Luoghi dell’invenzione – Palermo

Oltre il Massimo, i Quattro Canti, s’inoltrò nell’Albergheria di devastazione e fasto, fra resti di palazzi chiese conventi, il gotico catalano, e il barocco ridondante, lordure, catoi fatiscenti. Entrava in quel dedalo per l’Arco di Cutò, andava nel vociare del mercato, sopra le basole bagnate, nella ressa fitta, nei profumi, nei lezzi, il sentore delle carni, i fumi delle fritture, di budella sulle braci, del bollire delle teste, del quarume, tra corridoi di panni, di chincaglie, piramidi di frutta di verdure d’olive di formaggi, santa rosalia e san Giuseppe in festoni di carta, lampadine bianche, urla cantilene dei mercati.

(V. Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Milano 1998, p. 106).

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La strada adesso era in leggera discesa e si vedeva Palermo vicina completamente al buio. Le sue case basse e serrate erano oppresse dalla smisurata mole dei conventi; di questi ve ne erano diecine, tutti immani, spesso associati in gruppi di due o di tre, conventi di uomini e di donne, conventi ricchi e conventi poveri, conventi nobili e conventi plebei, conventi di Gesuiti, di Benedettini, di Francescani, di Cappuccini, di Carmelitani, di Liguorini, di Agostiniani … Smunte cupole dalle curve incerte simili a seni svuotati di latte si alzavano ancora più in alto, ma erano essi, i conventi, a conferire alla città la cupezza sua e il suo carattere, il suo decoro e insieme il senso di morte che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere. A quell’ora, poi, a notte quasi fatta, essi erano i despoti del panorama. Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com’è l’uso, di ozio.

(G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, in Opere, Milano 2004, pp. 33-34).

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Le prime ombre della sera si allungavano sull’asfalto molliccio. La gente stava seduta sulla porta con la faccia instupidita. Uomini dai ventri sporgenti sotto canottiere infeltrite fumavano pigramente; donne senza età dentro vestagliette a fiori agitavano i ventagli sulle rughe intrise di sudore. Sasà imboccò la via Monte Pellegrino diretto a casa. Aveva l’abitudine di passeggiare dopo una giornata di lavoro, serviva a smaltire il nervosismo. Costeggiava soprappensiero una fila di palazzine a due piani; gli piaceva quella Palermo aggraziata dei primi del secolo; ai balconi non mancavano mai le pomello, nei giardinetti i vasi di gerani e citronella. Fece lo slalom tra le macchine posteggiate disordinatamente sui marciapiedi, scivoli per disabili, strisce pedonali, persino davanti agli scarrozzi.
«Talia cà!» esclamò; c’era una vecchia Fiat 128 appiccicata alla porta di una casa. «A questo gli hanno espropriato l’abitazione. Se è dentro non può uscire, se è fuori non può entrare.»

(G. Torregrossa, Il basilico di palazzo Galletti, Milano 2018, p. 155).

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Alle tre del pomeriggio, con sforzo e fatica, entrammo finalmente nel porto, dove ci si presentò il più ridente dei panorami. Mi sentivo del tutto rimesso, e il mio godimento fu grande. La città, situata ai piedi d’alte montagne, guarda verso nord; su di essa, conforme all’ora del giorno, splendeva il sole, al cui riverbero tutte le facciate in ombra delle case ci apparivano chiare. A destra il Monte Pellegrino con la sua elegante linea in piena luce, a sinistra la lunga distesa della costa, rotta da baie, penisolette, promontori. Nuovo fascino aggiungevano al quadro certi slanciati alberi dal delicato color verde, le cui cime, illuminate di luce riflessa, ondeggiavano come grandi sciami di lucciole vegetali davanti alle case buie. Una chiara vaporosità inazzurriva tutte le ombre.

(J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Milano 1983, p. 254).

