(di MARZIA LA BARBERA)
La polvere che respiri era una casa (Bollati Boringhieri, 2025) di Eleonora Daniel è un romanzo dalla struttura ambiziosa, in cui la metaletteratura diventa il dispositivo adatto a generare un universo narrativo che si nutre della propria complessità. La storia segue l’evoluzione della giovane coppia formata da Margherita e Riccardo, due innamorati che coltivano l’ordinario sogno di costruire insieme una casa, il luogo in cui potranno dare vita e forma a una famiglia. Il paragrafo di apertura del romanzo è emblematico in questo senso: in poche righe, l’autrice riesce a stabilire i temi che saranno al centro della storia, nonché gli spazi fisici e metaforici all’interno dei quali i personaggi si muoveranno:
La nostra storia inizia con una casa, diventa la storia di una casa, finisce ed è la storia di due case. Si trasforma, nel mentre, nella storia di quattro storie e nella storia di un viaggio; in entrambi i casi, però, non esistiamo più noi. (p. 13)
Seguendo un preciso schema definito dai racconti che i protagonisti scriveranno nel corso della narrazione, il testo è suddiviso in tre parti (Casa, La polvere, Respirare) e inframmezzato da quattro racconti [Pietra.docx, Erba, Acqua, (Fuoco)]. La scelta stilistica dell’autrice si rivela decisamente interessante sul piano narrativo, poiché le prime parti del romanzo sono affidate a un narratore composito, portavoce della coppia stessa, che offre un punto di vista variabile e tiene conto della prospettiva di un lui e di una lei raramente nominati. Anche grazie a questo espediente formale, si stabilisce fin dal principio l’idea della casa come spazio fisico e metafora della relazione. La polvere del titolo è dunque declinata in due diverse accezioni: nella prima, è il risultato di una costruzione e si pone come simbolo del cambiamento. Il lettore ricava così dalla polvere l’immagine della casa come ambiente malleabile, modificabile a piacimento, ricco di possibilità inespresse. La coppia stessa, immersa in questo pulviscolo generativo, sembra avere infinite possibilità per un futuro ancora da costruire.
E la casa segue la nostra attesa, ci vede cambiare i vestiti con l’arrivo del caldo e il ritorno del freddo – le gambe di lei sono lisce sotto la gonna a fiori, lui ha le braccia scottate da una giornata al mare, la schiena dritta nel cappotto elegante che lo fa sembrare anche più alto […]. Finché davanti a noi compare lo scheletro […], e anche se non possiamo ancora mettere piede al suo interno sentiamo la casa crescerci intorno e inglobarci, farsi protezione dei suoi organi molli (i nostri); in cambio respiriamo per lei, mettiamo in circolo il sangue, la nutriamo. (pp. 16-17)
Una volta costruita la casa, grembo all’interno del quale la coppia si solidifica, la scrittrice conduce il lettore attraverso le sue stanze e alla vita che vi si svolge. Qui, la polvere che gradualmente si posa su pavimenti e arredi diverrà infine un simbolo della inesorabile disgregazione del legame coniugale. Dopo la convivenza, infatti, Margherita e Riccardo decidono di avere dei figli, una decisione che porta con sé il sapore di un rito di passaggio obbligatorio. A questo proposito, Daniel si rivela molto abile a descrivere lo spaesamento dei giovani adulti e il peso delle aspettative sociali su identità ancora in costruzione. Il romanzo, in effetti, gioca molto con i concetti di costruzione e disgregamento, riflettendo sul processo creativo in quanto medium del processo di costruzione dell’identità del singolo. Ancor più interessante, in effetti, nella misura in cui l’atto creativo è un atto condiviso, quale quello della procreazione o, similmente, quello della scrittura collaborativa che coinvolgerà i protagonisti nel corso del romanzo. Il primo punto di svolta nella storia di Margherita e Riccardo infatti avviene proprio nel momento in cui la donna scopre di non potere avere figli. La diagnosi, che Margherita nasconderà al marito per tutto il romanzo, diventa, da questo momento in poi, una caratteristica distintiva del personaggio, che si percepisce incapace di generare, in senso tanto biologico quanto metaforico. Troviamo indubbiamente, in questo aspetto e in molti altri dettagli che danno vita a una narrazione vivida che eccede i confini della pagina, una riflessione sul femminile e sul ruolo di cura della donna, sulla procreazione come principio teleologico del suo ruolo all’interno della coppia. Eppure, il desiderio insoddisfatto e impotente di generare dà vita anche a una riflessione sulla creazione di una sorta di mitologia personale, che contribuisce a definire la propria identità. Quando Riccardo, già scrittore di professione, propone di scrivere una piccola raccolta di racconti per il figlio che cercano di concepire, Margherita si mostra inizialmente restia a collaborare:
Scrivere insieme un libro per un figlio che non nascerà – lui non può saperlo, ma arrivati a questo punto, per lei, il discorso non si può riassumere meglio. Come si può raccontare qualcosa a nessuno. Che senso ha. Che lingua parli, cosa gli dici. Come articoli un suono. Ma poi cosa scrivo. (p. 52)
La sua volontà di scrivere, tuttavia, nasce in contemporanea alla cosciente incapacità di diventare madre, con l’obiettivo «di scrivere premeditatamente per il vuoto» (ibidem) e trovare così una soluzione al problema che la affligge:
Forse se a voce non sa dirlo scrivere potrebbe essere il modo giusto per andare avanti – o tornare indietro, tornare noi parlando alla caverna vuota del ventre. Costruire insieme una cosa bella. […] anziché parlare a lui, anziché sciogliere il segreto, scegliere di trasformarlo in menzogna scrivendo. (ibidem)
La donna sembra così riversare la sua soggiacente potenza generativa nella scrittura, nel tentativo di ricucire gli strappi nel tessuto della coppia.
