zio non è di sangue, ma è sempre stato presente nella sua famiglia e nella sua vita. Va a chiedere spiegazioni che lo zio non fornisce.

Da questo momento in poi Carlotta, che è un’anima inquieta e infelice, inizierà una sua indagine personale per scoprire se tale accusa fosse vera e soprattutto di chi è realmente figlia.  Nel suo indagare dovrà affrontare il suo «incolmabile vuoto d’amore» (p. 96), ovvero il rapporto poco affettivo e ambiguo con la madre, una madre cercata disperatamente e che ha sempre sentita distante:

Quando ero nica, ero io a pretendere che mi baciasse, che avesse per me quei minzigghi stucchevoli che ogni madre dedica ai figli. Meglio sarebbe stato se me ne avesse sommersa davanti agli altri, se avesse affondato con forza le sue labbra sulla mia guancia, se mi avesse fatto mancare il respiro.

E invece si ostinava nell’esatto contrario e ogni volta il mio piagnucolio perché mi accontentasse si spegneva stanco in un bacetto veloce e nascosto, sempre per quella storia antica del pudore d’amore che mai va mostrato. E io di nuovo attendevo un bacio diverso, d’impeto e forte, che annullasse l’amore tenuto nascosto, un bacio che fosse solo di noi due, segreto e raro purché certo come una firma.  (pp. 277-278)

Conseguentemente analizzerà il rapporto con Sabedda, la sua bambinaia che lei ha molto amato e che spesso le ha dato più tenerezza della madre stessa:

Sabedda, la mia selvaggia bambinaia, doveva avere invece nascoste da qualche parte le vibrisse dei gatti se ogni volta che mi sentivo orfana anche di madre e andavo a nascondermi in pertugi stretti e angusti me ne stanava senza esitare. Poi era tutta una festa di baci e amorosi solletichi per cancellarmi dagli occhi l’ombra grigia di mia madre. (p. 278)

Bambinaia che lei ha schiavizzato, come spesso succede quando hai di fronte qualcuno che ti ama tanto, ma che poi è misteriosamente scomparsa. Carlotta rivisiterà anche il suo rapporto con il padre, figura evanescente, e quello con le due nonne, sempre in lotta tra di loro, una nobile, quella paterna e l’altra non nobile ma arricchita, quella materna. Entrambe figure negative con cui non si è trovata mai a suo agio, perché entrambe vittime delle loro stesse passioni – l’odio verso la nuora non nobile dell’una, l’ambizione sfrenata dell’altra – donne che tutto vogliono comandare e avere sotto il proprio controllo, forte del titolo una e del denaro l’altra.

I capitoli dal titolo La storia quella vera che accompagnano parallelamente l’indagine di Carlotta, sono quelli che ci porteranno pian piano a scoprire cosa sia avvenuto nella famiglia del barone Carlo Cangialosi e in ultima analisi di chi sia figlia Carlotta. Alla fine del romanzo la donna troverà la propria appartenenza e la propria identità e riuscirà persino a colmare quell’enorme buco affettivo che l’ha avvelenata finora.

            Questa la trama o meglio l’impalcatura, l’ossatura del romanzo.

            La vicenda personale di Carlotta ci porta all’interno di un mondo popolato da figure a tutto tondo, ognuna un personaggio vivido, ben descritto che possiamo amare o disprezzare, ma che vediamo nella sua complessità. Non ci sono stereotipi in questa storia, ma solo creature pulsanti. E dall’insieme di questi personaggi si ricrea uno spaccato sociale che ci parla da un lato della decadenza dei nobili, fermi nel loro ruolo di padroni, e dall’altro della vita grama e difficile degli umili, dei contadini che, sottomessi, si occupano, delle terre dei nobili, subendo le loro angherie. Non si affronta, però, soltanto il rapporto padroni/servi, ma anche il desiderio di rivalsa di alcuni dei contadini, la cieca spinta arrivista, l’importanza del denaro e della proprietà, e, ancora, il non cambiamento della società siciliana. Per quanto riguarda il ruolo delle donne, invece, c’è una vera e propria denuncia delle difficoltà e dei veti da loro subiti, dei calchi in cui sono costrette a calarsi, della maternità imposta o negata, ma sempre vissuta come una non scelta.