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Ecco il centro, coi suoi caffè spaziosi, pieni d’oro, di mosaici azzurri e viola, e di donne velate che bisbigliano; ecco viali ordinati, bellissimi, fiancheggiati fino all’orizzonte da palazzine tra l’europeo e il coloniale; ecco giardini silenziosi, pieni d’ombra, di fontane, di fiori, con aiuole rotonde, a strisce, a quadri, di un verde cupo, vellutato, calmo. Ecco chiese con frontale splendente di pitture colorate, o chiese bianche, con cupole color fiamma. La città al mattino, dal mare, mi era parsa modesta, qualunque, pur senza levare un grido, una voce, si era meravigliosamente animata. Bellissimi giovani e donne andavano su e giù, ininterrottamente, per i marciapiedi conversando in tono vago e sommesso, con un languore di cigni. E le campane! E il profumo acuto della vaniglia, della mandorla, del mandarino! La città sembrava una liscia torta bianca, verde e gialla di duri canditi. Si, era forse troppo dolce. Suppongo che non corressero, laggiù, se non pensieri d’amore. Questa sensazione, che un argomento estraneo ormai al continente, alle capitali o ai deserti da cui venivo, una immaginazione calda e dolorosa tenesse, quasi nel palmo della mano, la strana isola, e l’avesse anzi fermata nel tempo, mantenuta giovane e decrepita insieme mi attraversò la mente mentre la carrozza si dirigeva verso il mare. 

(A. M. Ortese, Arrivo a PalermoLa lente scura, p. 33). 

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Silenziosa Palermo, e minuta la cerchia dei suoi monti, bassa così che pare si possa scavalcare con un passo. Monte Pellegrino è tutto verde, sembra un gingillo di maiolica colorata. Il grifone è più scuro e triste. Su questa catena che può dirsi collinosa, tanto è gracile, posava su una cortina di nubi temporalesche, ma poi non è scoppiato nessun temporale. Più tardi, invece, è uscito un sole caldo, brillante, e la via Maqueda e il corso Vittorio Emanuele ne sono apparsi tutti lustri e lieti, ma di una letizia che ha un tono particolarmente malinconico. Strade scrupolosamente pulite, rettilinei stretti, un po’ monotoni, interminabili, che coprono continuamente il verde dei monti o il baleno azzurro del mare. Negozi innumerevoli, e belli. 

Le case quasi tutte di pochi piani, molte coi balconi di ferro nero, le persiane versi; inesistenti tram, rari i tassì, sostituiti dalle carrozzelle, numerose le automobili private. 

Grandi  e fiammanti filobus scivolano per le piazze e le vie di Palermo. 

 (A. M. OrteseSilenziosa PalermoLa lente scura, p. 243-244). 

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«Per chi non lo sapesse, la Villa Giulia di Palermo è un giardino a riva di mare, in giardino pieno di ombre la mattina, pieno di voluttà la sera; bello sempre. Come piace girare per quei viali puliti, pieno di fiori!… in quel giardino, v’è una gran gabbia dove stan prigionieri tanti uccelli, varii di grandezza, di patria, di penne, dai bengalini del beccuccio rosso che si stan sullo stesso saltatoio, vicini vicini, e si carezzano, si beccano leggermente, fino ai pappagalli d’Affrica dal becco uncinato che, prigionieri ribelli, tentano tutte le gretole e poi si ficcano entro un anello e vi si dondolano, vi si cullano nelle interminabili ore di nostalgia».

(G. R. Moleti, Il signor di Macqueda, Lombardi Editore, Palermo, 1996, p. 146).

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«Abitavo ai Quattro canti, quarto piano, d’un palazzo dove c’era l’albergo. Lassù, stelle piccole, o grandi come focacce, si strofinavano a me, passando basse gramite, e m’impolveravano tutto col loro zafferano lucente come l’oro. Palermo ai miei piedi avvampava d’effluvi stupefacenti. L’etere, che hanno i boschetti di mandarini, veniva su a soffocarmi. La città dormiva lunatica, e sognava bianca, nera e mansueta, sotto questo cielo di deserto ».

(B. Barilli, Lo stivale, Muzzio, 1999).

