Luoghi dell’invenzione – Napoli

Non era mai successo. Da quando avevo memoria non mi ero mai allontanata dalle palazzine bianche a quattro piani, dal cortile, dalla parrocchia, dai giardinetti, né avevo mai sentito la spinta a farlo. Passavano treni di continuo oltre la campagna, passavano auto e camion su e giù per lo stradone, eppure non riesco a ricordare nemmeno un’occasione in cui chiedo a me stessa, a mio padre, alla maestra: dove vanno le auto, i camion, i treni, in quale città, in quale mondo?

Cosa c’era oltre il rione, oltre il suo perimetro stranoto? Alle nostre spalle si levavano una collinetta fittamente alberata e qualche rara costruzione a ridosso di binari luccicanti. Davanti a noi, oltre lo stradone, s’allungava una via tutta buche che costeggiava gli stagni. A destra, uscendo dal cancello, si distendeva il filo di una campagna senza alberi sotto un cielo enorme. A sinistra c’era un tunnel a tre bocche, ma se ci si arrampicava su fino ai binari della ferrovia, nelle belle giornate si vedeva, al di là di certe case basse e muri di tufo e una fitta vegetazione, una montagna celeste con una vetta più bassa e una un po’ più alta, che si chiamava Vesuvio ed era un vulcano.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1 , pp. 68-69).

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In tutto il rione fiorivano iniziative. Alla merceria, dove Carmela Peluso aveva cominciato da poco a lavorare da commessa, di punto in bianco s’era associata una giovane sarta e il negozio s’era ampliato, puntava a trasformarsi in un’ambiziosa sartoria per signore. L’officina dove lavorava il figlio di Melina, Antonio, grazia al figlio del vecchio proprietario, Gentile Gorresio, stava cercando di diventare una fabbrichetta di ciclomotori. Tutto insomma tremolava, si inarcava come per cambiare i connotati, non farsi riconoscere negli odi accumulati, nelle tensioni, nelle brutture, e mostrare invece una faccia nuova. Mentre io e Lila studiavamo latino ai giardinetti, anche il puro semplice spazio che avevamo intorno, la fontanella, il cespuglio, una buca di lato alla strada, cambiò. C’era un odore costante di pesce, scoppiettava la macchina fumante col rullo compressore che avanzava lento sopra la stesa, lavoratori a torso nudo o in canottiera asfaltavano le strade e lo stradone. Si modificavano anche i colori. Il fratello grande di Carmela, Pasquale, fu preso per andare a tagliare le piante a ridosso della ferrovia. Quante ne tagliò, sentimmo il rumore dell’annientamento per giorni: le piante fremevano, emanavano un odore di legno fresco e verdura, fendevano l’aria, urtavano la terra dopo un lungo fruscio che sembrava un sospiro, e lui e altri segavano, spaccavano, estirpavano radici che emanavano un odore di sotterraneo. La macchia verde svanì e al suo posto comparve una spianata giallastra.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1, p. 105).

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Passammo insieme l’intera giornata, l’unica della nostra vita, altre non me ne ricordo. Si dedicò molto a me, come se volesse trasmettermi in poche ore tutto quello che di utile aveva imparato nel corso della sua esistenza. Mi mostrò piazza Garibaldi e la stazione che stavano costruendo: secondo lui era così moderna che arrivavano i giapponesi da Giappone apposta per studiarsela e rifarla identica a casa loro, soprattutto i pilastri. Ma mi confessò che la stazione precedente gli piaceva di più, c’era più affezionato. Pazienza. Napoli, secondo lui, era così da sempre: si taglia, si spacca e poi si rifà, e i soldi corrono e si crea fatica.

