Si pubblicano in questo spazio gli interventi e le riflessioni di alcuni studenti del Liceo “Scaduto” di Bagheria su Baba di Mohamed Maalel

Il rapporto con la famiglia di SOFIA GIARGIANO
Tra i numerosi temi presenti nel romanzo Baba (Accento, 2023) dello scrittore Mohamed Maalel, la famiglia assume una posizione dominante e funge da asse portante dell’intera narrazione. A tal proposito, assai frequenti sono le riflessioni del protagonista che ci permettono di comprendere a pieno il peculiare rapporto che egli intrattiene con i suoi familiari, come nel seguente passo:
«Ho costruito un’immagine familiare conveniente a certi standard qualitativi, lasciando da parte i difetti di fabbricazione. Ma una famiglia è spesso composta da singoli difetti che unendosi provocano cortocircuito inarrestabile, in cui ogni filo scomposto è parte di un insieme che se fallisce lo fa senza mai separarsi. Avevo due famiglie: era arrivato il tempo di un racconto a più identità.» (p. 200)
E il libro è proprio «un racconto a più identità», perché ruota intorno ad una famiglia problematica e complessa e analizza il rapporto che Ahmed, il protagonista, intrattiene con il padre, un padre a volte amorevole ma a volte brutale e capace di utilizzare la violenza come strumento coercitivo e punitivo. Appare evidente quanto le scelte di Ahmed siano fortemente influenzate dalla sua condizione familiare e dal senso di oppressione che prova per tutta la vita, fin quando, crescendo, riesce finalmente ad acquisire consapevolezza e a riprendere in mano le redini della sua esistenza. Baba è dunque un romanzo di formazione che narra la complicata crescita personale che il protagonista riesce progressivamente a realizzare, un personaggio che cresce, impara a scoprire se stesso e soprattutto a comprendere la propria famiglia.
Assai interessante è il graduale evolversi e maturare del punto di vista del narratore interno. Inizialmente, infatti, osserviamo questa famiglia attraverso gli occhi di un bambino innocente e incosciente, che non riesce a spiegare i comportamenti a tratti feroci del padre e la frequente infelicità della madre. Successivamente subentra il punto di vista di un adolescente che prova odio, desideri di vendetta, e che si tormenta in cerca di risposte che spesso non sopraggiungono; negli ultimi capitoli la prospettiva è infine quella di un uomo adulto che riesce a far pace con se stesso, a perdonare il padre – anche grazie alla scoperta del suo passato doloroso e della malattia presente – e a riconciliarsi finalmente con la sua famiglia, una famiglia che, nonostante le incomprensioni e le molteplici difficoltà affrontate, si stringe forte dinanzi alla malattia e alla perdita di baba.
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I rischi del fondamentalismo di FEDERICA CARDINALE
La vicenda narrata nel romanzo Baba è riuscita a catturare la mia attenzione sin dalle prime righe del libro per la presenza di una fitta molteplicità di tematiche e soprattutto per l’ambiente multiculturale che avvolge il protagonista e gli altri personaggi, dando vita a un conflitto tra due diverse culture – l’italiana e l’araba – che talvolta sembra configurarsi come uno scontro di civiltà. Il ragazzo, infatti, da una parte è influenzato dalla cultura del contesto materno, a tratti dominante, dove spicca pure la presenza di una nonna che lo spinge ad infrangere i divieti alimentari islamici, mentre dall’altra parte appare subordinato alla cultura di un padre che vorrebbe imporgli di seguire le proprie orme e che, al momento della nascita, ne ha già deciso il futuro:
«In realtà, mio padre stava cercando di immaginare il mio futuro. Tunica bianca, un Corano in mano, quattro figli maschi e una casa a Tunisi: era questo che già sognava per me. Si pensava nonno, prima ancora di essere un buon padre.» (p. 23)
Nel corso della vicenda, il conflitto raggiunge il suo apice quando Ahmed, ancora bambino, è costretto a frequentare una scuola coranica, guidata da un Imam fondamentalista che diviene ben presto un pericoloso punto di riferimento per il ragazzino: egli viene infatti subito plasmato da idee che si discostano dalla verità dei libri sacri. A seguito di episodi che manifestano l’estremizzazione di tali credenze (come la strage delle bambole della cugina), il suo comportamento sempre più violento suscita grande apprensione pure nel padre, che decide di ritirarlo definitivamente dalla scuola coranica. All’inizio, Ahmed non vive bene questo distacco dalla nuova figura di riferimento, poiché non comprende l’errore del nuovo sistema di credenze assimilato, e prova un senso di profondo disorientamento di fronte al crollo di certezze che avrebbero forse condizionato la sua capacità di pensiero critico nel suo percorso di crescita.
