(di DOMENICA PERRONE)
Introduzione alla lettura de Il fuoco che ti porti dentro
di Domenica Perrone
Un incipit che come il segno netto di un bulino resta inciso nella memoria del lettore:
Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza.
Tra noi se ne parla senza allusioni.
«Pare ‘e trasì dint’’a grotta d’o cane» dice mio padre uscendo dalla camera da letto alla fine del loro riposo pomeridiano (Franchini, 2024:7)
Così prende il via il racconto del Fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini.
L’enunciazione è di quelle che spazzano via d’un sol colpo il cumulo di retorica sedimentato nell’immaginario collettivo degli italiani legato alla rappresentazione della madre.
E non è che di puzze, di cattivi odori la letteratura non abbia parlato! Ne dà conto per esempio un volume del 2014, Il profumo della letteratura, a cura di Daniela Ciani Forza e Simone Francescato che raccoglie interventi sul filo tematico del ‘profumo nella letteratura’, dove si può trovare una originale rassegna di odori seducenti e puzze stomachevoli: la puzza di pesce di Dulcinea sentita da Sancho e l’odore di cipria dell’Annina caproniana, la puzza delle ascelle di Rufo nel Carme 69 di Catullo e l’odore di vaniglia di Rodolfo di cui si inebria Emma Bovary.
Tuttavia, quella di Angela, che è la madre dello scrittore e la protagonista del romanzo, capiremo presto, non è solo una puzza fisica è una puzza che si fa metafora d’altro. Ad essere soprattutto maleodoranti sono infatti la sua concezione della vita, i suoi valori, che sono spesso veri e propri disvalori detestati dal figlio:
La detesto da sempre, da quando la mia vita ha cominciato a staccarsi dalla sua e si è aperta sul mondo, perché ci ho messo poco a capire che il mondo giusto – quel luogo inesistente che i giovani sognano e alcuni adulti idealisti si impegnano a fargli credere che esista – faceva diceva, pensava tutto ciò che mia madre non faceva, non diceva, non pensava.
Mi ha dato un’educazione a rovescio: i valori ai quali si ispira o li esprime in una forma riprovevole o sono disvalori veri e propri.
Detestare è il verbo più preciso. Non so se la odio, anche se spesso ho pensato di odiarla, ma forse erano sentimenti più miseri e meno radicali quelli che mi ispirava: irritazione o rabbia …
È infatti la sua concezione della vita che mi ha sempre fatto schifo … (Franchini, 2024: 9-10, il corsivo è mio)
Non sono mancate, va ricordato, nella letteratura italiana rappresentazioni altrettanto disincantate e critiche.
Roberto Alajmo, nel 2003, attraverso il paradosso tragico su cui si regge il noir Cuore di madre, mostrava a quali orridi delitti può giungere l’uso perverso del cuore materno.
Ma, già nella prima metà del secolo scorso, Vitaliano Brancati con la sua sottile ironia faceva esclamare ad uno dei protagonisti degli Anni perduti, Rodolfo De Mei: «Oh le madri sono le nostre peggiori nemiche. Queste mamme siciliane che fanno i figli e poi se li mangiano» (Brancati, 1993: 14). Se l’affetto oppressivo delle madri siciliane impedisce la crescita dei figli, nella Cognizione del dolore, la benevolenza accordata da Teresa Leher ai contadini genera nel figlio Gonzalo Pirobutirro un conflittuale sentimento di amore-odio verso di lei.
Eppure dalla Nataca-Catania – in cui simuovono gli indolenti personaggi brancatiani- alla Brianza camuffata da Sud America – in cui, preda di un’ossessiva gelosia, esplode in irrefrenabili accessi d’ira, il personaggio gaddiano – la critica sferrata alle madri non esclude l’antico cliché del ruolo sacrificale che sono prevalentemente chiamate ad assolvere. Esse infatti vengono sentite come ‘nemiche’vuoi che siano troppo protettive (Brancati), che troppo generose con gli estranei (Gadda).