Mi portò per corso Garibaldi, fino all’edificio che sarebbe stata la mia scuola. Trafficò in segreteria con estrema bonomia, aveva l dono di riuscire simpatico, dono che nel rione e in casa teneva nascosto. Si vantò della mia straordinaria pagella con un bidello di cui, scoprì lì per lì, conosceva bene il compare di fazzoletto. Sentii che ripeteva spesso: tutto a posto? oppure: quello che si può fare si fa. Mi mostrò la piazza Carlo III, l’Albergo dei poveri, l’Orto botanico, via Foria, il Museo. Mi portò per via Costantinopoli, per Port’Alba, per piazza Dante, per Toledo. Fui sopraffatta dai nomi, dal rumore del traffico, dalle voci, dai colori, dall’aria di festa che c’era in giro, dallo sforzo di tenere tutto a mente per poi parlarne con Lila, dall’abilità con cui lui chiacchierava con il pizzaiolo da cui mi aveva comprato una pizza bollente con la ricotta, col fruttivendolo da cui mi aveva comprato una percoca molto gialla. Possibile che solo il nostro rione fosse così pieno di tensioni e di violenze, mentre il resto della città era radioso, benevolo?

Mi portò a vedere il posto dove lavorava, che era in piazza Municipio. Anche lì, disse, tutto era diventato nuovo, tagliate le piante, spaccato tutto: ora vedi quanto spazio, l’unica cosa vecchia è il Maschio Angioino, però è bello, piccerè, due maschi veri ci sono a Napoli, papà tuo e quello lì. Andammo al comune, salutò questo e quello, era molto conosciuto. Con alcuni fu gioviale, mi presentò, ripeté per l’ennesima volta che avevo avuto a scuola nove di italiano e nove in latino; con altri fu quasi muto, solo va bene, sì, voi comandate io faccio. Infine mi annunciò che mi avrebbe mostrato il Vesuvio da vicino e il mare.

Fu un momento indimenticabile. Andammo verso via Caracciolo, sempre più vento, sempre più sole. Il Vesuvio era una forma delicata color pastello ai piedi della quale si ammucchiavano i ciottoli biancastri della città, il taglio color terra di Castel d’Ovo, il mare. Ma che mare. Era agitatissimo, fragoroso, il vento toglieva il fiato, incollava i vestiti addosso e levava i capelli dalla fronte. Ci tenemmo dall’altro lato della strada insieme a una piccola folla che guardava lo spettacolo. Le onde ruzzolavano come tubi di metallo blu portando in cima la chiara d’uovo della spuma, poi si frangevano in mille schegge scintillanti e arrivavano fin sulla strada con un oh di meraviglia e timore da parte di tutti noi che guardavamo. Che peccato che non c’era Lila. Mi sentii stordita dalle raffiche potenti, dal rumore. Avevo l’impressione che, pur assorbendo molto di quello spettacolo, moltissime cose, troppe spampanassero intorno senza lasciarsi afferrare.

Mio padre mi strinse la mano come se temesse che sgusciassi via. Infatti avevo voglia di lasciarlo, correre, spostarmi, attraversare la strada, farmi investire dalle scaglie brillanti del mare. In quel momento così tremendo, pieno di luce e di clamore, mi finsi sola nel nuovo della città, nuova io stessa con tutta la vita davanti, esposta alla furia mobile delle cose ma sicuramente vincitrice: io, io e Lila, noi due con quella capacità che insieme-solo insieme-avevamo di prendere la massa di colori, di rumori, di cose e persone, e raccontarcela e darle forza.

Tornai al rione come se fossi andata in un territorio lontano. Ecco di nuovo le vie note, ecco di nuovo la salumeria di Stefano e sua sorella Pinuccia, Enzo che vendeva frutta, il Millecento dei Solara parcheggiato davanti al bar e che ora avrei pagato non so cosa perché fosse cancellato dalla faccia della terra. Meno male che dell’episodio del braccialetto mia madre non aveva saputo niente. Meno male che nessuno aveva riferito a Rino quello che era successo.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1, pp. 133-134-135).