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Oppure si deve scendere verso la Porta delle Arance che guarda il mare fastosa e un po’ squallida in attesa d’impossibili approdi.  Due conche di pietra sono le fontane e l’aria vivida fa balbettare i cannelli delle acque precarie. 

Un tempo il mare si spingeva verso mezzogiorno e occidente in insenature e bracci: chiesa su rialzo, palazzetto o padiglione avevano dove guardarsi. Un mutamento nel tono della luce e dell’aria ci dice all’improvviso che il mare sta per riprendere il suo brusco dominio sulla città, sua forza è la direzione del vento che le banderuole crescenti galletti o comete fanno manifesta. Ventate possenti, ininterrotte per la strada maggiore che va dalla porta del mare a quella di mezzogiorno e ponente, si sente in vortice d’aria nelle piazzette, s’incorpora in mulinelli di polvere.  

(L. PiccoloLa città e il mare, in L’esequie della luna, All’insegna del pesce d’oro, p. 24-25).

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L’altra porta guarda occidente e mezzogiorno. I due schiavi dalle braccia mozze ai lati ascoltano i venti che vengono d’Africa. Tutto il giorno ruote, scalpicii, il richiamo dei venditori ambulanti e quello dei dispensatori d’acqua su le panchette colorate – l’acqua nell’ombra dell’arco è splendida – con il loro frastuono sembrano ostacolare transiti più leggeri. Allato è un’abitazione di poche stanze, finestre con sbarre orizzontali, ricavata dalla base stessa del bastione. Ma il sole se ne  più presto qui, dietro le montagne che s’imbrunano subito, nelle costole della salita l’erbe si risvegliano per le mani dell’erborista, e in compenso di questo suo celarsi in anticipo il sole che nimbi che aloni lascia sui profili e le cime, raggiere simili a stecche d’un ventaglio d’opaco scarlatto o venato di viola, e su una nuvoletta varca e si colora di mese e di stagione, fa immaginare le fiammate del tramonto su le sabbie d’occidente. Così la sera viene prima, e col suo arrivo i rimbombi sotto la volta vanno affievolendo, i passaggi meno frequenti. […] L’ombra cresce, ancora poco e lo spazio dell’arco si colmerà d’azzurro già notturno, la calma peschiera dove estinguere ogni ansia. Le stelle seguono la loro strada, attente, come di grado in grado, forse sanno che le segue uno sguardo dal foro del tetto più alto o da una mobile piattaforma di acciaio. Una mano poi segnerà i loro umori negli annali delle piogge e dei venti.”

(L. PiccoloLa porta delle arance, in L’esequie della luna, All’insegna del pesce d’oro, pp. 27-28).

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Così prendi il cammino del monte: quando non 

sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, 

ma dall’opposta banda dove i monti s’oscurano in gola 

e sono venendo il tempo le pasque di granato e d’argento 

– al cantico d’ogni anno s’avvolge di bianco la crescenza, 

trabocca dai recinti, l’acquata nuova ravviva 

la conca, l’orizzonte respira – da lì 

alito non soverchio di vento di mezzogiorno, 

e allato ti sarà e ti farà leggero 

compagno che non vedi, presente 

per una foglia che rotola o un ramo che oscilla, 

e sono i sandali il curvarsi dell’erbe innanzi . . . canna 

non avrai né fiasca di zucca per la sete come 

al tempo delle figure, dal vento nascono i sogni. Ancora 

un indugio tiene l’estate, di dalie, di gravi 

campanule troppo accese ai giardini bagnati, 

guai se l’aria l’agiti un poco! 