Lei ha di nuovo davanti il computer, guarda il suo racconto che prende forma e si dice: Se chiudiamo insieme questo libro, andrà tutto bene. Se chiudiamo insieme questo libro, possiamo inventarci anche un figlio. (p. 65)
Il racconto che porta effettivamente a compimento è una fiaba dal titolo Erba, che appare come inserto metaletterario all’interno del romanzo, a fare da congiunzione tra la prima e la seconda parte di quest’ultimo. La fiaba narra di un regno il cui sovrano sfida le leggi della natura e della botanica per generare un giardino meraviglioso e impossibile, la cui unica utilità è quella di testimoniare che il re è, in effetti, in grado di fare e disfare a proprio piacimento tutto ciò che vuole.
Terminato il racconto, anche Margherita decide di disfare il rapporto che già da tempo era incrinato, quel legame che si era sfilacciato, rovinato dall’impossibilità di generare una nuova vita. Approfittando della temporanea assenza di Riccardo, la casa, testimone silenziosa ed emblematica di un graduale abbandono che precede e accompagna il disfacimento della coppia, viene data alle fiamme, con cauti accorgimenti che permettono di salvarne la struttura e alcuni degli oggetti che Margherita ritiene più preziosi.
Si muove sempre più in fretta: arrotola il tappeto, lo porta nella camera più lontana dalle fiamme, sbatte contro uno stipite per arrivarci, non si ferma. È l’ultima volta che gli spigoli di quella casa le faranno male. Più o meno consapevolmente ha impilato in una stanza tutto quello che voleva si salvasse.
Non ha disattivato l’antincendio. Mentre l’appartamento suona e arrivano i primi scrosci d’acqua dal soffitto, si richiude la porta alle spalle. (p. 87)
Dopo aver incendiato la casa, la protagonista fugge dalla città, facendo perdere le sue tracce. La seconda parte del romanzo, che segue il testo del racconto della donna, presenta un punto di vista ora interamente affidato al protagonista maschile. La prospettiva variabile, infatti, sebbene già scissa in un duplice punto di vista, è mantenuta dalla scrittrice fino all’arrivo di Riccardo nella casa distrutta. Da qui in poi, la narrazione scivola nel caos emotivo dell’uomo, ancora innamorato della moglie, ma sconvolto dalle sue azioni. Le scelte formali e stilistiche di Daniel restituiscono il disagio di Riccardo: il linguaggio si fa via via più frammentato, mentre i pensieri del personaggio interrompono spesso bruscamente la narrazione e si avvicendano senza soluzione di continuità, in una sorta di flusso di coscienza.
[…] ma il punto non è quello, il punto è non sapere come è rimasto lì così (così solo, ecco: solo solo solo solo solo solo solo solo), il punto è la scomparsa il punto è la paralisi il punto è dirsi Mamma, devo aspettarti qui o torno a casa, cosa si deve fare quando non c’è più nessuno, ci sei ancora o sei andata via, come funziona l’attesa se prima non c’è stato un Resta qui torno subito, questo spazio monco che occupo è fraintendimento temporaneo oppure è abbandono. (p. 112)
In questo fluire angoscioso emergono anche alcuni riferimenti a un violento desiderio di vendetta verso la donna demolitrice del sogno di una casa comune – «fai una cosa Margherita: impiccati. Fai una cosa Margherita: esplodi. Fai una cosa Margherita: non farti più vedere.» (p. 130) – desiderio che, alla luce degli eventi narrati, può perfino provocare una certa empatia nel lettore. Ma, ancora una volta, la scelta stilistica è fondamentale per descrivere i mutamenti dei personaggi e della narrazione stessa, con una varietà formale che traduce la crisi da essi vissuta: il “noi” non esiste più, ormai sostituito da due individui separati e in qualche modo incompleti, che faticano ancora a trovare la propria identità. La narrazione, frammentata e instabile, restituisce anche l’immagine di una casa temporaneamente in rovina che rimarrà un guscio vuoto.