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Una domenica, dopo molte discussioni con i nostri genitori, uscimmo (Rino venne ad assumersi generosamente, con i miei genitori, anche la responsabilità della mia persona) nientemeno di sera. Vedemmo la città illuminata dalle insegne, le strade affollate, il malodore del pesce andato a male per il caldo ma anche i profumi dei ristoranti, delle friggitorie, dei bar-pasticceria che erano molto più ricchi di quello dei Solara. Non mi ricordo se Lila avesse già avuto occasione di andare in centro, col fratello o con altri. Di certo se era successo non me ne aveva parlato. Mi ricordo invece che in quella circostanza fu assolutamente muta. Attraversammo piazza Garibaldi, ma lei restava indietro, si attardava a guardare un lustrascarpe, un donnone variopinto, gli uomini foschi, i ragazzi. Fissava le persone con molta attenzione, le guardava dritto in faccia, tanto che alcuni ridevano e altri le facevano il gesto che significa: che vuoi? Ogni tanto la strattonavo, me la tiravo dietro per paura che ci perdessimo Rino, Pasquale, Antonio, Carmela, Ada.

Quella sera andammo in una pizzeria del Rettifilo, mangiammo in allegria. A me sembrò che Antonio mi facesse un po’ la corte, forzando la sua timidezza, e fui contenta, così si bilanciavano le attenzioni di Pasquale per Lila. Senonché a un certo punto successe che il pizzaiolo, un uomo sui trent’anni cominciò a far volteggiare la pizza per aria, mentre la impastava, con un virtuosismo eccessivo e scambiando sorrisi con Lila che lo guardava ammirata.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1, pp. 140-141).

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Mi parlò dettagliatamente di Didone, figura di cui non sapevo nulla, quel nome lo sentii per la prima volta non dalla scuola ma da lei. E un pomeriggio buttò lì un’osservazione che mi colpì molto. Disse: «Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città». Non mi ricordo come si espresse di preciso, ma il concetto era quello, e io lo associai alle nostre strade sporche, ai giardinetti polverosi, alla campagna scempiata dai palazzi nuovi, alla violenza in ogni casa, in ogni famiglia. E non resistetti, volli farle capire che a me stavano accadendo belle cose, le dissi tutto d’un fiato, primo, che mi ero fidanzata con Gino, e secondo, che nella mia scuola ci veniva Nino Sarratore, più bello di com’era alle elementari.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1, p. 156).

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Me ne potevo stare sul terrazzo a leggere con in faccia il mare, o scendere a piedi per una strada bianca e ripida verso una spiaggia lunga, larga, scura, che si chiamava spiaggia dei Maronti.

[…] Il giorno dopo, tra mille paure e mille curiosità, mi avviai con un asciugamano e un libro verso i Maronti. Il percorso mi sembrò lunghissimo, non incontrai nessuno che salisse o scendesse. La spiaggia era sterminata e deserta, con una sabbia granulosa che frusciava a ogni passo. Il mare mandava un odore intenso, un suono secco, monotono.

Guardai a lungo, in piedi, quella gran massa d’acqua. Poi mi sedetti sull’asciugamano, incerta sul da farsi. Alla fine mi alzai e bagnai i piedi in acqua. Come mi era potuto succedere di vivere in una città come Napoli e non pensare mai, nemmeno una volta, di fare un bagno a mare? Eppure era così. Avanzai cautamente lasciando che l’acqua mi salisse dai piedi alle caviglie, alle cosce. Poi misi un piede in fallo e sprofondai. Annaspai terrorizzata, bevvi, ritornai in superficie, all’aria. Mi accorsi che mi veniva naturale muovere i piedi e le braccia in un certo modo per tenermi a galla. Sapevo dunque nuotare. Mia madre mi aveva davvero portata al mare da piccola e davvero, lì, mentre lei faceva le sabbiature, avevo imparato. La vidi in un lampo, più giovane, meno disfatta, seduta sulla spiaggia nera sotto il sole di mezzogiorno, con un vestito bianco a fiorellini, la gamba buona coperta fino al ginocchio dalla veste, quella offesa tutta sepolta sotto la sabbia bruciante.