L. Piccolo, Guida per salire al monte, in Plumeliap. 13).

***

IX

Il pomeriggio era uno splendore di cielo autunnale e il mare per tutta la ampiezza del golfo e fino al limite dell’orizzonte era un gran piano azzurro dolcemente increspato alla superficie. Capo Zafferano soffuso della luce del sole pareva fatto di rose e di viole, mentre Monte Pellegrino appariva in un’ombra bigia. La feluca aveva spiegato le vele e sembrava guizzare sopra le onde, lieve come un grande uccello. Il capitano, ritto a poppa, regolava la manovra e dietro a lui il timoniere governava il timone secondo i cenni del capitano. Donna Gabriella e Violante s’erano sedute sopra i cuscini, dentro la cabina di coperta; i due servi s’erano accomodati sotto una tenda, lì a fianco. Un grosso cane nero si era avvicinato a loro fiutando serio e taciturno e s’era andato ad accovacciare ai piedi del capitano. l’equipaggio di sei uomini compreso il mozzo, attendeva a manovrare per prendere vento. Una piccola fiamma di color bianco e rosso, issata in cime all’albero, sventolando, produceva un frullio continuo e uguale. Il sergente che accompagnava le donne passeggiava. A mano a mano che la nave prendeva il largo, la costa so dispiegava dinanzi agli occhi di donna Gabriella; e la città ricominciava  vedere nettamente dal bastione di Gonzaga al fianco meridionale, dai bastioni del Tuono e di Vega, a Porta Felice, fino al forte della Garita che segnava la bocca della Cala e al Castello che sorgeva dall’altro lato. Oltre i bastioni sorgevano i campanili e le cupole; si riconoscevano quelli della Cattedrale, aguzzi e gialli. Di qua la pianura di S. Erasmo coi forti della Tonnarazza e del Sagramento e poi il verde dei giardini; in fondo, la corona dei monti, un anfiteatro ampio e magnifico, e Monreale distesa sopra un colle, e di fronte il piccolo villaggio del Parco e in alto i ruderi del Castellaccio. Poi, cadendo a poco a poco il sole dietro la aguzza cima di Monte Cuccio, tutto questo scenario si copriva di una ombra cinerea, dalla quale emergeva qualche cima, qualche punta rosea, che diventava color di rame acceso, poi illanguidiva, rientrava nell’ombra cinerea. Una grande malinconia avvolgeva tutte le cose. Veniva la sera. Dalla città ormai lontana giunse tenue e dolce il suono delle campane. Altre navi passavano silenziose per rientrare nel porto. La felice aveva ormai raggiunto l’altezza del Capo Zafferano e ora ne doppiava l’estrema punta, oltre la quale s’apre più vasta e meno tranquilla l’ampia insenatura nella quale sorgono Termini e Cefalù. Il monte Catalfano, la cui estrema sporgenza forma il capo, è alle sue spalle frastagliato da seni e scogliere che paiono nascondigli. Una galea vi si poteva nascondere senza essere veduta e i barbareschi, che lo salvano, spesso vi si appostavano, eludendo la vigilanza delle guardie di marina, sparse lungo il litorale, nelle torri di avviso, delle quali ancora qua e là si trovano gli avanzi. La feluca aveva aggirato quella specie di faraglione che forma l’estrema punta del capo, ed entrava, quasi costeggiando, nel gran seno terminato. Il capitano aveva fatto ammainare alcune vele secondo la nuova rotta e aveva fatto accendere il fanale a prua, sebbene ancora nel cielo dominasse lo ultimo chiarore del giorno; e sicuro ormai della rotta s’era messo a sedere sul cassero di prua, dove i marinai, acceso il fuoco in un fornellino di coccio, cocevano una minestra di pesce. Donna Gabriella aveva fatto accendere una lucernetta di terracotta smaltata e recitava il rosario, e Violante stava rannicchiata in un angolo, senza muoversi né fiatare , per la soggezione che aveva della matrigna e per un vago senso di paura che la dominava. Ad un tratto si udì un gran tonfo di remi e una barca pizzò da dietro un farfallone, movendo rapidamente sulla stessa linea della feluca. Non aveva finale Pareva una di quelle paranze d’alto mare, lunghe, capaci e veloci al corso. Il capitano ficcò gli occhi nella penombra e disse: – Otto rematori e molta gente a bordo… Pare che abbiano la stessa rotta. La barca, vogando parallelamente a babordo della felice, l’aveva sorpassata di una quarantina di braccia, quando invece di continuare, si fermò, virò di bordo, e si pose quasi sulla stessa rotta della felice come per stringersele addosso. Il capitano si alzò e venne al bordo della nave, ma ecco improvvisamente balenare delle canne di fucili, dei lampi squarciare le tenebre, delle palle, sibilando, forare, sbrindellare la vela, bruciacchiarla in quattro o cinque punti diversi. – Ohè! gridò il capitano, impugnando un fucile.

