Caltanissetta
Il giardino pubblico della piccola città della Sicilia interna, situato a breve distanza dall’abitato, verso l’ora del tramonto, i primi di luglio, era quasi deserto. Si udiva frusciare l’acqua che innaffiava le aiuole, e l’odore della terra bagnata, commisto a quello dei fiori, dava all’aria una fragranza particolare, che risentiva anche del profumo della vicina campagna aperta dove si mieteva il grano. […] La domenica si vede un po’ di affluenza, ma a quest’ora i cittadini se ne rimangono sulla piazza centrale, si siedono al caffè a sorbire un gelato e si godono il passeggio. Poi comincia la banda municipale e buona notte! Chi si ricorda più che esiste il giardino pubblico!
(P. M. Rosso di San Secondo, Un mazzo di dalie, in Banda municipale, Caltanissetta-Roma 2016, pp. 41-42).
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Ho della mia cittadina natale, al centro della Sicilia, dove trascorsi la mia fanciullezza la mia adolescenza, dei ricordi vaghi; ma alcuni mi rimangono come impressioni fotografiche d’istantanee, e questi sono lucidissimi: sento persino le voci delle persone, le immagini delle quali si muovono nette come se le avessi davanti. Due o tre volte a settimana, nella piazza principale della cittadina, era preparato il palco della musica municipale; segno che la sera si eseguiva un programma musicale. […] Le quattro strade principali che mettevano nella piazza, erano già gremite di gente ancora prima che cominciasse il concerto. Si vedevano allora persone che non s’incontravano di solito. Erano abitanti dei quartieri più bassi della cittadina, che, d’ordinario, non venivano al centro perché non ne avevano ragione. Le donne, vestite dei migliori vestiti, con lo scialle sulle spalle dai colori sgargianti, gli uomini, che le accompagnavano, con l’abito festivo ed un garofano all’occhiello: gente del popolo, che raramente si avvicinava a sedere da Romanes, il quale apriva bottega di caffè proprio sulla piazza, e le sere in cui c’era la musica, avanzava i suoi tavolini dal marciapiedi davanti ai negozi fin quasi in mezzo alla piazza, dove i signori venivano a sedere per sorbire i gelati.
(P. M. Rosso di San Secondo, Banda municipale, in Banda municipale, Caltanissetta-Roma 2016, p. 89).
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Calogero aveva scavato un pozzo e aveva trovato acqua. Una grande fortuna al centro dell’isola, dove per quattro o cinque mesi non pioveva mai, e la terra si screpolava sotto il sole cocente.
(P. M. Rosso di San Secondo, La questione del pozzo, in Banda municipale, Caltanissetta-Roma 2016, p. 134).
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Alessandra: E condotta d’un tratto qui, passata d’un balzo dalla vita artificiale alla vita della natura, dalla luce elettrica alla luce del sole, son rimasta, l’hai veduto, stupefatta, incantata in un rapimento di sogno… È trascorso più d’un mese… e… questo incantesimo e quest’aria d’idillio d’improvviso m’han fatto stizza…
[…] Alessandra: Ecco, dunque: (indicando fuori) da questa parte è tutto verde e fresco sotto il cielo azzurro, il grano, i mandorli, i giardini; dall’altra parte della valle, […] non c’è un filo d’erba, tutto inaridito… come mai? com’è questo paese? Si deve credere al sorriso del campo seminato, o all’aridità della zolfara?
(P. M. Rosso di San Secondo, L’avventura terrestre, in Teatro, vol. I, Bulzoni Editore, Roma 1976, pp. 494-497).
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Pandora: […] Figlia carissima di Cerere, nata dei freschi pensieri d’una dea fragrante di giardini fioriti, di campi rigogliosi di messi, di rugiadose biade, di frutteti colmi come canestri! […] non allontanarti dal fianco di chi ti generò, non prestare orecchio a chi non conosci abbastanza, non lasciarti sedurre da lusinghe d’alcuna sorta. Quest’aria balsamica dell’isola antica, tutta splendida di azzurro e di verde, respiri sempre il tuo petto, e il tuo fiato la profumi d’ambrosia. Non tradire questa terra che oggi marezza nell’argenteo frutteto al sole di giugno che se ne innamora destando al meriggio leggeri veli di appassionata tenerezza. Dall’Etna che tu vedi svettare bianca e sognante nel cielo, ai lembi estremi della spiaggia di Trapani, dalla Conca d’oro, coronata d’aranci, ai giardini e alle vigne di Gela e di Agrigento, l’isola gronderebbe lacrime senza di te.
(P. M. Rosso di San Secondo, Il ratto di Proserpina, in Teatro, vol. III, Roma 1976, p. 27).
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«S’era fermato a Caltanissetta perché aveva subito intuito che qui la noia toccherebbe un punto che altrove non aveva mai sfiorato. La cittadina di pietra gialla, sospesa su una squallida pianura; l’albergo affacciato sulla piccola stazione da cui trenini affaticati gettavano ogni tanto uno stridulo grido; i portoni chiusi di prima sera, ai piedi dei quali i cani roteavano su se stessi cercando di mordersi la coda; le nuvole che passavano di gran corsa, cacciate dea un vento che non aveva tregua; la statua del Redentore in cima a un colle su cui piovevano gli sguardi dei carcerati dalle finestre di un casamento livido; le fabbriche di chitarre ai piedi di vecchie chiese; il mantello del federale zoppo nella nebbia del tramonto; gli avvocati che gesticolavano davanti al portone di casa, mentre sul loro capo, stesa a un filo tra balcone e balcone, la loro camicia gesticolava anch’essa; le conferenze sull’impero, le paoline… cosa gli mancava per portare la noia al grado dell’esultanza?».
(V. Brancati, La noia del ’937, in Racconti, Teatro, Scritti giornalistici, pp. 280-1).
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«In quelle notti di febbraio, c’era la luna. Nissa, deposta irregolarmente su un gruppo di colli, riceveva e rimandava la luce in un modo tutto suo. Ecco il grande quadrato bianco della piazza deserta, con le due chiese dirimpetto, l’una bianca, l’altra scura; e via via che i due si dilungavano dalla piazza e andavano verso nord-est, ove le case erano sempre più rade, e la strada correva da una parte sotto un monte ripido e a ridosso, dall’altra lungo una balaustra da cui si dominava un vasto spazio di monti e vallate, ecco i quartieri sghembi di Nissa, ecco le scalinate mezze bianche e mezze nere, e le case ammassate come i fiocchi di spuma sulla cresta di un’onda, presentando chi uno spigolo, chi la facciata posteriore con un balcone trasformato in gabbia per le galline, chi la facciata principale con due soli balconi, lontani l’uno dall’altro, chi un fanale spento, chi una parata di camicie e mutande d’argento; ecco, fra scala e scala, un ripiano aperto alla luna con un cane fermo nel mezzo, e un altro, più su, anch’esso bianco di luna, attraversato lentamente dalla figura nera di un passante».
(V. Brancati, Sogno di un valzer, in Romanzi e saggi, pp. 126-7).
