(di ELEONORA CHIAVETTA)
Il romanzo La stanza di Natalia (Giunti, 2024) di Monica Gentile segue il percorso di crescita di una bambina di dieci anni, Isabella. È un percorso condensato e accelerato perché avviene in uno spazio temporalmente ridotto e compresso – la storia si svolge, infatti, nell’arco di quasi due mesi estivi nel 1981 – ma spazialmente dilatato perché la bambina, che all’inizio del romanzo vive ad Agrigento, viene spedita a Torino a casa dei nonni materni per una situazione familiare difficile: la madre ha infatti lasciato la famiglia all’improvviso e il padre, avvocato, non riesce ad occuparsi della figlia. Da Torino, Isabella andrà a Lione per poi ritornare a Torino e infine ad Agrigento dove la storia si concluderà. In questo rapido percorso circolare si compie la drammatica evoluzione della giovane protagonista, che affronterà in questo suo viaggio varie avventure proprio come accade ai personaggi dei libri da lei tanto amati, ma soprattutto scoprirà alcuni aspetti del mondo degli adulti, che per lei è incomprensibile e da cui al tempo stesso non si sente compresa. Come accade ad ogni personaggio dinamico, la bambina tornerà, dunque, cambiata rispetto alla sua dimensione di partenza.
Nell’esergo iniziale Monica Gentile cita Natalia Ginzburg e Gianni Montieri. Entrambe le citazioni ci indirizzano verso le due protagoniste del romanzo. La citazione da Ginzburg («Non è che non amassi gli adulti, li amavo ma erano così terribilmente adulti, così nemici di ogni storia infantile, così incapaci di tornare all’infanzia sia pure per un istante») introduce il personaggio di Isabella che osserva, riflette, giudica il mondo dei grandi, in maniera spesso molto severa, ma nel contrasto con la propria famiglia esprime semplicemente il bisogno di essere vista, ascoltata e accudita. Impastata di sensi di colpa per la fuga della madre, si sente ‘orfana’, respinta, tradita, abbandonata, non voluta. La sua reazione sarà di ribellione, fino ad arrivare al pericolo.
La citazione da Montieri introduce il personaggio di nonna Antonia che appartiene al mondo degli adulti, ma è l’ancora di Isabella nel naufragio della sua vita in famiglia. Antonia è una donna forte, sempre positiva, allegra, pratica e riesce a risolvere le situazioni difficili anche solo con una battuta. Grande lavoratrice, svolge un doppio lavoro, perché è sarta, ma fa anche la donna delle pulizie. È una figura accogliente e accudente non soltanto verso la nipote, ma verso chiunque le stia attorno. La sua generosa disponibilità si accompagna a una raffica di dispiaceri che si vanno accumulando nel corso della narrazione: il figlio Alfredo non vuole studiare o lavorare, perché aspira a diventare attore; la figlia, madre di Isabella, ha lasciato il marito per un altro uomo; la nipote le sfugge dalle mani e l’amica la tradisce prendendosi il suo posto di lavoro. Tutto ha un prezzo e Antonia lo paga con il suo cuore malato. Con grande sensibilità Monica Gentile compone, dunque, il rapporto prezioso tra la bambina e la nonna, fulcro attorno al quale ruotano gli altri personaggi.
Antonia è un personaggio che non possiamo dimenticare non soltanto per la sua forza vitale, la generosità affettiva, l’immediatezza della sua sincerità e la grande dignità con cui affronta le difficoltà della pesante quotidianità, ma perché ha un dono speciale – quello della fantasia e della creatività. Lei inventa e racconta storie e di queste storie Isabella ha bisogno perché l’allontanano dalla sua complessa realtà e la conducono in altri spazi e dimensioni. Per la bambina la nonna è diversa dagli altri adulti proprio per la sua capacità di creare: dalla stoffa, infatti, crea abiti bellissimi e dalle parole, lei che pure fa errori di grammatica puntualmente corretti da Isabella, crea storie bellissime. Per la nipote Antonia non fa parte dell’incomprensibile mondo degli adulti. «Era secco e duro come un ramo morto, il mondo degli adulti privi d’immaginazione» (p. 32), afferma la bambina, mentre delle storie della nonna dice che «non raccontava storie per spaventarmi, né per piantare nella mia testa valori o insegnamenti, ma perché erano un bene sicuro, un approdo e soprattutto un divertimento. In tutta la famiglia, lei era l’unica che mi parlasse di mondi che non avrei saputo immaginare» (p. 54).