            Come l’arancio amaro è un romanzo con figure molto forti e significative. Le tre figure femminili principali – Carlotta, la madre Nardina e la bambinaia Sabedda – portano avanti senza saperlo, e al di là del loro censo, dell’istruzione e del carattere, la stessa battaglia per il loro diritto alla scelta, alla rottura del canone che le ha costrette e le costringe in un ruolo codificato da un mondo patriarcale, ancora valido negli anni ‘60. Le figure delle due nonne sono, invece, fortemente radicate nel passato e non concedono aiuto alle loro discendenti, contribuendo anzi ad intrappolarle. Le figure maschili sono anch’esse ancorate al passato, ma un passato che è in disfacimento, oppure sono timidamente desiderose di un cambiamento o, come nel caso del campiere malavitoso, pronte a spezzare i loro legami con l’ambiente e a seguire un destino diverso.

Il romanzo è costruito sul tema della verità e della giustizia: verità versus ipocrisia, giustizia sociale versus ingiustizia. Carlotta ricerca la verità della sua origine e della morte del padre; Nardina odia la finzione che è costretta a fare sua di una falsa maternità; Sabedda, contadina ignorante, nel nome della giustizia da vittima diventa giustiziera, ribaltando i giochi dei potenti. Sono molti, infatti, i ribaltamenti che questo romanzo offre: Nardina dovrebbe essere felice di avere finalmente una figlia, ma questo la fa sentire svilita anche nel suo rapporto d’amore con il marito Carlo, apparentemente non interessato a un figlio, ma in realtà pronto a ignorare il fatto che la moglie sia una donna intelligente e capace, ad esempio, di aiutare lo zio Peppino nel suo lavoro di avvocato. Il campiere malavitoso, don Calogero, figura ambiguamente eroica, è, invece, pronto ad aiutare senza riscontro una donna che ama e a farle raggiungere l’indipendenza e la libertà.

Il romanzo offre un quadro della decadenza dei nobili siciliani – esempio eclatante il padre di Stefano, scialacquatore, fimminaro, insulso – ma le vicende dei Cangialosi vanno contestualizzate su un piano storico, perché siamo in un periodo che coincide con l’ascesa di Mussolini, con le leggi fasciste sui campieri e sulle terre, con le votazioni a favore del fascismo agevolate dai mafiosi.

Le pagine sul fascismo richiamano un romanzo a noi assai caro e familiare in cui si parlava della Sicilia in un altro, precedente, periodo storico di grande cambiamento e rivoluzione che avrebbe portato all’Unità d’Italia. Nel romanzo di Palminteri, la rivoluzione è rappresentata dal fascismo e molte pagine sono dedicate alla descrizione dell’atteggiamento della gente comune, dei nobili, dei poveri e degli umili nei confronti della figura politica di Mussolini, altrettanto invadente di quella di Garibaldi, e della crescita del suo potere. Il fascismo a Sarraca avanza pericolosamente tra l’indifferenza e la mancanza di giudizio delle varie classi sociali. La sua propaganda riempie i giornali e i libri di scuola che Carlotta studia. Solo nel caso della scomparsa di Matteotti la popolazione sarracese sembra svegliarsi dalla sua indifferenza dividendosi in innocentisti e colpevolisti.

Diverse le posizioni dei personaggi maschili verso il fascismo. Da un lato abbiamo Stefano, il prototipo del cattivo, opportunista, furbo, che abbraccia questo credo politico di cui coglie ciò che fa comodo a lui, dall’altro abbiamo lo zio Peppino Calascibetta che afferma che non apparterrà mai a Roma e al regno d’Italia (p. 114). L’atteggiamento dello zù Pippino, assai critico nei confronti di quanto sta accadendo in Italia e in Sicilia, è molto simile all’atteggiamento altrettanto critico, ironico e lucido del principe Fabrizio nel Gattopardo:

I giornali dicevano che l’Italia era diventata un paese sicuro e libero dalla delinquenza e tutti si ammuccavano le notizie che in cuor loro desideravano sentire. Opponeva resistenza solo lo zù Pippino il cui sistema nervoso era scosso non dal popolo che viveva con gli occhi attuppati, ma dalla protervia di quel solo che lo guidava mentendo e rassicurando, blandendo e minacciando e legiferava a piacer suo.(p. 319)

L’avvocato Peppino Calascibetta non è nobile, perché non è blasonato, ma ha la stessa capacità del principe di leggere gli esseri umani e le situazioni. In lui c’è in più una tenerezza e una capacità di amare fedelmente Carlotta, la sua quasi nipote, e Caterina, la madre di Stefano, donna a lui proibita. Questi sentimenti lo rendono un eroe più moderno, anche per via delle sue difficoltà a rivelare la verità a Carlotta e a prendere chiara posizione laddove avverte un pericolo per chi ha a cuore.

Il titolo del romanzo offre la similitudine dell’arancio amaro, immagine che attraversa tutta la narrazione. Il baronetto Stefano all’inizio del romanzo approfitta della giovanissima Sabedda, che di lui è innamorata o infatuata, ma, subito dopo averla posseduta, addenta con rabbia un’arancia dalla buccia spessa e sputa a terra quello che ha assaggiato, perché gli sembra veleno. Lui non ha riconosciuto che si tratta di un melangolo. Sabedda, invece, ingenuamente felice del loro amplesso amoroso, ride perché questo frutto lo conosce bene.

 Gli aranci amari affiancano il palazzo Damelio in cui Stefano e la sua famiglia vivono e la puntura del dito indice con una spina di arancio amaro fa parte del rituale nel battesimo di mafia. Il profumo dei suoi fiori è dolce, ma è Don Calogero, il campiere mafioso, malacarne, che avrà un ruolo fondamentale nella storia, a fare un vero e proprio elogio di questa pianta, parlando con Sabedda, e a indicarci il perché della similitudine nel titolo:

“Le vedeste allo sperone tutte quelle pianticedde di arancio amaro che a primavera ci feci insertare a vostro padre?”

“Sissi, e che mi significa?”

“Viene a dire che la pianticedda dell’arancio amaro a tutti ci pare uno sbaglio della natura ché uno spicchio in bocca non si po’ metteri tanto disturba. Però… è forte, tanto forte che l’innesto di tarocchi, sanguinelli e ribera dentro a essa subito pigghia e l’alberi bastardi crescono più belli di quelli in purezza.” (p. 120)

Scopriremo nel corso del romanzo che la metafora dell’arancio si riferisce proprio a Sabedda, donna forte dai cui lombi innestati viene fuori un frutto prezioso. E nella lettera scritta da Sabedda e che Carlotta riceverà dopo la morte dello zio Peppino, la sua antica bambinaia/madre le scrive «io dell’arancio amaro conosco solo le spine e ormai non mi fanno più male. Ma il profumo del suo fiore bianco è il tuo, ed è quello della libertà», invitandola poi a farsi «albero di arancio amaro, con le spine e coi fiori» (p. 424).

Un accenno va fatto a proposito delle scelte linguistiche e stilistiche dell’autrice. Nel romanzo si parla siciliano, ma non è il siciliano inventato di Camilleri, che spesso serve a creare colore locale o a far sorridere chi legge. Direi che siamo di fronte a una scelta stilistica, ma anche politica. Qui il siciliano, le sue parole, i suoi modi di dire, la sua struttura danno maggiore realismo (con riferimento forse verghiano) alla storia e ai personaggi, che in quella lingua si trovano a loro agio.

Infine, vorrei sottolineare l’uso continuo di metafore e similitudini che arricchiscono il romanzo senza appesantirlo e non sono mai trite. Molto spesso troviamo immagini di guerra e di battaglia e la loro presenza serve a farci comprendere che la vita in questa storia è sempre un combattimento. Come l’immagine dell’arancio selvatico che troveremo fino alla conclusione del romanzo, la ricorrenza delle metafore e delle similitudini dà una preziosa coesione e coerenza a un romanzo che è dalla parte degli umili e dei bastardi, ma guarda con occhio pietoso e senza infingimenti anche la nostra storia, le nostre passioni, i nostri errori e i nostri desideri.

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