( E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1,  pp. 205-206).

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Mi guardai allo specchio e anch’io mi meravigliai: il sole mi aveva resa di un biondo splendente, ma il viso, le braccia, le gambe erano come dipinti d’oro scuro. Finché ero stata immersa nei colori di Ischia, sempre tra facce bruciate, la mia trasformazione mi era sembrata adeguata all’ambiente; ora, una volta restituita al contesto del rione, dove ogni viso, ogni via erano rimasti di un pallore malato, mi parve eccessiva, quasi un’anomalia. La gente, le palazzine, lo stradone trafficatissimo e polveroso, mi diedero l’impressione di una foto mal stampata come quelle dei giornali.

(E. Ferrante, L’amica geniale, vol. 1,  p. 229).

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Ed ecco, appressandosi la sera, quel tanto di greve e di allucinato ch’era nella natura, nel cielo, si sciolse in una penombra celeste, in un’allegria di lumi, in una domestica animazione di strade, di balconi, di prospettive, divenne semplicemente una mestizia da principio d’estate, quando misteriosamente l’inverno si perde nel maggio, e un’epoca di dramma in una stagione qualunque. Tutto ciò che di allucinato, di nervoso, di cosciente avevo intravisto nelle nuvole, negli specchi, nei due Gemelli, nella colossale spina di pesce che attraversa la piazza… era sparito, e come in una nuvoletta bianca ai piedi della Madonna di Loreto, famosa per trasportare le case da una regione all’altra, mi ritornava davanti la città dei Borboni, con le sue belle piazze d’aria, i vecchi palazzi rosa, le file di merlettati balconi neri, tenera immagine di pace, i vicoli pieni di lenzuola, il Castello, i Giardini Reali, la Certosa, via Santa Brigida, la salita di Mezzo Cannone, piazza del Gesù, obliqua, col suo grigio portale. Visioni che sembrano sottratte, fresche e vive, rosee e argentee, come retate di pesce, alla notte, al segreto di un mare, che non è più quello idilliaco di Mergellina, ma è la nostra tragica incombente storia.

Vi è una bellezza delle case rosa, dei palazzi rosa con persiane verdi e infissi grigi o bianchi, con balconi neri e bianchi delle case di Napoli, che non è già più una constatazione architettonica, è l’inizio di un’antica ballata.

(A. M. Ortese, Tuona a Napoli, in Lente scura,  pp. 209-210).

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San Biagio dei Librai, è una delle vie più fittamente popolate di Napoli, dove l’andirivieni della gente dà spesso la sensazione di un avvenimento straordinario. Uscendo da Forcella in Via Duomo, il traffico appariva più composto e come silenzioso, ma subito riprendeva più forte con San Biagio dei Librai, che può dirsi il prolungamento di Forcella. Come altre vecchie e poverissime vie di Napoli, anche San Biagio dei Librai era fitta di negozi d’oro.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, pp. 32-33).

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Una delle cose da vedere a Napoli, dopo le visite regolamentari agli Scavi, alla Zolfatara, e, ove ne rimanga tempo, al Cratere, è il III e IV Granili, nella zona costiera che lega il porto ai primi sobborghi vesuviani. È un edificio della lunghezza di circa trecento metri, largo da quindici a venti, alto molto di più. L’aspetto, per chi lo scorga improvvisamente, scendendo da uno dei piccoli tram adibiti soprattutto alle corse operaie, è quello di una collina o una calva montagna, invasa dalle termiti, che la percorrono senza alcun rumore né segno che denunci uno scopo particolare.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, pp. 36-37).

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Secondo la più discreta delle deduzioni, solo una compagine umana profondamente malata potrebbe tollerare, come Napoli tollera, senza turbarsi, la putrefazione di un suo membro, ché questo, e non altro, è il segno sotto il quale vive e germina l’istituzione dei Granili. Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, pp. 37-38).