Nonna Antonia narra storie anche sul luogo in cui lavora come donna delle pulizie, ovvero la casa editrice Einaudi, e sui personaggi che animano quello spazio come Calvino, Pavese, Elsa Morante, Natalia Ginzburg e lo stesso Einaudi. Nei suoi racconti gli scrittori famosi sono uomini e donne con le loro abitudini, le loro manie e lei ne racconta gli aspetti privati, al di fuori dell’immagine pubblica. I suoi non sono, però, pettegolezzi da rotocalco:
Era un bell’uomo, Vittorini. Alto, con i capelli bianchi, due sopracciglia nere a forma di boomerang e i baffetti da siciliano verace. Era di Siracusa, sai? Ma da ragazzo era scappato dalla Sicilia per andarsene al nord. Non eri mai sicura di quello che pensava veramente. Tu eri convinta che una cosa gli piaceva bianca, e invece era il contrario. Una persona imprevedibile. Faceva anche traduzioni. Prendeva i libri degli scrittori inglesi e li faceva diventare italiani. E in mezzo ai fogli trovavi come segnalibri le ricevute della lavanderia, un cerotto mai usato, i biglietti dell’autobus e le ricette strappate dalle riviste di cucina. Gli piaceva parlare di roba da mangiare […] Siccome sapeva che anch’io ero siciliana, mi domandava: “Antonia, lei nella pasta alle sarde ce lo mette lo zafferano?”. “Certo che no. Mica si mette lo zafferano” rispondevo io. “Lo provi, male non ci sta. Gli dà colore” (p. 75).
Calvino, Ginzburg, Pavese prendono, così, vita dinanzi agli occhi di Isabella, con strani particolari che li trasformano in personaggi di in altre storie che forse sono vere o forse sono inventate, perché, come dice Antonia «Le storie diventano quello che vogliamo. Siamo noi a comandare» (p. 113). Calvino, ad esempio, è un personaggio «ch’esce pazzo per le alici fritte», anche se gli fanno male e gli fanno passare la notte insonne per l’indigestione. Ma da questa immagine di un uomo che si gira nel letto facendo incubi bruttissimi, Antonia ne ricava un’altra più poetica sull’ispirazione della scrittura:
Così una notte prende un quaderno e se lo mette sopra al comodino prima di coricarsi. Ogni volta che un incubo lo sveglia, prende carta e penna e scrive. E la mattina rilegge, e si diverte. Alla fine capisce che gli incubi sono storie imprigionate che vogliono uscire. Allora le prende e le trasforma in racconti bellissimi. «Io li ho letti. Un giorno pure tu.»
«E le alici?»