[…] Si rifaceva questa domanda cento volte, stringendo gli occhi e corrugandola fronte, come per sforzare il suo cervello a penetrare il quel buio. Forse non poteva venirne a capo che penetrando nella casa di don Girolamo e sorprendendone la vita intima: lì avrebbe trovato il bandolo della matassa.Come penetrarvi? Occorreva studiarne le abitudini, guadagnarsi la fiducia della famiglia…C’era quel ragazzo…Già. Un ragazzo manesco e troppo vivace: non c’era da fidarsene. Ah! per bacco! Come non ci aveva pensato prima? E quella fanciulla, quella smorfiosa, la figlia del pittore? E il pittore, che era un mezzo imbecille? Con la sua chiaroveggenza di poliziotto acuto e perspicace, cominciò a fissare nel suo cervello tutto un piano, studiando, criticando e correggendo le parti, mentalmente, mentre andava di passo svelto, battendo la mazza sul lastricato, che risonava nella notte. Giunse ai Quattro Canti. La luna incombeva sulla bella piazza, nella quale le fontane mormoravano dolcemente dalle quattro bocche metalliche. Tutto appariva distinto nella dolce luce cerulea: le statue delle stagioni coi loro simboli, i re dentro le nicchie, fertile loro gesto imperioso, le sante vergini, cui la bianchezza del marmo nel languore […]; e più su le quattro aquile, con le ali aperte, come se volessero spiccare il volo.

Matteo lo Vecchio udì un fischio e poi un frettoloso disperdersi di passi, come di gente che fugge. Disse fra sé: – Saranno delle “cassariote”. Che troie! ma quando fu in mezzo alla piazza e guardò intorno, rimase stupito e bocca aperta dinanzi alla forca. Le corde pendevano disciolte; una scala era appoggiata all’asse, ma i cadaveri erano spariti.

– Che significa ciò?

Sotto l’ombra della fontana gli sembrò di vedere qualche cosa, come un viluppo di cenci. Si avvicinò e si chinò. Con stupore sempre crescente si accorse  che era il cadavere del sagrestano di S. Matteo, coperto di un mantello. Si rialzò e guardò la scala, poi guardò ancora una volta intorno a sé, e di nuovo si chinò, tolse il mantello, e cominciò ad osservarlo attentamente non senza provare un senso di spaventoso sgomento.

a un tratto gettò un grido di terrore: delle mani lo strinsero vigorosamente per le braccia e un fazzoletto gli turò la bocca. Egli si vide circondato da otto uomini, vestiti col sacco nero come Disciplinati, col volto coperto dalla maschera, armati di pugnale. Una voce minacciosa gli disse: – Se fai un gestore tenti di gridare, sei un uomo morto. Disarmatelo!

Due di quegli uomini gli tolsero la spada e le pistole. La stessa voce disse:

– E’ Matteo Lo Vecchio, il birro…

– Impicchiamolo! – suggerì un’altra voce. Un mormorio di approvazione accolse la proposta, ma la voce che aveva parlato per la prima rispose:

– No. Non è la sua ora…Trasportate via il morto.

Otto braccia sollevarono in un attimo il cadavere, riavvolgendolo nel manto: il triste corteo attraversò rapidamente la piazza, sparse nel Largo dei Musici.

