(di MARZIA LA BARBERA)
Il 25 marzo 1911, centoventisei giovani operaie, per la maggior parte italiane ed ebree, persero la vita nell’incendio della fabbrica tessile Triangle di New York.
I proprietari della fabbrica, uomini senza scrupoli e incapaci di aderire alle più semplici regole per la sicurezza sul lavoro, erano soliti chiudere a chiave le porte, per massimizzare la produzione ed evitare che le cucitrici portassero a casa con sé scampoli di tessuto. La strage della Triangle, che viene ricordata a partire dagli anni Venti del Novecento ogni otto di marzo, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, fu il triste apice di un lungo e faticoso percorso che vide le donne di New York riunirsi in gruppi sindacali e battersi affinché il valore del loro lavoro e della loro stessa persona fosse riconosciuto. Era il tempo della protesta, delle battaglie per il suffragio universale, ma le protagoniste di quei giorni di febbrile lotta politica e civile si confrontavano anche con le loro origini, con i cambiamenti causati da un fenomeno migratorio senza precedenti e, non ultimo, con la nascente identità multiculturale di New York, riassunta in tempi più recenti nella celebre metafora del melting pot.
In Italia, lo sfruttamento delle operaie della Triangle e il rogo che distrusse la fabbrica sono stati affrontati per la prima volta in letteratura da Ester Rizzo nel suo Camicette bianche (Navarra, 2014), attraverso una ricostruzione storico-narrativa che mira a restituire dignità e identità alle vittime. Ma è con le stesse premesse, e non tralasciando di ricordare nelle interessanti note conclusive l’opera di Rizzo, che Maria Rosa Cutrufelli dà avvio al suo ultimo romanzo, Il cuore affamato delle ragazze, edito da Mondadori nel 2025. L’incendio della Triangle, il processo che lo seguì e le proteste delle lavoratrici newyorchesi sono descritti con dovizia di particolari in questo riuscito romanzo storico, ma sono solo la punta dell’iceberg, il nucleo intorno a cui è incentrata una narrazione che abbraccia buona parte del Novecento ed evidenzia le difficoltà a cui sempre va incontro il genere femminile. Protagonista del romanzo è la giovane Etta, italiana di seconda generazione, nata a Philadelphia in una famiglia borghese e fortemente politicizzata. Spinta dalla famiglia a seguire le orme del padre medico, Etta intraprende una carriera in ambito sanitario, diventando infermiera a New York. La scelta di trasferirsi nella grande metropoli è insieme un tentativo di affermare la propria identità e di sfuggire al provincialismo e alle comode certezze della città in cui risiedono i genitori. «Io volevo uscire dall’ombra delle querce, lasciarmi alle spalle il cortile di casa e sperimentarmi in un lavoro vero» (p. 51), racconta Etta, rimarcando il suo desiderio di trovare «[…] un altrove» (ibid.), un luogo poco familiare in cui mettersi alla prova, permettere a se stessa di esprimere il proprio potenziale e fiorire.
Nel tentativo di evadere e contemporaneamente di aiutare dove è più necessario, la giovane comincia così a lavorare sull’isola sanitaria del piccolo arcipelago artificiale di Ellis Island, primo approdo dei migranti dopo il lungo viaggio oltreoceano. Proprio lì, sull’isola che ha visto l’arrivo dei suoi genitori dalle coste della Sicilia, avviene il suo primo vero incontro con la miseria, con la disperazione di chi, spinto soltanto dalla cocente speranza in un futuro migliore, ha abbandonato la propria terra per trascorrere un tempo indefinito in un luogo di incertezze. Le pagine in cui viene descritta la variegata umanità che giunge a Ellis Island per sfuggire alla povertà del proprio Paese d’origine, oltre a rivelarsi particolarmente emozionanti, si distinguono per la puntualità con cui la scrittrice restituisce il caos dell’approdo, il mescolarsi delle lingue e degli accenti, gli sguardi inquieti e la prossimità dei corpi. Una scrittura sapiente cattura frammenti di conversazione e particolari sensoriali e rileva volti e presenze individuali sottraendoli per un momento all’anonimato della folla indistinta dei migranti. Il luogo simbolo dell’immigrazione diventa dunque uno straordinario spazio narrativo, in cui la Cutrufelli intreccia con maestria l’artificio romanzesco alla verità storica, dando forma a una storia collettiva che riecheggerà ancora nella descrizione delle proteste alle quali la protagonista prenderà parte.