«Continua a mangiarle. Più sogna e più scrive.» (p. 114)
Isabella è molto incuriosita dall’idea di una casa editrice, il luogo dove ‘fanno i libri’ ovvero dove, secondo la descrizione sartoriale di nonna Antonia, «Prendono la colla e attaccano i fogli, ma prima li cuciono con ago e filo. Appena il libro è bell’e pronto, ci passano un colpo di ferro da stiro, così non si sgualcisce» (p. 49). La fantasia della nipote crea, allora, un’immagine incredibilmente suggestiva in cui i libri hanno vita propria e i loro autori diventano anch’essi personaggi al servizio delle storie che devono fare venire al mondo:
Immaginavo un edificio multipiano zeppo di libri, con finestre spalancate per fare entrare le storie. Per impedire che le trame si mescolassero e confondessero, a ciascuno scrittore veniva assegnata una stanza in cui scrivere da solo e in silenzio: dietro la porta era incollata una targhetta con il nome della storia a cui si stava lavorando. Non c’erano limiti di pagine, righe nei quaderni, indicazioni da seguire; gli scrittori correvano dietro ai personaggi che sapevano esattamente dove andare e quale fosse il finale. Immersi nella furia creativa, gli autori si grattavano la testa, avevano i capelli perennemente scompigliati, indossavano abiti larghi e lenti sui fianchi, camicie sbottonate, gonne ampie per fare entrare e uscire le storie che altrimenti sarebbero rimaste intrappolate dentro al corpo. (p. 92)
Quando si recherà all’Einaudi con la nonna, resterà un po’ delusa perché non incontra gli scrittori che nel suo immaginario dovrebbero restare seduti tutto il tempo a comporre. Nonna Antonia ribadisce l’immagine della stanza necessaria per creare storie, da cui deriva il titolo del romanzo, e, naturalmente, non possiamo non pensare alla stanza tutta per sé di cui parlava Virginia Woolf:
Certo, quando hanno un’idea si chiudono a chiave e spariscono dalla vista del resto del mondo. Nella stanza dove sta Carla, devi sapere che ci ha lavorato per anni Natalia Ginzburg e la porta stava sempre chiusa. La Ginzburg ha scritto tanti libri, è una scrittrice importante. Per entrare nel suo ufficio dovevi scrivere una lettera di permesso su carta bollata, con tanto di timbro e scarabocchio del principale, e farla passare sotto la porta. […] Siccome tu sei nipote mia, ti fa entrare senza permesso scritto. (p. 99)
Antonia vanta una familiarità con gli scrittori famosi che lascia perplessa la nipote, soprattutto quando parla di Natalia Ginzburg che lei ha anche servita nella sua qualità di sarta. Quando Isabella, sempre inquieta, causerà grossi danni con il suo comportamento e verrà aspramente redarguita da Antonia, il dubbio sulla veridicità dei racconti della nonna le si insinuerà nella mente, avvelenando momentaneamente il loro rapporto:
Come avevo potuto credere che la giacca in cantina fosse appartenuta a Pavese, che la Ginzburg si facesse cucire i vestiti da lei, che a Calvino piacessero le alici, se nessuno altro in famiglia ne aveva mai parlato? Quegli aneddoti li raccontava a me perché ero una bambina ingenua, l’affetto che nutrivo per lei mi aveva impedito di distinguere tra verità e sciocchezze. (p. 198)
Isabella ama i racconti di avventure e cita spesso Stevenson e Verne, La storia infinita e Robinson Crusoe. L’amore per la lettura è un altro elemento che nonna e nipote hanno, infatti, in comune ed è un legame forte. Entrambe giocano con le parole che inventano e condividono. Così se la parola preferita del padre è «organizzare» (p. 15), termine dove la fantasia è esclusa, nonna e nipote giocano a rilanciarsi parole fittizie come in una partita di ping-pong:
Potevo creare un intero vocabolario inesistente, ma se canerotti, purcinani o burrimossi avevano un significato solo per me, non serviva a niente; quando lo facevo con nonna, lei non mi deludeva mai.
Se diceva: «Isabe’, passami lo strofinaccio», io le porgevo la pezza per spolverare: «Ecco lo strazzapelone».
Lei mi guardava e sospirava: «Strazzapullone, si dice. Pronuncialo bene. Ti mancano i denti davanti per caso?»
E lì tutte e due a ridere.
«Si dice strazzapupone, nonna, non ti confondere.»
«Strazzastrazza, t’ho detto. Capisci zero di zero.»
E così, ancora e ancora, in un rilancio di risate che ci stremava. (p. 67)
Si nota spesso nel corso del romanzo come nonna e nipote condividano il senso dell’umorismo e dell’ironia, ulteriori strumenti, questi, per affrontare momenti complicati o difficili, e che arricchiscono il ritratto che Monica Gentile offre delle due protagoniste.
Fin dall’inizio del romanzo, la bambina si presenta ricca di fantasia. Ben presto, infatti, impara a inventare storie che racconta a se stessa, visto che alla madre raccontare storie non piace e se le legge una favola, lo fa svogliatamente: «Così di notte, quando i miei genitori erano convinti che dormissi, avevo iniziato a inventare storie; al buio risplendevano, ma l’indomani mattina mi apparivano insignificanti e ridicole» (p. 54).