Matteo Lo vecchio lo seguì con l’occhio e scorse, dietro l’angolo del palazzo, la testa di un cavallo. Poco dopo, il cavallo si mosse: Matteo vide uscire un carro, meravigliandosi che non facesse rumore.  Il cavallo era sferrato e le ruote fasciate di paglia. Due di quegli uomini balzarono sul carro, che attraversò i quattro Canti e voltò per la Strada Nuova, verso S. Antonino: gli altri due ritornarono alla forca dinanzi alla quale aspettava il resto della strana e misteriosa compagnia.

Matteo Lo Vecchio sudava freddo. Non v’era nessun dubbio che era caduto in mano dei Beati Paoli, per evitare i quali aveva fatto quel lungo giro; e s’aspettava ora, da un momento all’altro, di essere ammazzato.

Colui che pareva il capo della compagnia ordinò:

– Spogliatelo!

Il birro tentò difendersi, e, più che la vita, difendere l’argento che gli gonfiava le tasche, ma le punte dei pugnali gli balenavano sinistramente dinanzi agli occhi: gridare non poteva perché imbavagliato: fuggire, neppure, perché non soltanto era circondato, ma anche perché, con fazzoletti e sciarpe, gli legavano ora le gambe. Si vide strappare la veste e la sottoveste. Gli scudi tinnirono.

– Ah! ah! Il birro ha certamente scorticato qualcuno!…

– Levategli quel denaro…

– Sarà sangue di poveri.

– Diamolo ai poveri…

Matteo Lo Vecchio era rimasto in brache e camicia, livido, tremante, con gli occhi spalancati, agitato dalla paura, dal dispetto, dall’avarizia.

– Bello mio, su queste forche chissà quanti ne avrai spediti co. le tue <<infamità>>. Vogliamo farti provare come ci si stia lassù. Soltanto ti prolungheremo questo piacere in modo da fartelo ricordare per tutta la vita.

Matteo sbuffava, si dimenava con gli occhi stralunati, tremando, gorgogliando sotto il fazzoletto che lo imbavagliava, spasimando.

Calarono giù le corde che avevano sostenuto gli impiccati; con una legarono per le mani e per i piedi il birro, gli passarono l’altra da uno dei capi intorno al petto, sotto le ascelle; l’altro capo portarono, su per la scala, lo infilarono nella carrucola fissata alla trave orizzontale. Quando ogni cosa fu pronta:

– Issa! – gridò il capo.

XVII

Il viaggio verso Palermo fu triste e silenzioso. Blasco aveva fatto apprestare due lettighe, giù ai piedi della rupe, in una delle quali entrò donna Gabriella, nell’altra Violante e la zia Nora. Gli uomini armati, a cavallo, precedevano e seguivano in due gruppi le due lettighe, ma accanto quella di donna Gabriella cavalcava Blasco, accanto all’altra Cristiano.

Dopo quella crisi che per poco che per poco non aveva fatto della duchessa una omicida e una suicida, ella si era chiusa in un mutismo cupo e disperato. Blasco aveva tentato qualche parola di conforto, per sollevarne lo spirito, per richiamarla in se stessa, ma ella non gli rispose; solo una volta fissò intensamente sopra di lui il suo sguardo fosco e profondo e un’altra volta voltò gli occhi su in alto verso la rupe sulla quale torreggiava il castello, in parte rovinato, di cui ignorava ancora il nome e il sito. Era l’antico castello della Pietra,  le cui rovine si vedevano ancora in cima alla rocca, donde aveva preso il nome la vicina Alessandria, edificata nel 1570 da Blasco Barresi, signore del castello. Il castello percorreva le coste di alte montagne, qua e là coperte di folte boscaglie, si lasciava a destra S. Stefano di Quisquina e si sprofondava tra le falde del monte Carcaci. Passarono la notte a Prizzi donde partirono all’alba per Mezzojuso. Pareva una comitiva di signori che tornassero dal loro feudo. Le sonagliere delle mule attaccate alle lettighe risonavano, e pareva come se altre comitive viaggiassero per vie sconosciute e misteriose. Rocca Busambra avvolse nell’ombra delle sue alte creste i viaggiatori, che attraversarono lo Stato di Godrano nel quale il Bosco di Ficuzza metteva una larga macchia nera e paurosa. La notte seguente sostarono a Marineo; dormirono tutti tranne Blasco e Donna Gabriella. Essi erano stati ospitati nel castello del marchese , ma Blasco aveva diviso le donne e temendo doppiamente che donna Gabriella o attentasse contro di sé, o che si lasciasse trasportare dalla gelosia contro Violante, s’era sistemato nella stanza anteriore alla camera di donna Gabriella.