Antitetico ai comportamenti così stigmatizzati – che generano inettitudine o nevrosi e che rischiano anche di trasformarsi, in alcuni casi, in stereotipi – è invece il comportamento della protagonista del romanzo di Franchini, la quale è refrattaria ai valori di quel «mondo giusto» sognato dai giovani e prospettato loro dagli «adulti idealisti». Una possibilità che l’io narrante sente negata dalla madre e che, a uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare offrano le madri di Brancati e Gadda se non ne venissero svelati, nell’evolversi della trama dei loro romanzi, la presenza ingombrante e l’influenza negativa sui destini dei figli. Cosa che sa bene lo scrittore, se si affretta a precisare che il mondo giusto in fondo è «inesistente».
La famiglia d’altro canto è un organismo fragile che può diventare anche luogo di oppressione. Non è forse un caso che lo scrittore nel suo racconto Il veccchio lottatore si soffermi su altre accezioni di famiglia come aggregazione «fondata sulla libera scelta».
Quella che si è configurata nella più vieta tradizione letteraria come l’angelo del focolare si è rivelata, in effetti, spesso una matrice di nevrosi e come tale una formidabile riserva di scrittura!
L’autore del Fuoco che ti porti dentro offre invece una rappresentazione speculare e opposta anche a questa demitizzazione del ruolo materno raccontando non il peso opprimente di un amore vincolante, ma l’immagine sgradevole insopportabile di una madre priva di grazia e tenerezza.
Definita dal verbo al presente, ‘puzza’, preceduto da una concessiva («Sebbene sia considerata una bella donna») che non ne annulla la crudezza e la negatività, la vediamo farsi avanti indirettamente ad apertura di romanzo eppure già fisicamente incombente.
Oggetto di commenti in famiglia («Tra noi se ne parla senza allusioni») che vengono riassunti dall’icastica sentenza del padre: «Pare ‘e trasì dint’’a grotta d’o cane», Angela irrompe sulla pagina prendendosi subito tutta la scena come ha sempre desiderato fare nella sua vita.
Con un’avveduta orchestrazione -che scandisce il racconto in segmenti narrativi intercalati da spazi, pause, che sembrano voler dare un ordine, certo non cronologico, al fluire dei ricordi- tempo della storia narrata e tempo del racconto si intersecano rendendo contemporaneo, attraverso continui slittamenti, continue dislocazioni temporali, il passato e il suo accadere.
Così tra il presente della prima sequenza narrativa e il presente della successiva ci si accorge, per esempio, che è trascorsa, si può dire, una vita: «Ai miei occhi, alla luce di tutto ciò in cui ho creduto, lei che adesso sta chiusa in casa e aspetta la morte ha avuto una vita di merda». (Franchini, 2024:8, il corsivo è mio)
Nello specchio della coscienza -che ricorda e ripercorre la parabola di un’esistenza- si costruisce dunque il romanzo di Angela e di coloro che si sono imbattuti in lei. Ma, sebbene si narri in terza persona, il tu cui si riferisce la particella pronominale riflessiva del titolo rivela subito che è lei la principale destinataria del racconto. Un romanzo, non un memoir, appunto, perché non punta a ricostruire documentando i fatti della sua vita, ma a raggiungere il cuore di essi cercandone il senso e a farne un personaggio. E allora sono soprattutto alcuni particolari che Franchini vuole consegnare dell’avventura umana della madre e con essa anche della sua. Sono quei dettagli apparentemente superflui che in Letteratura e combattimento egli definisce «le ossa bianche della scrittura» in quanto come i residui dei guerrieri dopo il rogo, «biancheggiano dissimulati nelle frasi ma insepolti nella memoria». Ad essi gli scrittori offrono, come a vascelli abbandonati, il porto della propria pagina:
Di solito uno si mette a scrivere per offrire il porto della pagina a questi vascelli disancorati che ti viaggiano dentro sbattendo da tutte le parti, impegnandosi in tutte le vene (Franchini, 2019: 87)
Questa potente metafora si presta a cogliere la ragion d’essere del Fuoco che ti porti dentro. Se scrivere per Franchini è offrire un approdo ai relitti dispersi della vita, il suo ultimo romanzo si configura allora come il porto in cui trova finalmente riparo, col ‘fuoco che si porta dentro’, con la sua furia indomabile, una madreestranea alle madri sacrificali (raccontate criticamente dagli scrittori che ho prima ricordato) e ancor più alle madri di Quasimodo e Ungaretti evocate (sempre per contrasto) nel romanzo.