Alla fine la suocera decide di arrivare. […] L’idea di doverla ospitare all’inizio lo ha messo in difficoltà. Anzi: il giorno prima del suo arrivo lo ha proprio indispettito. Voleva dirle Mi dispiace l’appartamento è ancora inagibile trovati un albergo per favore, ti sembra possibile autoinvitarti in una casa data alle fiamme, ma come ti è venuto in mente. […]
È tornato a casa per la prima volta prima di andare in stazione. […] Appena era entrato gli era parso tutto a posto, tutto come sempre. Poi aveva sentito la vernice nuova e si era reso conto. Aveva inspirato così forte che l’odore aguzzo della pittura gli aveva tagliato i polmoni. Aveva richiuso la porta in fretta. (pp. 131-132)
Tornato in quella casa che ha perso la sua essenza, Riccardo parla a lungo con la madre di Margherita e scopre finalmente che la moglie potrebbe essersi rifugiata in una vecchia casa di famiglia, in un’isola della Normandia. L’uomo intraprende così un viaggio che ha il sapore di un rituale, un pellegrinaggio verso la terra di infanzia della protagonista, alla ricerca di risposte che possano permettergli di accettare la distruzione della loro vita comune. Il percorso non è privo di difficoltà, la maggiore delle quali si rivela essere il timore stesso di trovarsi faccia a faccia con la moglie e incapace di esprimere le molte e contrastanti emozioni che albergano in lui. Così la scrittura, anche per Riccardo, diventa l’unico spazio abitabile. Se Margherita ha lasciato per lui, come simbolo dell’erosione della loro relazione, il racconto Erba, anche lui sceglie di seguire il progetto iniziale: quattro racconti ispirati agli elementi naturali. Scrive dunque per lei il racconto Acqua, una storia che parla della forza distruttrice di un elemento apparentemente gentile, dello sradicamento dopo una catastrofe, e della necessità di credere in un potere che possa salvare dalla distruzione. La scrittura, spazio in cui la vita si evolve, diventa così anche lo strumento che permette di costruire e affermare se stessi, di capire «se questa storia è la sua vita, dove finisce la storia e dove inizia lui» (p. 151).
Il viaggio di Riccardo lo spinge ad attraversare confini fisici e letterari, spingendosi sempre un po’ più in là alla ricerca di una spiegazione e, soprattutto, di una conclusione:
Era partito per ricucire (davvero? Per anni sosterrà di sì) e ora la sua spinta è diventata quest’altra, arrivare da lei con la sua storia, tagliare l’ultima cosa che li lega, dirle Guarda, ecco, tieni, questa è la mia voce, questo sono io quando esisto perché indovina un po’ io esisto. (p. 158)
Dopo il suo peregrinare, l’uomo incontra infine Margherita sull’uscio di una nuova casa a lui sconosciuta. Porta in dono il suo racconto, intriso della sua rabbia silenziosa, «perché lui con la sua sola presenza deve voler dire: La mia era la storia dell’acqua allora ecco che esondo, siamo il grido che resta dei naufraghi, cesseremo di esistere quando l’ultima onda ci coprirà per sempre» (p. 192). È un momento di grande intensità emotiva, eppure il lettore non potrà godere della catarsi generata da un ipotetico confronto tra i due. Quando Margherita comincia a parlare, infatti, il romanzo è già concluso e sembra quasi che Eleonora Daniel si rifiuti di chiudere su una nota rassicurante questa potente narrazione che potrebbe essere definita un romanzo di formazione. La coppia non esiste più, o forse tornerà a esistere in un’altra forma; la disgregazione è stata dunque necessaria per creare qualcosa di nuovo che il lettore, tuttavia, potrà soltanto immaginare nella cornice di un epilogo che fa riferimento al fuoco e alla sua forza, insieme distruttrice e creatrice: «fiammifero, fornello, esplosione, vulcano, […] il fuoco accanto al quale dall’alba dei tempi ci raccontiamo una storia» (p. 194).
