La casa in cui mi sono installato è molto bella: alta, con una via chiara e larga ai piedi e prati, ferrovie in vista. Io amavo Milano, ora l’amo di più.
(E. Vittorini, Lettera a Lucia Rodocanachi, 1 marzo 1939)
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Io sono ancora contento di Milano e ancora lo sarò.
(E. Vittorini, Lettera a Silvio Guarnieri, 12 aprile 1939).
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Delle cinque circonvallazioni che percorrono la nostra città, a una distanza radiale dal centro di circa settecento metri la più antica e di una decina di chilometri la più recente, la seconda e la terza hanno avuto un tempo in cui si può dire che formassero un’unica cerchia. In quel tempo che giunge, per un’ultima parte del loro tragitto, fino al 1945, non c’erano a dividerle che i terrapieni con platani austriaci e panchine napoleoniche dei bastioni innalzati quattrocento anni prima dagli spagnoli. I due giri di strade passavano, uno lungo la base interna e uno lungo l’esterna dei terrapieni, ciascuna con una fila sua propria di platani o tigli e con una sua fronte di case dai cui piani più elevati si aveva modo di guardare sia sugli spalti dei bastioni che sulle persone affacciate alle finestre di oltre i bastioni come dalle case di un lungofiume si ha modo di guardare non solo sulle acque del fiume ma anche sui gerani e i luccichii di vetri e i sussulti di braccia e capelli delle case di oltre il fiume.
(E. Vittorini, [Delle cinque circonvallazioni che percorrono la nostra città…], Milano 1974, p. 885)
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La nebbia era un veleno, tra le ventitré e le due, specie in quei groppi di antiche strade come le Cinque Vie, o la zona di piazza Vetra, o quella del Verziere e di San Bernardino alle Ossa, dove si accumula si accumula con una prima mano che sempre più si raffredda sotto alla seconda, e la seconda sotto alla terza, e con tutta insieme che anche comincia, nel suo lungo star ferma, a fare odore di nebbia morta il quale quasi peggio dell’odore di quando è morta l’acqua, pungente in un modo d’acido fenico, e insomma da veleno.
(E. Vittorini, Il barbiere di Carlo Marx, Milano 1974, p. 1017)
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Avrete in mente che giardino sia quello della Guastalla, col frastuono dei quartieri popolari che lo circonda senza riuscire a raggiungerlo, né dalla parte di via San Barnaba né dall’altra del vecchio ospedale Maggiore, perché ci sono a smorzarlo e quasi a sperderlo le case ancora nobili di via Francesco Sforza, di via Commenda e via di seguito. Non è di cipressi, è di alberi che si spogliano d’inverno, ma alti, diritti, e la nostra nebbia milanese vi fa al mattino un’aria tale di marmo che il suo custode mi dice di credersi entrato, appena ne apre il cancello, in uno speciale cimitero dove ogni panchina può offrirgli la vista di un uomo venuto a morirvi in pace.
(E. Vittorini, Il barbiere di Carlo Marx, Milano 1974, pp. 1010-1011)
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Mi rincresce di cadere nel convenzionale, ma è proprio andata così. Metà fra Boffalora e Turbigo c’è una strada che traversa: e da una banda si sperde fra salici ed altissimi pioppi verso il Ticino: e dall’altra, con forte salita, valica lo spalto boschivo segnante, nella coltre fonda della pianura, l’erosione del fiume. Voltando e salendo di lì, si arriva col fiato grosso a una torre di mattone bruno, merlata, con un tetto di tegoli bruni. E intorno tetti e altri muri di mattone fra gli alberi, con buchi allineati, con nidi di rondini e strida nei rossi tramonti. Il fossato rivela un’antica munizione: i merli sono ghibellini di forma e lombardi di sostanza: lombarde le cornici di cotto alle bifore. I canti dell’edificio speronati di granito grigio, d’un impasto assai ruvido: serizzo de’ trovanti morenici: e inchiavardati di ferro.
Questa bicocca lo chiamano Castelletto e anche sulla guida del Touring c’è Castelletto, da non confondersi con l’altro Castelletto sul Naviglio Grande, fra Abbiategrasso e Gaggiano. E i saputelli dicono che fu schiaffata lì da non so che Bernabò Visconti, per tenere in rispetto non so che lazzeroni di allora, ché anche allora pare ce ne fossero in giro più d’uno, in quel sito lì, come in altri. Difatti riuscì: e il ducato di Milano fu un ducato solo, invece di cinquecento cinquantacinque ducati, vuoi di Gaggiano, vuoi di Sedriano: finché fu collocato a riposo, dico Bernabò Visconti non il Ducato, dal suo nipotino Gian Galeazzo.