Il libro offre allora ai lettori un ulteriore spunto di riflessione sul terribile potere delle religioni quando vengono strumentalizzate e generano forme di cieco fanatismo. Il fondamentalismo, infatti, è un fenomeno che da secoli attraversa le culture e viene utilizzato come strumento di controllo, tanto sugli individui quanto sulle comunità; in questo processo si perde spesso la dimensione spirituale e intima della vera fede, quel percorso che ogni individuo dovrebbe scegliere di compiere in piena libertà e consapevolezza. Si pensi che ancora oggi, in alcuni paesi, le forme di governo instaurate sono di tipo teocratico e si basano su un controllo che ruota intorno all’autorità religiosa. Anche il concetto di guerra molte volte è giustificato e legittimato da questioni di natura religiosa, benché in realtà esse celino quasi sempre delle ragioni di ben altra natura. L’attuale guerra in Medio Oriente non deve essere considerata come un conflitto tra le fedi religiose dei due popoli, ma tra il rancore e l’avidità dei potenti a capo dei governi.
Ma alla base delle credenze religiose vi è una divinità creatrice, non distruttrice. E a tal proposito, assai illuminante è l’insegnamento che il padre impartisce al figlio, proprio nel momento in cui si rende conto degli effetti dell’estremismo religioso e lo sottrae agli insidiosi insegnamenti di Anis: «Dio dice di amari la familia, di amari anchi chi non è muslim. Dobbiamo seguire Dio, non un uomo chi dice di conoscere Dio» (p. 119)
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Il rapporto col cibo di GAIA GARGANO
Dopo un’attenta lettura di Baba, un romanzo ricco di tematiche differenti tra loro che riescono a fondersi armoniosamente insieme, mi pare opportuno concentrarmi su un aspetto molto particolare del libro, vale a dire il rapporto caotico e turbolento che il protagonista intrattiene con il cibo, da quello proibito per ragioni di carattere religioso a quello voracemente consumato come unica valvola di sfogo.
La dipendenza del ragazzo dal cibo sembra trarre origini, innanzitutto, dal complesso rapporto che egli intrattiene con il padre e, a sua volta, dalla difficoltà di quest’ultimo a svolgere il proprio ruolo paterno nei confronti del figlio. Pertanto, il cibo assume vari significati e cela verità nascoste, qualcosa di non detto che si incunea come una lama tagliente tra i due personaggi.
Il padre si serve spesso del cibo per rabbonire il figlio e metterne a tacere l’angosciante dolore: «Mi riempiva di gelati e patatine. Li divoravo senza esitazione, trasformando un disturbo in piacere» (p. 124). Ma il piacere di ingurgitare cibo funge anche da sostituzione delle parole che il protagonista non riesce a dire al padre e viene usato per soffocare e reprimere il dolore che egli cerca di nascondere. Ciò accade per esempio nei frequenti momenti di pace della domenica mattina, tutti accomunati dalla colazione al bar con il cornetto al cioccolato, che maschera però pesanti verità. Se la condivisione del primo pasto della domenica viene percepita da Ahmed come unico momento di tregua dalla violenza e dalla rabbia del padre, attraverso questa tenera consuetudine – che funge quasi da rito di riconciliazione – il padre sembra invece scusarsi implicitamente con il figlio per le sofferenze che spesso gli infligge.