Accomunata alla propria madre, soprannominata il Locusto per la sua cattiveria adamantina, Angela fino alla fine ha programmaticamente rivendicato la sua unicità e non ha voluto essere paragonata a nessuno: «Io non voglio essere paragonata a nisciuno» (Franchini, 2024: 212).
Il ruolo materno perciò le sta proprio stretto. La partita che Angela gioca stando al mondo e che la fa essere un personaggio unico ha infatti a che fare con un male di vivere che si incarna in lei in una forma primitiva. E diviene rivolta, lotta senza quartiere con il mondo intero che non la fa stare mai in pace, nemmeno con se stessa. Ma se lei è la prima attrice di questo romanzo, in cui si produce peraltro in indimenticabili performance, esibendo in dialetto la sua furia monologante, alla pagina di questo romanzo, approdano, con il proprio vascello disperso, anche altri personaggi indimenticabili. Con lei entrano in scena: la signora Cimmino, una vecchia grigia, storta e tenace che viene a trovarlo ogni giorno per il caffè; la Luciana che possiede un ristorante popolare e l’ha salvata da una brutta figura, l’unica che si può permettere di storpiare il suo cognome acquisito e che si fa rappresentare da lei nelle assemblee di condominio; la signora Verde, l’unica che arriva vicino ad essere sua amica, cui splendono gli occhi di una luce, che Angela non ha mai conosciuto, quando dice di suo figlio «O guaglione mio». La signora Lione. E tanti altri. Ma per dare il senso di come fitto di vita e di personaggi sia questo romanzo mi piace ricordare la signora Lione che viene presa in giro per avere usato il participio passato «muuto», irto di u da parlata cafona, commenta Angela. Zia Vittoria, una di quelle conoscenze così antiche, strette da essere promossa al rango parentale, che ama il mare e incarna l’eterno femminino mediterraneo: «un’entità acquatica, un cetaceo materno e scintillante come un’orca o una balena franca». E ancora Edoardo Avolio, il genero, il cognato buddista preoccupato da come potrebbe reincarnarsi la Talpa (così chiamano in famiglia Angela!): «Tua madre è un generatore di oscurità! Io cerco di non mangiare più neanche le cose che cucina… Ci mette dentro tanta rabbia…tanta carica negativa che poi non sto bene, mi accorgo che mi fa male!» (ivi:196)
Una galleria di personaggi si muove attorno alla protagonista e all’io narrante: zia Anna, zia Maria, zio Francesco, cugino del padre dello scrittore, e naturalmente Eugenio, il padre, un uomo gentile silenzioso, nato nel 1913, reduce dalla Russia è un altoborghese fiaccato dalla storia che ha visto distrutta la sua famiglia dalla guerra e cerca nella forza primigenia di Angela una possibilità di rigenerazione. Ma a questo punto, cedo la parola a Donatella La Monaca, prima che gli studenti imbastiscano il loro dialogo con l’autore di questo romanzo che a nostro avviso rappresenta una tappa significativa della narrativa italiana contemporanea.
Bibliografia
AA.VV. Il profumo della letteratura, a cura di Daniela Ciani Forza e Simone Francescato (Skira, Milano 2014).
Alajmo, R. Cuore di madre, Milano, Mondadori, 2003.
Brancati, V. 1993, [1941], Gli anni perduti, Introduzione di G. Ferroni, Bompiani, Milano.
Franchini, A. 2024, Il fuoco che ti porti dentro, Venezia, Marsilio.
Id, 2019, Letteratura e combattimento in Quando vi ucciderete, maestro? [1996], Venezia, Marsilio.
Gadda, C. E. 2019, La cognizione del dolore [1963], Milano Adelphi.