Ma altri saputelli sentenziano che «l’ala destra deve essere stata rifatta in epoca posteriore». Che bravi! Le finestre han le cornici barocche di pietra grigia, e fra la seconda e la terza del primo piano, sopra un bel balcone di ferro battuto, e panciuto, c’è dipinta una Madonna che appare benedicente a San Carlo Borromeo. Non si sbaglia più. Sullo sfondo, sotto un livido cielo, una fila di rognosi pestilenti. Questa madonna è, come pittura, di mano abbastanza buona e tutto l’affresco di buon disegno e colore, sebbene un poco sgretolato dai diluvi: e davanti, retto da una mensola di ferro, c’è un lumino rosso, ma bel grande, con dentro uno stoppino che non finisce più, ed è sempre acceso, estate e inverno, e non c’è mai pericolo di trovarcelo spento.
(C. E. Gadda, La Madonna dei filosofi).
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È un paio di ore che mi sono svegliato, ho sollevato la tapparella sul buio della città ma non ho avvertito la luce inondare la stanza. È incredibile che la luce non faccia rumore, penso guardando il paesaggio più commovente e più milanese che si possa immaginare, la facciata di un palazzo color senape priva di finestre come fosse un quadro di Sironi appeso alle nuvole, due comignoli fumanti; intorno una corona di palazzi grigiastri anni cinquanta; scale di ferro esterne, muri, ringhiere, antenne, e qui in basso un capannone da officina meccanica dove fino all’anno scorso potevamo parcheggiare l’auto.
(Paolo Di Stefano, Noi).
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Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse. Oppure semplicemente caligine uscita dai camini, dagli sfiatatoi delle caldaie a nafta, dalle ciminiere delle raffinerie Coloradi, dai camion ruggenti, dalle fogne, dai cumuli di detriti immondi rovesciati sulle aree fabbricabili della periferia, dalla trachea dei milioni e milioni – erano tanti? – assembrati fra cemento, asfalto e rabbia intorno a lui.
[…]
Esisteva in corso Garibaldi, a Milano, un gruppo di vecchissime case addossate le une alle altre in un groviglio di muri, di balconi, di tetti, di comignoli. Dove lo spirito della città antica, non quella dei signori ma quella dei poveri, sopravviveva con una singolare potenza. Pezzo a pezzo, la vecchia Milano era stata distrutta. Risparmiati soltanto i solenni palazzi, simili, in fondo, ai palazzi di tutte le altre città di ogni paese: esprimendo, non importa in che stile, gli orgogli e le vanità della medesima specie umana. Mentre è proprio nelle abitazioni dei poveri diavoli che viene fuori l’animo genuino del popolo. Ma i bestiali non capiscono queste cose e con il peso dei miliardi spianano i sozzi e polverosi quartieri dei millenni a scopo di lucro. In corso Garibaldi però durava ancora ostinata, pur sbrecciata ai margini dal piccone, un’isola ancora intatta. E fra il numero 72 e il 74 c’era un passaggio sormontato da un arco, una specie di porta che immetteva in uno stretto e breve vicolo. C’era anzi una targa in pietra su cui era scritto: Vicolo del Fossetto. E’ così angusto l’ingresso della minuscola strada che la maggioranza dei passanti non se n’accorge nemmeno […]
Passato il largo della Foppa, verso il centro, la strada assume una grande intensità di Milano. Le case per lo più vecchie o vecchissime, da una parte e dall’altra. I negozi uno dopo l’altro. Anditi bui che si ingolfano verso tetri e strani cortili. Ma i marciapiedi formicolano di gente e non è quel fermento incomprensibile, squallido e quasi disperato che alla sera si espande per esempio in certi quartieri di Napoli, è una animazione piena di vita, popolaresca, gaia, non miseria, attesa e abbandono, fretta se mai, preoccupazione di non arrivare in tempo. E le facce – sarà magari un’impressione – sembrano meno tirate, ansiose e atone che in tante altre contrade della città, anche più centrali, ricche e moderne.
[…]
Al termine del breve budello si trovò nella minuscola piazza che si è detta. Da cui si irraggiavano fra casa e casa, altre stradicciole e cunicoli. Gli passò accanto un garzone con un vassoio pieno di paste. Una donna anziana, affacciatasi a chiudere le imposte di una finestra al piano rialzato, guardò Antonio con curiosità. Anche tre bambini che stavano giocando alle biglie sotto un lampione, si voltarono ad osservarlo. Dall’intrico delle case intorno, tutte a ballatoi paralleli, venivano voci, rumori e suoni. Si sentiva un martello battere su qualcosa di metallico. Un odore di zuppa con aglio, appetitosissima. Era come un piccolo paese incistato fra lo schieramento delle case. Un pezzo di Milano imprevedibile, di cui non aveva mai sentito parlare. A parte le luci elettriche, e una Vespa lasciata dinanzi a una porta, tutto era come un secolo, due secoli prima.
(D. Buzzati, Un amore, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1963, pp. 5,16,17,18)
