(di EMMA DI RAO)
Non può negarsi che ogniqualvolta affermiamo di amare i Beatles non stiamo esprimendo una semplice preferenza musicale ma una dichiarazione di appartenenza in cui il gusto personale diventa quasi scelta identitaria. E ciò alla luce del fatto che i Beatles sono stati molto più che una band poiché hanno rappresentato una vera svolta epocale e una parte integrante del paesaggio sonoro di intere generazioni. Pertanto, non è mai possibile confinare nel passato ogni singolo brano da loro eseguito, accontentandoci della inevitabile nostalgia che avvolge quanto sembra ormai tramontato. Meglio, sicuramente, riempire di quella musica anche il presente e forse il domani; meglio, sicuramente, riproporre quella musica con la stessa intensità e con lo stesso entusiasmo con cui un tempo ci si abbandonava alla sua onda travolgente. E a questo punto, per realizzare tale obiettivo potrebbe venire in nostro soccorso la suggestione della scrittura o il volo audace dell’immaginazione.
A noi piace ipotizzare che sia stato proprio questo il motivo ispiratore da cui ha preso le mosse il nuovo, intenso romanzo di Massimo Maugeri, “Quel che facciamo dell’amore” (La nave di Teseo, 2026), il cui titolo propone non la definizione dell’amore sul piano teorico ma la questione concernente la necessità di coltivarlo e di prendersene cura anche “per porre rimedio agli errori commessi”.
L’incipit immette subito in una dimensione che connota fortemente tutte le pagine ovvero l’unicità, declinata sia come esperienza musicale sia come esperienza amorosa del protagonista – un affermato scrittore italiano – che nella tessitura del libro funge da voce narrante. La prima esperienza si riferisce alla partecipazione del protagonista al concerto di Paul McCartney, tenutosi a Roma nel maggio del 2003; la seconda coincide invece con la conoscenza, nella stessa occasione, di Martha, un’avvocatessa americana di origine italiana. Un incontro che fra il prima e il dopo crea “una profonda linea di demarcazione sul piano dell’esistenza”. Sin dal primo istante, infatti, la passione comune per il più grande gruppo della storia del rock unisce, e in un certo senso definisce, i due personaggi confermando l’enorme potere della musica di creare legami tra le persone, grazie anche a quella magia che il narratore giudica “una parola piuttosto abusata” ma che la protagonista ritiene un aspetto ineliminabile dell’esistenza, soprattutto in connessione con “il mondo delle date” dove gli intrecci misteriosi delle coincidenze casuali celano “i grandi disegni che aleggiano sulle nostre esistenze”.
Le vivaci battute che il protagonista scambia con Martha durante quel memorabile concerto sono l’avvio di futuri scambi epistolari, di incontri in video-chat e di incontri in presenza. Un rapporto inizialmente intessuto del medesimo interesse musicale viene così intensificato e arricchito dalle animate discussioni sui reciproci interessi fino a sfociare in un sentimento che, nel personaggio principale, si rivela intenso e travolgente, frammisto ad ammirazione per l’indomito coraggio di Martha nella tutela dei deboli e nella lotta contro il razzismo. Declinato in modo conforme a una certa tradizione letteraria in cui l’amore viene percepito ed espresso come forza devastante e come esperienza ricapitolativa di un’intera esistenza, tale sentimento espone il protagonista a un grado estremo di vulnerabilità, a una “malattia cronica” che alimentandosi di sofferenza segue “strade lunghe e tortuose” e diviene “una invisibile e invalicabile prigione affettiva”.
Non ci sembra irrilevante osservare che il tempo, nel dispositivo del romanzo, non è affatto lineare, ma compie di frequente balzi in avanti o si riavvolge su sé stesso mostrando stratificazioni delle quali il lettore è peraltro consapevole grazie a piani narrativi ben distinti, segnalati da opportuni avverbi temporali e precise date di riferimento.
“E intanto il tempo passava”: con questa frase, molto semplice nella sua formulazione da parte dell’io narrante ma di grande impatto emotivo, viene indicato lo scorrere degli anni che con l’ausilio del caso disegnano “nuove trame” all’interno della vicenda intrecciando esperienze personali con eventi di portata storica. Fermo restando che il “Mitico Concerto di Roma” rimane il centro cui fare sempre ritorno, l’elemento che tiene insieme i frammenti, l’evento straordinario di cui la sapiente scrittura di Maugeri restituisce fedelmente “il crescendo di energie ed emozioni” e il dilagante entusiasmo collettivo che accompagnavano la nascita di una nuova categoria sociale, quella dei giovani, con i loro codici, con i loro rituali e con l’aspirazione a trovare una via di fuga dal conformismo della società, quasi si trattasse non solo di una questione musicale ma anche antropologica.