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La casa del Compagnone era in Viale Elena, la seconda delle tre strade che partono da Piazza Principe di Napoli, e sono: Via Caracciolo (proseguimento), Viale Regina Elena e la forbice Via Mergellina-Piedigrotta. Mentre la Via Piedigrotta piega verso quella Piazza Piedigrotta, dove sorge la Chiesa omonima, sede degli annuali festeggiamenti, l’altro gruppo sfocia in Piazza Sannazzaro, vicino alla nota darsena di Mergellina. Da questo porticciuolo, chiamato in origine Mergoglino, sempre pieno di barche colorate, immerso in una luce e un silenzio superiori ai colori, ai gridi, al tonfo dei remi che fendono l’acqua chiarissima, parte la Via Nuova di Posillipo, che segue tutta la collina. E qui si può dire finisca la Napoli plebea (ch’è tutta Napoli) e cominci quella sezione civile e borghese, che per dimora non usa case o casupole, ma solo ville circondate da grandi e scuri giardini, con spiaggia propria. In realtà, la divisione non è così netta, trovandosi dovunque, per Napoli, palazzi bellissimi, cinti da folti giardini, con saloni e scale di marmo, oltre i quali non è possibile immaginare l’oscurità e il fetore dei vicoli. Dove però, in Napoli, le zone di bellezza e di gioia sono isole, a cominciare da Viale Elena, isole, o eccezioni, sono la bruttezza e lo stento. Cominciano da Mergellina, poi, quelle alte pareti di tufo giallo, alte come il più alto dei cieli, dove si annidano le tombe di Leopardi e Virgilio, e che difendono i giardini di Posillipo da quei Campi Flegrei, che continuano dietro l’altro versante, disseminati di vulcani spenti e di zolfatare, intorno ai centri abitati o fatti deserti, di Bagnoli, Pozzuoli e Cuma.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, pp. 54-55).

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Non presi nessun tram, mi avviai a piedi, e, per dire la verità, non sapevo più dove fossi. E se io andassi o venissi, e se fosse il tramonto oppure l’alba, se fossimo al tempo delle invasioni americane o in una pura serata greca. O, se invece che in Neapolis, fossi in Barcellona, o a Tunisi, in una minuta vociferante folla di arabi. Era l’ora che Napoli si accende e gonfia come una medusa, e le sue ferite risplendono, i suoi cenci si coprono di fiori, e la popolazione barcolla. C’era per le strade un effetto di movimento e di eccitazione, che poi, guardando meglio, era nulla.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, p. 71).

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Più che Napoli, dove la forza è ormai debolezza, cioè isterismo, egli era la Campania, quei contadini e carrettieri furibondi che premono alle porte di Napoli; la terra felice dove il pensiero non esce dai confini del sesso, dal tumulto e il peso del sangue.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, p. 80).

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Rivedevo la casa del giovane, a Posillipo, entro le grotte di Palazzo Donn’Anna; i maglioni celesti e bianchi di lui, che fino a pochi anni addietro era stato uno dei primi giovanottini della zona, sempre annoiati e scalzi in riva dell’acqua. Malgrado tutto questo, non mi appariva importante per una identificazione di Napoli, e difatti egli non era Napoli, ma la cultura e i vizi e le virtù di una borghesia più che altro meridionale, la cui patria finisce sempre per essere Roma. Io cercavo invece qualcosa che fosse Napoli, il Vesuvio e il contro Vesuvio, il mistero e l’odio per il mistero, i sussulti di un figlio di queste strade, di un fedele di queste strade, che fu, o cessò di essere soffocato, e tornò ad essere soffocato.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, p. 82).

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Ma una volta per le vie di Napoli, non potete fare a meno di muovervi in questa o quella direzione, senza alcun proposito. Di solito, giunti a Napoli, la terra perde per voi buona parte della sua forza di gravità, non avete più peso né direzione. Si cammina senza scopo, si parla senza ragione, si tace senza motivo, ecc. Si viene, si va. Si è qui o lì, non importa dove. È come se tutti avessero perduto la possibilità di una logica, e navigassero nell’astratto profondo, completo, della pura immaginazione.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, p. 89).