Isabella crea soprattutto quelle che vengono catalogate come bugie, ma che sono invenzioni per sfuggire a una realtà difficile da sopportare. Quando la madre infelice e depressa rimane a letto, lei le rimane accanto dicendole storie bugiarde: «Così inventavo eventi o abbellivo fatti accaduti agli altri spacciandoli per miei, oppure partorivo amici immaginari da animare come burattini. Più che a mia madre le raccontavo a me stessa per superare la fame, il freddo e la paura dinanzi al mondo adulto che non comprendevo» (p. 34). Per tutto il romanzo Isabella dice menzogne. «Non erano bugie, erano legittima difesa», dice quando il padre scopre che, ispirandosi al Milione di Marco Polo, si è inventata a scuola un fratello inesistente che viaggia per la Cina facendo documentari, e sul treno che la porta a Torino dirà di essere orfana – ma questa bugia ci racconta come in realtà lei si senta e percepisca. Con umorismo dirà anche che
Al catechismo ci insegnavano che le bugie erano peccati, che la nostra anima si sarebbe unta come i tovaglioli di carta con le fritture. Così, quando mentivo, la mia immaginazione evocava fiori di zucca e carciofi in pastella, oppure vassoi di bugie, i dolci fritti spolverati di zucchero che i panifici esponevano dentro grandi teglie rettangolari. (pp. 31-32)
Se le sue bugie nascono per autodifesa, le bugie degli adulti, che mentono per camuffare la realtà, sono per lei imperdonabili e sarà quella che lei giudica una bugia da parte dell’unica persona di cui si fida, a scatenare una ribellione imprevedibile e pericolosa. In questo momento cruciale della sua storia e della sua crescita, in cui bruscamente si troverà veramente sola e priva della protezione dei familiari, le bugie le si ritorceranno contro e lei si renderà conto che nei momenti di grande difficoltà, quando la famiglia diventa sinonimo di protezione e salvezza, c’è bisogno di verità. Per smentire le sue bugie, tuttavia, e pensando alle parole di nonna Antonia che la invitava ad affrontare la vita con coraggio, si esporrà a ulteriori pericoli. Anche in questi frangenti rischiosi la sua mente andrà a quanto letto nei libri – i libri sua guida nel vivere – e, ispirandosi a Calvino, per farsi notare si arrampicherà su un’alta impalcatura:
Fantasticai che avrebbero scritto una storia su di me e l’avrebbero intitolata Isabella Rampante, poi qualcun altro l’avrebbe letta e si sarebbe arrampicato seguendo il mio esempio; avrebbero scritto una storia su di lui e così via, all’infinito. (p. 248)
In questa frase conclusiva («e così via, all’infinito») si racchiude – al di là dei tanti temi affrontati nel romanzo, tra i quali anche l’emarginazione degli immigrati dal Sud a Torino, l’insoddisfazione dei giovani, la pedofilia – un messaggio essenziale ovvero che la fantasia e l’immaginazione hanno un’importanza vitale ed eterna, in un mondo in cui sembra che queste doti o capacità si vadano perdendo, contrastate dalla velocità transitoria delle informazioni e narrazioni spesso banali che ci bombardano sui social. Questo è un romanzo sull’importanza del leggere e raccontare per affrontare o addolcire la vita quotidiana o per comprenderla, ma è anche un romanzo sulla scrittura e sul compito etico di chi scrive storie da cui possono nascere altri racconti che possono diffondersi, tessendo una rete di immagini e personaggi ed eventi che coinvolgono, ispirano, aiutano. Lettura e scrittura come forme di condivisione. Espressioni di resilienza. Finzioni che raccontano verità.
Probabilmente Isabella farà la scrittrice nella sua vita adulta, di certo da bambina aveva compreso che far nascere le storie è nella natura dell’essere umano e che questo dono che solo l’essere umano possiede va lasciato libero e protetto al tempo stesso:
Tu schiacci le lettere e le lettere si stampano sul foglio e poi le lettere diventano parole e le parole frasi lunghe e le frasi lunghe sono le storie che leggiamo sui libri. La macchina da scrivere è il gioco più bello del mondo, però devi chiudere la porta, come faceva Natalia, sennò le storie scappano e le hai perse per sempre. (p. 103)