Tuttavia, in altri casi il cibo svolge un ruolo differente e assume anche una funzione di sfida nei confronti di baba e delle sue tradizioni culturali e religiose. Infatti, più volte il protagonista accenna a come avrebbe voluto mangiare del prosciutto ogni volta che il padre era violento in casa, quasi per dispetto e forse per suscitare in lui reazioni ancora più violente: «Avevo voglia di mordere un panino con il prosciutto tutte le volte che mio padre si comportava male» (p. 69). Quando Ahmed mangia maiale, sa di fare un grande torto al padre, ma non prova vergogna, anzi prova un senso di rivolta, nonché di vendetta, generato da dolorose prese di coscienza: mangiare cibo proibito diventa lo strumento privilegiato per ribellarsi alla violenta autorità paterna. Così le sue insaziabili abbuffate non sono altro che un modo per gridare al mondo che anche lui ha una sfrenata voglia di parlare, ma nello stesso tempo quel mondo lo mette a tacere riempiendolo di gelati e patatine: «Tutti mi chiedevano di restare in silenzio, mentre io avevo bisogno di fare rumore» (p. 98). Pertanto, nel corso della narrazione, il cibo assume una molteplicità di funzioni simboliche e attraverso la sua ambivalenza esprime, di volta in volta, il vuoto affettivo, la rivolta e i tentativi di pacificazione, l’impotenza della parola e l’estrema complessità delle relazioni umane.
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Nessuno cade con te: ma tu ti rialzi, intera nelle crepe di HILARY GUTTUSO
C’è un momento, leggendo Baba, in cui non sei più soltanto una lettrice. Accade lentamente, quasi impercettibilmente e poi, all’improvviso, le parole iniziano a spostarsi dal piano della carta a quello dell’epidermide. I confini tra l’esperienza dell’autore e la tua cominciano a confondersi, a unirsi, a concatenarsi come una catena indelebile. E non importa se sei cresciuta in una famiglia italiana e non tunisina, se sei figlia o figlio, se la tua identità sessuale è diversa da quella di Ahmed: ciò che resta uguale, universale, è il senso profondo di una vita non del tutto permessa. Leggere questo libro non è stato un esercizio intellettuale, ma un’esperienza viscerale. Ogni frase era una lama gentile che tagliava qualcosa in me, ma senza violenza: come se finalmente venisse sciolto un nodo da tempo sopito. Ahmed non è solo un protagonista: è una voce che vibra sotto pelle, un frammento d’anima che si riconosce nell’eco delle cose non dette, nel peso delle identità negate, nella dolcezza dei desideri che non osano gridare. Baba è un libro che racconta, ma non spiega. È un viaggio senza meta garantita. Eppure, nel suo avanzare spezzato, discontinuo, doloroso, ho trovato un movimento comune a tante esistenze: quello della soggettività che si forma nel conflitto, nel tentativo di diventare intera senza frantumarsi nell’attesa di approvazione. È un libro che mi ha obbligata a guardare ciò che ho sempre tenuto ai margini del mio pensiero: quanto di me è cresciuto nel tentativo di essere accettata, e quanto invece è rimasto sospeso, nascosto, per paura. Ahmed è un ragazzo che cresce all’ombra di un padre che non lo vede per ciò che è. Ma non c’è odio, in questa ombra, c’è attesa. Un’attesa spasmodica, invisibile, muta. Quella stessa attesa che ho conosciuto da figlia: aspettare che un genitore si accorga di te non per ciò che fai, ma per ciò che senti. «Avevo bisogno che mi guardasse, davvero. Che vedesse chi ero. Non chi voleva che fossi.» In questa frase, c’è tutto il dramma psicologico dell’identità negata. Non si tratta solo di silenzi familiari o di rigide educazioni. Si tratta di una ferita archetipica: quella dell’amore condizionato.