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Mi parve di capire, con immensa meraviglia, ch’egli non avesse immaginazione né sentimento, almeno secondo il modello comune, o avendoli li considerasse come un’energia che va controllata continuamente, e questo gli permetteva di non aver paura di Napoli. Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo.

(A. M. OrteseIl mare non bagna Napoli, p. 94).

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Bisogna saper resistere! Nel porto un vaporetto nero procede lento, schiacciato sull’acqua, con la lunga ciminiera piena di fumo. Di qua la parte urbana della città su cui ogni tanto, dimenticandosi dell’inverno, il sole torna a dondolarsi fra i tetti; di là la periferia solcata da innumerevoli tram affollati di operai che vanno verso l’est, ove le alte ciminiere di mattoni rossi cominciano a soffiare nell’aria le prime palline grigie. Andarsene lontano di qui; potersi fare una vita con le proprie mani; ma dove? dove? Bisogna non vederle più queste cose: ma come? E Teodoro si giura che appena ne avrà la possibilità, scapperà via. Ma per adesso, non sa cosa fare.

(C. Bernari, Tre operai, p. 26).

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La Napoli che qui fa da sfondo non è il paese dell’anima, ma un punto dell’universo, somigliante a un qualunque altro punto geografico, da rintracciare nella stessa mappa storico-politica. Quelli fra i miei critici che conoscevano in quel tempo una Napoli crociana, da archivio storico per intenderci, o una Napoli digiacomiana, nei suoi riflessi lirici o drammatici (Russo o Viviani), rimasero sconcertati nel veder spuntare dai miei prati grigi, dai miei mari bituminosi ciminiere e fumo: e si domandarono da quali ripostigli letterari del Nord Europa avessi tratto quei fondali brumosi di officine, se appena pochi decenni avanti il nostro sindaco duca di Campolattaro aveva enumerato case e case, ma non una ciminiera, per chiedersi donde traesse lavoro una tale moltitudine, ridotta a plebe.

(C. Bernari, Tre operai, p. 128).

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Napoli è una città-mondo. È la metropoli favolosa e abnorme che per secoli ha buttato nelle caverne del proprio sottosuolo tutto quello che ha creduto infetto. Ed è abitata da un popolo che “piange e ti “frega”, a suo agio in una civiltà che pare sempre sul punto di esplodere. In questo universo rovesciato, dove tutto sembra funzionare grazie al disordine, precipitano i protagonisti della nostra storia. Ossessionati dall’amore e dalla giovinezza che sta finendo, scenderanno nelle viscere segrete della città, giù nel “Corpo di Napoli” alla ricerca della magica energia che muove il mondo e di un’utopia amorosa che sostituisca all’orrenda realtà dell’egoismo la felice liberazione dei sensi. Ma la loro furiosa ricerca dovrà scontrarsi con una città divorata dalla criminalità e in preda a un perpetuo carnevale. Così i personaggi di questo romanzo, quasi come in un moderno, febbrile Satyricon, saranno chiamati a inscenare una danza ebbra e scatenata sui rottami del mondo. In attesa di un Apocalisse che forse non verrà.

(G. MontesanoNel corpo di Napoli, p. 2).