«L’isola dei migranti» (p. 52) è così descritta come «un mondo a sé, eternamente sospeso fra speranza e disperazione, fra lacrime ed euforia. Un luogo che accoglieva e respingeva, producendo squilibri che nessun medico era in grado di sanare» (pp. 52-53), mentre «dal ventre delle grandi navi fluiva senza sosta la folla dei migranti» (p. 53). Attraverso gli occhi e il racconto di Etta, Cutrufelli restituisce un ritratto preciso e minuzioso della vita quotidiana del personale sanitario, alle prese ogni giorno con le malattie infettive e gli sbarchi di migliaia di passeggeri: uomini, donne e bambini stipati in sale per lo smistamento divise da reticolati, che conferiscono loro l’aspetto di «gabbie per polli» (p. 60).
Ellis Island, ossimorica eterotopia di speranza e disperazione, è però anche il luogo in cui Etta conosce Tessie, giovane operaia, sindacalista e interprete per gli immigrati italiani, personaggio che si rivelerà essenziale per la formazione della coscienza civile della protagonista. L’amicizia con Tessie, che si trasformerà in una passionale storia d’amore e aggiungerà un ulteriore tassello all’identità in divenire della protagonista, introduce infatti quest’ultima ai circoli sindacali di New York, avvicinandola alla realtà oppressiva delle giovani operaie tessili. Una realtà che conoscerà ancor più da vicino quando Molly, la sua amatissima amica d’infanzia, giungerà a New York per lavorare come sarta e lei stessa otterrà un posto di lavoro presso uno studio medico all’interno dell’Asch Building, edificio che ospita proprio la fabbrica Triangle.
Si può notare, dunque, come Maria Rosa Cutrufelli sfrutti la sua grande abilità di narratrice per fondere insieme verità e finzione offrendo al lettore un romanzo storico che assume, allo stesso tempo, i tratti di un romanzo di formazione. Più di ogni altra cosa, però, Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo che parla di lotta politica, di storia delle donne e, non ultimo, del rapporto tra orientamento sessuale, identità di genere e impegno civile. Il rapporto sentimentale tra Etta e Tessie, infatti, emerge come funzionale al coinvolgimento politico della protagonista, la cui cerchia di conoscenze diventa quasi esclusivamente limitata a donne dichiaratamente lesbiche e apertamente politicizzate, impegnate nella lotta per i diritti femminili nella New York degli anni Dieci e Venti del Novecento. “Le signorine”, come sono a più riprese definite nel romanzo, sono personaggi complessi, mai appiattiti o ridotti semplicemente al loro ruolo rappresentativo, e la maggior parte di loro sono donne realmente esistite, dettaglio che l’autrice rimarca e accompagna con piccoli ritratti biografici in appendice, nelle sue “Brevi note per lettori e lettrici curiose”.
Per rievocare in modo più significativo quel periodo storico, inoltre, la scrittrice sfrutta un doppio binario temporale e narrativo: è infatti una Etta ormai anziana, sulla veranda della sua casa di Staten Island nel 1970, a narrare la sua storia e quella delle tante amiche le cui vite si sono incrociate con quelle distrutte troppo presto nel rogo della Triangle. Partendo dalla richiesta di alcuni ricercatori che mirano a ricostruire gli eventi del 25 marzo 1911, il racconto della protagonista si sviluppa così, attraverso un espediente metanarrativo, sotto forma di appunti autobiografici.