Perché ci sentiamo amati, accettati, solamente quando siamo ciò che gli altri desiderano per noi? Perché non possono amarci con le nostre unicità? È questo che ho sentito più forte leggendo Baba: il dolore di dover meritare l’amore. Di dover nascondere pezzi interi di sé per sopravvivere dentro una narrazione familiare dove non c’è spazio per la complessità. Ahmed non può essere contemporaneamente tunisino e queer, musulmano e libero, maschio e vulnerabile. Ogni identità che esprime lo allontana da qualcosa che dovrebbe proteggerlo. È un paradosso feroce: la famiglia, che dovrebbe essere nido, diventa campo minato. La casa è un luogo dove si trattiene il fiato. L’identità non è un punto di arrivo, ma è un percorso segnato da fratture. Però è anche una costruzione attiva: Ahmed non è passivo. Resiste, osserva, scrive. Il linguaggio diventa la sua arma più potente. E in questo, mi sono sentita profondamente coinvolta. Come se la scrittura non fosse solo un mezzo, ma una strategia di sopravvivenza psichica. Come se la parola, quella giusta, quella che nomina il dolore con precisione, fosse l’unico modo per rimettere insieme i frammenti. Mi sono chiesta, leggendolo, se anche il mio scrivere, le lettere, i diari, le poesie, i pensieri non detti, i romanzi, non siano sempre stati una forma di legittimazione silenziosa. Un modo per dire: «Esisto, anche se tu non mi guardi». O un modo per sfuggire dalla realtà: per scappare dal mondo reale e rifugiarmi in ciò che più mi appartiene: i miei mondi. Questo è forse il nucleo più psicologicamente devastante del libro: Baba non racconta un rifiuto violento, ma un’esclusione costante. È la storia di un figlio che non viene mai negato apertamente, ma che non viene nemmeno accolto davvero. Ed è proprio questa ambiguità che ferisce più a fondo: quando l’amore c’è, ma non arriva dove dovrebbe. Il padre di Ahmed, Taoufik, non è un mostro. È un uomo segnato. È una figura che incarna la trasmissione di traumi, l’incapacità appresa, la durezza come unico linguaggio emotivo. Ed è qui che il romanzo diventa ancora più complesso: perché, pur mostrando le ferite, non giudica. Non cerca colpevoli. Ci costringe a comprendere che le identità non nascono solo dal desiderio, ma anche dal dolore degli altri che portiamo addosso. Ahmed non eredita solo una cultura: eredita anche un modo di sentire, di non dire, di trattenere. E liberarsene non è un atto ideologico, ma esistenziale. «Ho imparato a sorridere quando volevo urlare. A tacere quando volevo spiegare. A essere presente senza farmi notare». Questa frase, che sintetizza il vissuto di Ahmed, ma anche il mio, è il punto di partenza della rivoluzione interiore che Baba ha innescato in me. Ho cominciato a interrogarmi sul mio stesso modo di abitare le relazioni: quante volte ho finto di non essere arrabbiata per paura di perdere l’amore di chi avevo davanti? Quante volte ho adattato la mia voce a ciò che gli altri volevano sentire, diventando trasparente pur di restare? Quante volte ho trattenuto le lacrime, spingendole dentro l’iride dell’occhio, attraverso una risata? Quante volte, per la certezza di non essere compresa, ascoltata, accolta, non ho trasformato i miei mostri interiori in parole? Quante volte ho imparato a camuffare il mio corpo nell’inesistenza della materia, come un fantasma, rendendomi invisibile agli occhi degli altri? Quante volte mi sono vietata di essere me stessa, nella mia pura essenza? La rivoluzione che