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Era sempre stato così, la città di sopra buttava sotto tutto quello che considerava infetto. «Ma là ci sta un energia che farebbe scoppiare diecimila mondi: l’energia della sopravvivenza!” Che erano, al confronto di quell’ energia tutte le bombe atomiche terra? Perchè non veniva mica dai cadaveri, quella forza! Era proprio il fatto di avere sempre buttato energia sottoterra. di non averla mai adoperata nella realtà, che aveva accumulato sotto la città una forza immensa. Si erano mai veramente ribellati a qualcuno, in quella città? O a qualcosa? Tutte rivolte fasulle, finite subito, dove c’erano quattro coraggiosi e dietro a loro il vuoto. Non era stato cosi nel novantanove? Le ribellioni vere quelli le facevano per il cardinale Rulfo e il Re, benedetti dal loro unico dio,” ‘a panza”: Si, forse la loro era un’energia maligna, però sempre energia era. Non stavano sempre attaccati alla famiglia, tutti insieme a odiarsi felici, figli di mamma fino a quando non morivano? Quanta energia avevano risparmiato, cosi? E li avevamo visti come mangiavano? Pareva che da quello sciacquarsi in continuazione la bocca di “vermicielle a’ vongole” dipendesse La loro vita, che ogni boccone dovesse essere l’ultimo. Avevano subito tutto, da tutti, sempre. Eppure non schiattavano mai, sopravvivevano, si moltiplicavano. Dove l’avevano messa la loro forza? Avevano detto sempre di si, ringraziato pure per la monnezza che gli davano da lngoiare, baciato mani e piedi a vivi e morti. Ma la tenacia, l’energia della cozza che si “zuca” ettolitri di fogna e sopravvive, da qualche parte doveva pur stare! E dove? Dove si era nascosta l’ènergia della sopravvivenza? Solo sotto terra, solo là c’era spazio abbastanza. Lo potevamo forse contraddire? Erano secoli e secoli che quella gente buttava tutto sotto, lo seppelliva, lo faceva succhiare alle caverne scavate sotto la città. “Questa città è una bomba, e noi la dobbiamo far scoppiare!” Secondo Fulcaniello, tutto il sottosuolo era un’enorme riserva. Dove aveva preso le “energie” don Raimondo per il suo Lume Eterno? Ora anche lui lo aveva capito: dalla volontà di sopravvivenza, unica cosa che quegli sfessati producevano. Morvo era quasi fuori di sé. Girava attorno al tavolo e si sbatteva i pugni sul petto, sul tavolo, sul muro, dove capitava. Afferrò per un braccio Fulcaniello e si mise a ballare con lui, trascinandoselo appresso in un selvaggio pestare di piedi. Poi lo lasciò andare, dopo averlo abbracciato e baciato, e, sempre senza fermani, cominciò a parlare lui. Era giusto, era assai giusto. Tutta ‘chella munnezza si sarebbe trasformata in energia, un’energia spettacolare! Perché se Jung “tene raggione”, gridava, allora quella era l’energia che poteva veramente mettere in moto la materia. È vero, ripeteva, “è vero!”. L’altra dimensione di Fantappiè esisteva, ed era quella. E pure “Nicce O pazzo” non diceva che la volontà di potenza era tutto? E che la voluttà, la sete di dominio e l’egoismo erano la grande forza del mondo, l’unica potenza? Eh! Che diceva mo’ Landrò?” “Tutto quello che è peggiore nell’uomo è anche la sua migliore energia!” ‘O profeta diceva proprio bene. E che ci stava di più potente della volontà di sopravvivenza? Morvo pareva fuori di sé, e ben presto le sue frasi sconnesse sì trasformarono in interiezioni, alzate di spalle, e in un tic che gli faceva muovere a scatti la parte sinistra della faccia come se tremasse. Intanto Fulcaniello aveva steso sulla tavola un’altra mappa, e ce la stava illustrando. “Qua, vedete? Il problema è per dove entrare, in questi luoghi. Perché ci stanno nemici che tappano le uscite e gli ingressi. Ma noi ci entreremo da qui: dentro O’ Cuorpo ‘e Napule!”. Il Corpo di Napoli ci spiegò Fulcaniello, era proprio la zona dove ci trovavamo ora. Là, sotto piazza Nilo e tutto intorno, si concentrava la forza principale. Ma per dove saremmo scesi, e come avremmo catalizzato le forze? Fulcaniello aveva pensato a tutto.

(G. MontesanoNel corpo di Napoli, p. 116).