«Se non ti va di parlare con quei ragazzi, almeno scrivi!» (p. 23) è infatti l’esortazione di Tilde, giovane nipote dell’amatissima Molly, che alla morte della nonna ha trovato rifugio in casa di Etta e ha costruito insieme a lei un nuovo nucleo familiare. L’incoraggiamento della giovane donna si scontra con una prima fase di ostinata opposizione da parte di Etta, con il suo rifiuto di rimestare nel calderone dei ricordi. Finché non giungerà alla conclusione che:
«[…] magari Tilde non si sbaglia: è adesso il momento giusto. Il momento per chiedere e anche per rispondere. Domani potrebbe essere troppo tardi. Cos’è che dicevano gli antichi maestri nei libri di mia madre? La scrittura è un silenzio che non tace. E su questa veranda, in questa solitudine, davanti a questo giardino trascurato e trionfante, davanti a questi narcisi indistruttibili, che ragione ho di temere le parole? Ormai posso affrontarle, in silenzio ma senza tacere» (p. 24).
La volontà di dare forma narrativa al dolore, tuttavia, non fa della tragedia il fulcro del racconto. Mentre scrive, Etta esprime piuttosto il desiderio di ricostruire la sua storia, con i dettagli grandi e piccoli che la rendono straordinariamente ordinaria:
«il professore […] sa bene che i fatti non parlano mai da soli e che siamo noi a farli parlare. Lui non può dirmi cosa mettere e cosa togliere, e quando mettere la qual cosa e quando toglierla: sono io, adesso, a dettare le regole. Giudico io ciò che ha senso e ciò che è fuorviante. Tocca a me scegliere il filo da tirare e quello da lasciar cadere» (p. 26).
Nella sua riflessione sulla scrittura, lei riconosce così i doveri di chi narra e ne accetta la responsabilità, che sa essere interamente sua:
«Scrivo sul quaderno di Tilde, è vero. […] Ma è mio il racconto, mia la responsabilità, e quindi non darò la precedenza al fuoco e alla sirena dei pompieri. […] A che serve partire dalla memoria delle ceneri? Preferisco, almeno per un po’, lasciare il giorno del dolore là dove si trova, dentro le acque del Lete, e tornare indietro. Ai giorni dell’amicizia e degli amori, […] dei cortei e della ghiaia che crepitava sotto i nostri piedi» (ibid.).
È in queste pagine iniziali che la protagonista stabilisce i confini della sua narrazione, e insieme a questi fa emergere i temi stessi del romanzo: «Del resto cos’altro c’è, alla base di questa storia, se non la nostra voglia di respirare il futuro liberamente? Tutto nasce da questa pretesa» (p. 27).
Si percorrono così, nei ricordi di questa donna e della particolare famiglia che si è costruita negli anni, alcune decadi significative della storia dei diritti civili, con sottili riferimenti storici, che strizzano l’occhio al lettore o alla lettrice partecipe. Ciò che conta è la storia e, attraverso di essa, la Storia che una donna anziana restituisce al mondo, una storia in apparenza privata, la storia di una vita, di un grande amore e di un’immensa perdita. Mentre scava nei ricordi della sua giovinezza, Etta si definisce una donna che ha «smesso di bere alla fonte dell’oblio» (p. 267) ed è pronta a ricordare il dolore e la fatica di mille battaglie, perché «ci sono epoche, tempi, momenti della vita, che vogliono essere ricordati. Che lo pretendono. E pazienza se ricordare è un esercizio faticoso» (ibid.).
È il privato che si fa pubblico, che si fa memoria storica in questo romanzo che affronta con delicatezza ma senza timore, senza remore, la memoria, l’identità, la resistenza: alcuni dei temi più significativi del nostro tempo.
“Dov’era andata a finire la mia vita? La “nostra” vita? E tutte le vite che si erano mescolate alla nostra? Non solo il corpo ha fame… dateci il pane e dateci le rose… Chi avrebbe mai sentito, in quel vuoto, il suono delle nostre canzoni? Chi avrebbe ascoltato la voce delle “ragazze ardenti”? Così alla fine ho scoperto di volerli tutti, i miei ricordi. Tutti.” (p. 268)
Bibliografia
Cutrufelli, M. R., Il cuore affamato delle ragazze, Mondadori, Milano, 2025.
Rizzo, E., Camicette bianche, Navarra, Palermo, 2014.
