Set 01

Recensione – “Stiamo abbastanza bene” di Francesco Spiedo

(di MARTA ACCARDI)

Esistono condizioni sospese tra la ricerca di un equilibrio personale e la fatica di abitare il presente? Una lucida esplorazione di un simile stato d’animo – tanto antico quanto contemporaneo – è offerta dal romanzo di Francesco Spiedo dal titolo Stiamo abbastanza bene (Fandango Libri, 2020). Attraverso la narrazione delle vicende di Andrea Lanzetta, lo scrittore indaga l’esistenza tormentata di un ragazzo meridionale in cerca, come tante volte accade, di una nuova vita al Nord. Il protagonista è infatti un giovane laureato in matematica che parte da Napoli alla volta di Milano per cercare di evadere dal dolore causato dalla fine di una tormentata storia d’amore, ma senza avere in mente un reale progetto da seguire. Lo spostamento impulsivo del personaggio dà la misura del leitmotiv che domina l’intero romanzo, sin dalle prime pagine. Esso è ben sintetizzato dal motto che si legge nel paratesto del libro, posto in esergo della Parte Prima e tratto da un celebre film di Massimo Troisi degli anni Ottanta: “Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca”. Incarnando il medesimo senso di precarietà espresso dalla battuta cinematografica – nella pellicola affidata a Lello Arena – il protagonista del romanzo giunge nella frenetica Milano e finisce col ritrovarsi presto faccia a faccia con le proprie incertezze.

Se la partenza nasce dal bisogno del protagonista di dissipare una nebbia interiore che gli impedisce di guardare lucidamente se stesso, l’approdo a Milano lo porta a un duro confronto con la realtà. Milano è una metropoli proiettata esclusivamente sul futuro che non contempla la nostalgia, è un luogo dove «è tutto troppo vivo per lasciare spazio ai pensieri tristi» e in cui «non esiste il passato remoto, non esiste il passato, è tutto un indicativo presente: già adesso, sta già succedendo» (p. 67). Non volendo rinunciare però al ricordo malinconico del proprio passato, Andrea tenta di governare il proprio caos esistenziale e prova a imporre un ordine matematico ai propri pensieri: conta ossessivamente qualsiasi cosa gli capiti a tiro, dalla durata degli eventi anche più banali alla disposizione di sedie, tavoli e persone in un bar. Attraverso questo gesto egli fissa – a modo suo – il presente e trasforma ogni istante in un passato illusorio che gli restituisce un senso effimero di stabilità emotiva. Il risultato, però, non è quello sperato e Andrea, proprio per la sua straordinaria capacità di ricordare tutto, resta intrappolato in un vortice di tormento e incertezza. Il suo sguardo sul mondo è spietato, per lui «l’amore è una cosa vergognosa» (p. 36) e l’amicizia un ingombro che contrasta il suo cinico desiderio di soffrire in solitudine.

Una via d’uscita dall’angustia di tale condizione esistenziale si profila presto con il sopraggiungere di Clara, che dona ad Andrea la sensazione di un benessere tanto agognato. La loro relazione diviene il perno attorno a cui ruota non soltanto la nuova vita a Milano, ma anche il conseguimento di nuova consapevolezza di sé. Proprio grazie al rapporto con Clara, il giovane protagonista capisce di essersi inviluppato in una torbida autocommiserazione e decide di valutarne le conseguenze, con l’unico metodo che gli risulta familiare, cioè enumerandole:

1) la sopravvalutazione del proprio stato d’animo e dell’interesse altrui; 2) la sottovalutazione delle intenzioni del prossimo dal momento che le si considera simili, se non identiche, alle proprie, 3) il conseguente inevitabile invischiarsi in situazioni impreviste dalle quali non è detto che si riesca a svincolare. (p. 205)

Il percorso di pacificazione con sé stesso, che impegna Andrea lungo tutto il romanzo, lo porta – nelle ultime pagine – ad una maturazione quasi del tutto completa. Egli comprende finalmente tutte le sfumature che sottendono le emozioni offerte dalla vita, ma soprattutto perviene alla scoperta più importante, alla “regola matematica” fondamentale che regola la vita di coppia: «uno più uno uguale 11 perché la coppia è la somma di due interi, non di due metà» (p. 267). Affrancatosi emotivamente dal suo passato, Andrea può lasciare Milano per fare ritorno – forse solo temporaneamente – a Napoli con una nuova consapevolezza. Come all’inizio del romanzo, lo spostamento inverso da Nord a Sud che si registra sul finale non vale a scacciare quel senso intimo di insicurezza, ma conferma l’avvenuta maturazione interiore del personaggio ponendola nel segno di un’incertezza che non appartiene soltanto a lui ma a tutta una generazione e a un’epoca di cui fa parte anche l’autore e – molto probabilmente – il lettore implicito.

In conclusione, Stiamo abbastanza bene è un particolare romanzo di formazione che colpisce per la sua brutale onestà. L’autore non offre risposte consolatorie; consegna, invece, l’identikit di un ragazzo che dalla sua condizione di precarietà impara una cosa fondamentale, impara cioè che il coraggio non è assenza di paura, ma la capacità di restare in piedi quando tutto sembra crollare. Il titolo stesso, Stiamo abbastanza bene, rivela l’essenza dell’opera: quel “noi” allude a una generazione intera che si sente sospesa, priva di una vera progettualità, mentre l’avverbio abbastanza segna il confine tra vuoto e pienezza, elevando il compromesso a cifra stilistica di un’epoca in cui non è concesso di essere del tutto felici o del tutto disperati. In questo senso, Spiedo ci invita a guardare oltre la superficie delle cose, ricordandoci che accettare la propria incompletezza è, forse, il primo vero atto di coraggio necessario per cominciare a vivere davvero.

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