Ma ella era divenuta quasi un automa, si lasciava guidare dovunque, senza una volontà sua e per tutta la notte non si  fece sentire.  Quando la mattina dopo, la zia Nora bussò alla sua porta per domandarle se le occorreva qualcosa, si stupì di vederla bella vestita, come il giorno innanzi, seduta presso la finestra, con la fronte appoggiata alla palma della mano, così come l’aveva lasciata la sera innanzi.

Ripartirono sul far del giorno. Il viaggio proseguì verso Misilmeri, in silenzio. Ormai si avvicinavano alla città, dove sarebbero arrivati poche ore dopo, giacché Misimeri non è lontana dalla capitale più di nove miglia. La strada attraversava una gola, detta Portella, che era nido di briganti e ladroni dove quasi sempre i viandanti e i vetturali erano assaliti e depredati.

La comitiva aveva percorso regioni e contrade molto infestate da ladroni, ma aveva avuto cura di prendere sentieri poco battuti e di allontanarsi dalla strada percorsa di solito dai viaggiatori e dai canceddi, lungo la quale si appostavano i ladri di campagna per compiere con profitto le loro imprese. Avevano, dunque, fino a quel punto compiuto il viaggio senza alcun incidente che avrebbe potuto spaventare o compromettere  l’integrità personale delle donne. Ma qui non avevano altra via da scegliere: anche volendo prendere qualche scorciatoia, avrebbero dovuto attraversare prima quel passo. Nel timore di qualche incontro Blasco mandò avanti Cristiano e uno dei suoi uomini per perlustrare la strada: egli con un altro si collocò davanti le lettighe, gli altri due nella scorta li pose dietro.

Erano sei uomini risoluti, che non avrebbero indietreggiato dinanzi ad un battaglione. Cristiano e il suo compagno spinsero i cavalli di buon trotto, ma non avevano fatto un terzo di miglio, che si imbatterono in una compagnia rurale, col suo capitano e l’algozino. L’algozino era Matteo Lo Vecchio.

Essi fermarono Cristiano, salutandolo alla maniera dei contadini:

– Gesù e Maria!

Il capitano domandò:

– Siete campieri?

– Sissignore.

– Di chi?

– Dell’illustrissimo cavaliere della Floresta.

– Bene. Avete osservato qualche persona sospetta per la strada?

– nessuno, signor capitano…

I compagni d’arme avevano intanto circondato i due campieri, tagliando loro con una doppia fila la ritirata verso le lettighe.

[…]

Prese la spada e il cappello, Coriolano si alzò e lo seguì. erano forse tre ore di notte e le strade erano deserte, salvo i soliti gruppi di miserabili che dormivano dietro le porte sui gradini delle chiese. Sbucarono in via Toledo e discesero verso Porta Felice. Di quando in quando un cocchio signorile passava fragorosamente, preceduto dai volanti, che squassavano le torce a vento: pareva il carro del tuono circondato di lampi: poi, l’ultimo bagliore e l’ultima eco, la strada ricadeva nel silenzio e nelle tenebre.

Blasco e Coriolano non parlavano; ciascuno pareva seguisse un suo corso di pensieri.

Ronde a quell’ora difficilmente se ne vedevano e del resto non fermavano i gentiluomini o, se li fermavano, bastava che essi pronunciassero il loro nome perché il capo ronda si sberrettasse umilmente. Giunsero alla piazza Marina in mezzo alla quale, nell’ombra, la lugubre forca disegnava le sue braccia nere. Essi videro con raccapriccio una forma umana pendente da un laccio, girare su se stessa, al soffio del vento. Nel pomeriggio un ladruncolo era stato impiccato e lasciato sulla forca come esempio. Non sarebbe stato tolto che la mattina appresso. 

