Così allora, ripuntando la prora verso terra, passata l’isola della Colombara sulla manca, la distesa infinita di saline sulla dritta, a quadri cilestrini e rilucenti come lastre di cristallo, entrammo nel porto di quella città bianca, di marmore e di sale, di mura e bastioni, di torri e di molini, di cupole, di specole e pinnacoli, che al pari d’una palomba candidissima, dalle radici dell’Erice impennato lunga si stende librandosi sul mare.
(V. Consolo, Retablo, p. 126).
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La gran via barrica, la rua Grande, che dritta correa nel mezzo della cittate e finia da una parte alla porta Eustachia o sant’Alberto, dall’altra, sul levante, era chiusa, come fusse un velario, un fondo teatrale, dal bellissimo palazzo del Senato, fatto costruir dal Cavarretta, Balì di Santo Stefano, al mastro Pisano e all’architettore Palma, allo scultore Nolfo.
(V. Consolo, Retablo, p. 134).
