Il quartiere Trieste di Roma è, si può ben dire, un centro di questa storia dai molti altri centri. E’ un quartiere che ha sempre oscillato tra l’eleganza e la decadenza, tra il lusso e la mediocrità, tra il privilegio e l’ordinarietà, e per adesso tanto basti: inutile descriverlo oltre, perché una sua descrizione potrebbe risultare noiosa, all’inizio della storia, addirittura controproducente. Del resto, la migliore descrizione che si può dare di qualunque posto è raccontare cosa vi succede, e qui sta per succedere qualcosa di importante.
Mettiamola così: una delle cose che succedono in questa storia dalle molte altre storie succede nel quartiere Trieste, a Roma, in una mattina di metà Ottobre 1999, in particolare all’angolo tra via Chiana e via Reno, al primo piano di uno di quei palazzi che appunto non staremo qui a descrivere, dove sono già successe migliaia di altre cose. Solo che la cosa che sta per accadervi è decisa e, si può ben dire, potenzialmente esiziale per la vita del protagonista della storia.
(S. Veronesi, Il colibrì).
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A Roma arrivammo circa sei settimane fa, in una stagione ch’era ancora vuota, bruciata, febbricosa Roma, e questa circostanza con altre difficoltà pratiche di assetto protrasse senza fine l’inquietudine intorno a noi e il paese straniero gravava su noi col peso dell’esilio. Si deve anche aggiungere che Roma (se ancora non la si conosce) nei primi giorni opprime di tristezza: per l’aria morta e torbida di museo, che respira, per la moltitudine delle sue età trascorse ripescate e tenute in piedi faticosamente (di cui si nutre un piccolo presente), per l’indicibile vanteria, sostenuta da dotti e filologi e imitata dagli abituali visitatori d’Italia, di tutte quelle sfigurate e guaste cose, che in fondo non sono più che resti casuali d’un altro tempo e di un’altra vita, che non è la nostra e non deve essere la nostra. Finalmente, dopo settimane di quotidiana difesa, si ritrova – benché ancora un po’ confusi – la via a se stessi e ci si dice: no, qui non c’è più bellezza che in qualche altro luogo e tutti questi oggetti sempre ammirati dalle generazioni in catena, corretti e restaurati da mani di manovali, non significano nulla, non sono nulla e non hanno né un cuore né valore; ma molta bellezza c’è qui, perché dovunque è molta bellezza.
Acque infinitamente piene di vita entrano per gli antichi acquedotti nella grande città e danzano nelle molte piazze su bianche tazze di pietra e si spandono in ampi bacini e scrosciano […] giardini ci sono, indimenticabili viali e scalinate, scalinate inventate da Michelangelo, scalinate costruite a immagine delle acque cadenti, che ampie generano nella caduta gradino da gradino come onda da onda. Tali impressioni giovano a raccogliersi, a recuperarsi dalle molte cose piene di presunzione, che ivi parlano e ciarlano (e quanto sono loquaci!) e si impara lentamente a conoscere le pochissime cose, in cui dura l’eterno, che si può amare, e la solitudine, a cui sommessamente si può partecipare.
Ancora abito in città, sul Campidoglio, non lontano dalla più bella figura equestre che ci sia stata conservata dall’arte romana, la statua di Marco Aurelio; ma tra alcune settimane passerò in un luogo semplice e tranquillo, una vecchia terrazza perduta nel profondo di un grande parco, celata alla città, al suo frastuono e al caso. Abiterò là tutto l’inverno e godrò della grande quiete da cui attendo il dono di buone e ricche ore…
(R. M. Rilke, Lettera da Roma del 29 ottobre 1903, in Lettere a un giovane poeta).