In fondo alla piazza sorgeva cupo e severo il palazzo del Sant’Offizio, l’antica e veramente fegale dimora dei Chiaramonte, non più dimora di magnificenze e di cortesie, ma fosco antro di tormenti e di dolori.

Mentre Blasco e Coriolano attraversavano la piazza, l’orologio, col quale i frati deturparono il bel palazzo, suonò le ore e, nel silenzio e tra quelle cose tristi; i colpi parevano gemiti disperati di angoscia.

– Venite, andiamo da questa parte;  – disse Coriolano.

Entrarono nel vicolo buio che costeggia il palazzo: Coriolano alzò l’indice, mostrando la sommità dell’edificio, e disse: – Vedete quelle finestre? da quel lato sono le Filippine. Voi ignorate che cosa siano, non è vero? Sono le prigioni più anguste e più orribili del sant’Officio e furono costruite ai tempi di Filippo III, per chiudervi i rei di fellonia. Ora vi si fanno languire coloro sui quali maggiormente infierisce la crudeltà del tribunale…e v’è chiusa una donna, rea di avere compiuto un atto di carità. Che direste e che fareste, Blasco, se avessero preso fra Giovanni da Randazzo e fra Bonaventura da Licodia e li avessero gettati qui dentro, a morirvi di disagi, di rigori, di torture, per avervi salvato dalla morte? Blasco alzò gli occhi inorriditi e strinse i pugni: quell’ipotesi gli adunava nell’anima tutte le collere e tutte le vendette. 

– Andiamo, – disse Coriolano.

– qualche volta, nel cuore della notte silenziosa, escono da quelle finestre lunghi gemiti di gente che vi fa mille morti…Percorsero il vicolo, uscirono dinanzi la chiesa di S. Nicolò della Kalsa e poiché Porta Felice era aperta, uscirono fuori. Coriolano voltò a sinistra risalendo lungo la Cala, il vecchio porto difeso dalla Garita e dal Castello, pieno di galere e bastimenti di piccolo tonnellaggio, i cui fanali accesi si riflettevano in lunghi e mobili zigzag rossi nel senso delle acque. Percorsero tutta la curva della Cala, fino ai piedi della Chiesa di Piedigrotta. Il Castello si protendeva, irto di cannoni, le cui bocche apparivano fra gli spalti. Il mare batteva sui vecchi muri saraceni, entrava nei fossati che giravano intorno, passava sotto il ponte. Qualche soldato passeggiava sui terrapieni con l’archibugio sulla spalla. Coriolano si fermò, e anche qui tese il dito verso la porta, chiusa dal ponte levatoio tirato su. 

– E lì, in un sotterraneo, è chiuso vostro fratello Emanuele! Andiamo, Blasco. 

Lo trascinò quasi per la strada di S. Sebastiano. Blasco disse:

– Perché non avete tentato di far evadere questi prigionieri?

– Perché le loro celle non hanno finestre esterne. 

– Eppure, – rispose Blasco, – si dovrebbe tentare…Forse sarebbe la soluzione più spiccia.

– Ma non la più sicura. Bisogna invece affrettare il giorno della giustizia. 

Blasco pensava a quelle due prigioni così spaventevoli e provava un brivido di raccapriccio e nel tempo stesso un sentimento di vergogna. Di che cosa si era doluto egli? Che cosa era la sua sventura, di fronte quella più grande di Emanuele suo fratello? egli, in fondo, non aveva né poteva accampare diritti al cospetto della società; Emanuele sì, e tuttavia gli erano tolti e negati. Egli era solo e nessuno pativa per lui; […]

(L. Natoli, I Beati Paoli, Flaccovio editore, Palermo, 1955, pp.398 – 421)