Anche nelle pagine in cui è descritto in modo puntuale e dettagliato lo spettacolo svoltosi allo Shea Stadium di New York avvertiamo con chiarezza l’esplosione di gioia e di ammirazione degli spettatori all’interno di uno stadio “destinato a conquistarsi il ruolo di luogo simbolo”. Allo stesso modo, le accese e fitte conversazioni tra i due personaggi lasciano emergere la straordinaria capacità dei Beatles di assorbire stimoli nuovi, di farli propri e di restituirli amplificati a milioni di persone in un crescendo di creatività. Si potrebbe persino dire che il racconto su questo gruppo musicale, la cui storia e le cui fasi riflettono trasformazioni profonde nella cultura, diventa qui mitologia.
Ed è inoltre rilevante il fatto che i protagonisti scandiscono il tempo e i ritmi delle loro esistenze in relazione alla vita di Paul McCartney, come quando, ad esempio, l’incidente occorso alla figlia di Martha viene associato alle tragedie familiari vissute da Paul. Insomma, l’autore ha immaginato, con esiti di grande efficacia narrativa, che i componenti del celebre gruppo musicale si connettano alle esistenze dei due personaggi del romanzo.
Non sfugge, però, al lettore la forte e indiscutibile centralità dell’io: lo notiamo laddove la voce narrante afferma: “E io c’ero”, frase breve ed essenziale che esprime tutto lo stupore e l’incredula soddisfazione di chi ha avuto la fortuna di partecipare a quell’evento. O laddove la stessa voce dichiara: “E io mi trovavo lì”, ancora con un’espressione lapidaria, quasi a scolpire l’esistenza senza alcun ricorso a elementi ridondanti e a sottolineare la preponderanza del soggetto nella percezione della straordinaria portata dello spettacolo musicale cui ha assistito.
Superfluo ricordare che l’io narrante si sovrappone perfettamente all’io letterario, ovvero all’autore de “Quel che facciamo dell’amore”, come si evince in diverse occasioni. Basti pensare al passo in cui Martha si dichiara persuasa che “Uno scrittore che è un fan di Paul e dei Beatles prima o poi scriverà qualcosa su Paul e sui Beatles”. Infatti, per sanare la ferita d’amore, o almeno per convivere con essa, il protagonista si dedicherà alla stesura di un nuovo romanzo – la cui trama adombra la vicenda sentimentale vissuta realmente -, fiducioso negli effetti salvifici che la scrittura sortisce al pari della stessa musica, definita “antidoto ai mali dell’esistenza”. A provarlo è la Paul’s panacea, un repertorio finalizzato ad attenuare la sofferenza derivante dagli arresti e dagli inciampi del vivere quotidiano; la stessa Martha nasconde, sotto una “irriducibile allegria”, una ferita che stenta a cicatrizzare e che spiega alcune scelte fondamentali del suo percorso esistenziale.
Avvalendosi di una cifra stilistica caratterizzata da una limpida scorrevolezza e impreziosita da immagini e metafore che vibrano delle emozioni dell’io personaggio, la nuova fatica letteraria di Massimo Maugeri ci consegna molto più che una vicenda d’amore: sia che si parli di miti collettivi sia che si parli di culti musicali, la musica ci riporta sempre a quel filo che lega le generazioni fissandosi nella nostra memoria e ancorandosi in modo indissolubile ai nostri ricordi più vivi. Se è vero che essa esiste solo nell’istante in cui viene percepita, è comunque in grado di mutare non solo la nostra visione del mondo ma anche il nostro posto all’interno di esso.
Nella chiusa del romanzo, è proprio grazie alla musica che assistiamo all’affrancarsi dell’io dal consueto orizzonte e al suo proiettarsi verso una dimensione più ampia che si colloca decisamente al di là delle personali vicende biografiche: “Oltrepassando qualunque tipo di limite, da un punto all’altro del mondo…lungo l’intera superficie del pianeta”. Che è, poi, quanto la letteratura, la musica stessa e ogni forma d’arte si prefiggono di raggiungere per farne dono all’intera umanità.