questo libro ha suscitato in me non è una presa di posizione, ma un cambiamento dello sguardo. Ho cominciato a distinguere i gesti d’amore veri da quelli educati. Ho riconosciuto le strategie della mia infanzia, le volte in cui ho interiorizzato il senso di colpa come strumento per sentirmi viva. E soprattutto, ho imparato che l’amore non è qualcosa che si chiede abbassando la voce, ma qualcosa che si costruisce restando intere/i. Il finale del romanzo non offre risposte facili. Non c’è un lieto fine. Ma c’è qualcosa di ancora più potente: la consapevolezza. Ahmed arriva a un punto in cui non ha più bisogno di essere riconosciuto per esistere. È lì che avviene la vera liberazione: quando la propria esistenza smette di dipendere dallo sguardo dell’altro. Non si tratta di indifferenza, ma di maturità. Di autonomia affettiva. Di un amore nuovo, per sé, prima di tutto. Perché, in fondo, noi non siamo nessuno senza noi stessi. «Avrei voluto potergli dire tutto, ma avevo paura che nel farlo si rompesse qualcosa, o che si rompesse lui». Noi, quando ci perdiamo, quando ci frantumiamo, quando spezziamo la nostra anima, ci sgretoliamo come vasi di terracotta. E gli altri? Restano lì, allineati su uno scaffale come vasi intatti. Sentono il frastuono della caduta, ma nessuno cade con te. Nessuno si rompe per starti accanto, neppure un po’. Ma forse basterebbe una crepa, un solo gesto di vulnerabilità da parte loro, per riparare la tua intera esistenza. Non servirebbe che si frantumassero: basterebbe che si inclinassero, appena, verso di te. E invece, spesso, restano fermi. Perfetti. Mentre tu, a terra, provi a ricomporti. Un pezzo alla volta. Con dita tremanti. Con la paura che alcuni frammenti siano andati perduti per sempre. Ma è in quell’atto, lento, intimo, disperato e sacro, che nasce la tua nuova identità. Non più intera, ma autentica. Non più levigata per piacere agli altri, ma scheggiata nella verità di ciò che sei. Questa è la mia rivoluzione: ho capito che non devo più aspettare che qualcuno mi dia il permesso di essere chi sono. Ho capito che posso amare chi mi ha fatto male, senza più farmi male per essere amata. Ho capito che la voce che ho imparato a trattenere ha diritto di esistere. E che la scrittura, la mia, quella di Maalel, quella di tutte le persone che hanno trovato un modo per dire l’indicibile, è ciò che ci tiene vivi.
È un rifugio, dove poter esistere, attraverso diversi occhi, in modo libero, senza aver timore di essere giudicati. Scriviamo quando tutto ci crolla addosso, quando la gola si chiude e brucia, pronta a gridare attraverso l’inchiostro le lacrime che non sappiamo piangere. Impedisce ai muri della nostra anima di crollare. Scrivere non è solo raccontarsi, ma resistere al silenzio che ci divora. Le parole sono mani che si allungano per dire: «Io ci sono. Anche se tu non mi vuoi vedere, io ci sono». Ahmed scrive con il corpo. Scrive attraverso gli incontri, i gesti, le omissioni. E nel farlo, si libera. Non perché dimentica suo padre, ma perché smette di vivere in attesa del suo sguardo. È questo, per me, il gesto più radicale. Non c’è un gesto più rivoluzionario che smettere di chiedere amore a chi non sa darlo. Non con rabbia, ma con grazia. Non con indifferenza, ma con perdono. Leggere Baba è stato come ritrovare la mia voce dentro quella di un altro. Ma soprattutto, è stato il momento in cui ho smesso di aspettare di essere vista, e ho cominciato, finalmente, a guardarmi davvero.
Ma c’è ancora un’altra ferita, più ampia, più collettiva, che il libro porta con sé come un’eco che non si può ignorare. È la ferita dell’identità queer dentro la realtà migrante. Una doppia marginalità che non si somma semplicemente, ma si moltiplica. Ahmed non è solo un figlio incompreso, non è solo un ragazzo omosessuale. È anche il prodotto di una diaspora, di una cultura sospesa tra due mondi che parlano lingue diverse del corpo, dell’amore, dell’intimità. La sua lotta non è solo quella del cuore, ma anche quella del sangue. Della genealogia. Del radicamento. Essere queer in una comunità migrante significa, troppo spesso, non avere diritto al dolore. Significa essere letti come traditori culturali, come corpi che scardinano equilibri fragili. In Ahmed, questo peso si stratifica: la sua omosessualità non è solo una questione intima, ma una frattura politica, un terremoto simbolico che minaccia le fondamenta già instabili di chi ha dovuto lottare per essere accettato in una terra che non è la propria. E allora il corpo queer diventa capro espiatorio. Diventa il luogo in cui si concentrano tutte le paure della perdita: della virilità, della famiglia, dell’identità collettiva. Ma Ahmed, con la sua voce lucida e silenziosa, ci insegna che non c’è rivoluzione più vera di quella che si consuma nell’essere fedeli a sé stessi. Anche quando questo significa rinunciare alla benedizione dei padri. Anche quando questo significa diventare stranieri due volte: nella patria d’origine e in quella d’adozione. È lì che il romanzo si fa atto politico, senza mai perdere l’intimità del suo tono: perché racconta non solo una storia, ma una verità condivisa da migliaia di vite che non trovano mai il loro nome nel linguaggio dominante. Leggere Baba significa entrare in contatto con questa complessità: significa imparare che essere sé stessi, quando il mondo ci vuole diversi, è già un atto d’amore. È un dono fragile e potente. Ed è per questo che, oggi, la mia rivoluzione personale si intreccia con quella di Ahmed: perché mentre lui cerca uno spazio per la sua voce tra le macerie del silenzio, io ho trovato nella sua storia la forza di ricostruire la mia. Nel suo sguardo c’era l’esilio. Ma anche la promessa che ogni identità, anche la più marginale, merita di essere raccontata.
E forse è proprio in questo spazio di frattura, dove l’identità si fa domanda e la memoria si mescola alla pelle, che nasce la possibilità di una nuova fioritura. Non una guarigione, forse, ma una forma diversa di esistenza: più consapevole, più fragile, ma anche più vera. Perché, come scrive Maalel, con una dolcezza che spacca il cuore: «Volevo solo che mio padre mi guardasse come si guarda un figlio». Ecco: in questa frase minuscola e sconvolgente sta tutta la rivoluzione. Il desiderio di essere visti non come errori da correggere, ma come figli da amare. Essere guardati senza paura, senza vergogna, senza filtri. Solo così, forse, si guarisce davvero: non quando il dolore scompare, ma quando qualcuno lo riconosce come parte viva della nostra storia. E allora, oggi, guardo anche me stessa come si guarda una figlia: con perdono. Con tenerezza. Con coraggio. Baba non ha un finale catartico, perché nella vita reale le catarsi non esistono. Esiste, però, un momento in cui il cuore smette di battere al tempo della paura. Un momento in cui ci si accorge che non essere amate da chi si ama non è la fine del mondo, ma forse l’inizio di un altro. È lì che avviene la trasformazione. Non nel rapporto col padre, ma nel rapporto con sé stessi. La mia rivoluzione personale non si è risolta in un urlo. È stata un sussurro che ha cambiato direzione. È stato il momento in cui ho deciso che non mi sarei più chiesta: «Mi vedono?», ma «Mi vedo?». E la risposta, oggi, è sì. Mi vedo. Con tutte le mie paure, con tutta la mia luce che ho imparato a non spegnere più. E se un giorno potrò perdonare, sarà per amore di me stessa, non per bisogno di qualcuno. È proprio vero, ci sono romanzi che leggi e ci sono romanzi che ti leggono. E Baba, ovviamente, appartiene alla seconda categoria. È uno specchio, sì, ma uno specchio scheggiato, dove l’immagine riflessa è distorta e, per questo, vera. Ti vedi, ma non come ti sei sempre immaginata: ti vedi finalmente nella tua imperfezione.
Nelle crepe. In ciò che hai sempre cercato di correggere, mascherare, limare. E, all’improvviso, scopri che, anche lì, c’è bellezza.
